Pane, amore e…

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Pubblicato la prima volta il 18 Settembre 2018 @ 09:47

La mia famiglia, di quattro persone, ne consumava un chilo e duecento grammi al giorno: le coppie (drugole) e i filoni di pastamolla, destinati alla merenda pomeridiana. Il motivo dell’abbondanza è del tutto evidente. Il pane, alimento dal costo modesto, compensava l’esiguità del “secondo” che veniva servito in tavola. Nessuno poteva addentare un pezzetto di carne o un boccone di affettato se non “accompagnandolo” col pane. “Sé t’an magn è pen, è vu dì che tanè fema”… o “Senza pen un è fema, l’è luveria”.

Quando si scrive un articolo sui ricordi dei “poveri di città”, sarebbe meglio lasciare “fuori” la politica, l’ideologia… Eppure non è azzardato sostenere che anche il cibo, allora, era “di classe”. Filetto, prosciutto crudo, banane, i primi yogurth nei vasetti di vetro, erano ad esclusivo appannaggio dei ricchi. Sul prosciutto si scatenava la corsa, tra le nostre mamme, a chi, per prima, arrivava al “gambuccio” o all’osso che finiva nella pasta e fagioli prima per insaporirla poi per essere piluccato. La gallina in brodo era la pietanza della domenica. Non c’erano scarti. Qui la corsa era tra noi bambini per “fregare” direttamente dal piatto di portata, tenuto in caldo sulla pentola del brodo, il maghetto, le zampine e le budelline.

Non tanto o non solo la cultura gastronomica romagnola-popolare ma la mancanza di disponibilità economica ci ha portato alla capacità di “elaborare” numerose ricette sfruttando ogni cosa commestibile: le foglie dei radicini (ravanelli), i bacelli dei piselli, il fegato, il polmone…impedendoci o, quantomeno, ritardando, l’approccio con il cibo industrializzato. A casa mia non è mai entrata la Simmental e neanche il dado da brodo. Non ci piacevano, costavano troppo ed anticipavano un sistema disgregante della famiglia. Americanate! Credo di avere, anzi di mantenere, oggi, lo stesso atteggiamento nei confronti del cibo che viene propinato nei fast-food.

Spesso, allora, ho sentito l’espressione: “Purrett ussè ardott a magnè al scatuletti”! Come dire: quella è una casa dove non “si fa da mangiare”, quindi non è più una vera casa o una vera famiglia o una vera persona.
Invece, poveri ma dignitosi erano gli anziani, soli, che cenavano nella latteria. Ce n’era una in Via Sigismondo, di quelle che, eliminata la distribuzione a domicilio con la gamella, vendeva il latte nelle bottiglie di vetro: un litro, un mezzo, un quarto. Davanti al banco di vendita si stendevano tavolini e sedie di legno, gli uni e le altre pieghevoli, che sparivano durante il giorno e si riaprivano all’ora di cena. Qui, di sera, era possibile mangiare il pane inzuppato nel caffelatte servito in una ciotola. Il caffè era quello della caffettiera napoletana. A noi bambini che acquistavamo la porzione giornaliera del latte, ci arrivava un senso di malinconia, quasi un malessere fisico perché si captava che oltre la povertà, la nostra povertà, lì c’era un altro nemico: la solitudine anzi, come ho capito poi, l’emarginazione, la diversità negativa. Si avvertiva, insomma, che per quanto male si possa vivere, c’è sempre qualcuno che sta peggio, da riscattare. Mi ricorderò di questa sensazione, più tardi, alle scuole elementari.

Unico vero lusso alimentare, dopo anni di surrogato, di “Vecchina”: il Caffè Giovannini, poco ma buono, che le donne si concedevano, nel pomeriggio, dopo i lavori domestici (al fazendi) a suggello delle “chiacchiere”. Quando possibile, corretto con il mistrà.

La merenda, invece, era la vera nuova conquista alimentare. Il valore aggiunto, si direbbe oggi. Il segnale che, dalla fame, si passava ad un uso razionale ma saziante, del cibo. Dopo anni di penuria, si concretizzava la possibilità di un pasto secondario, sempre a base di pane e… Pane, un velo di burro e zucchero, pane e un filo di olio, pane e mortadella, pane e fruttino ovvero un quadretto di frutta pressata, una sorta di marmellata condensata. Pane, sempre pane: fresco, secco o riscaldato. Non a caso i films di successo di allora erano: “Pane, Amore e…”

Il pane arrivava in tavola puntualmente monco. Il “culo” (chiamavamo così la parte tondeggiante posta alle estremità delle varie pezzature) veniva mangiato durante il tragitto dalla bottega alla casa. E già a descriverne la sorte si ha un’idea del “peso” che il pane aveva sulla nostra tavola. Appena fresco accompagnava l’esigua porzione del (non a caso così chiamato) companatico: una fetta di mortadella o di frittata, un uovo strapazzato o sodo (gli ovi duri), due cubetti di carne (lo spezzatino) immersi in una generosa porzione di patate “in umido”, fegato o polmone con cipolla, frittura di pesce (zanchett e guvat), poveracce, sardoni, saraghina, spade, bichun… l’ultimo tocco di pane fresco, destinato al pranzo o alla cena, veniva passato e ripassato sul piatto, strisciando in senso rotatorio dal centro verso l’orlo, per raccogliere ogni residuo… divenuto raffermo (i trocul) finiva, stratificato, nella ciotola del latte della prima colazione dei bambini, schiacciato con il cucchiaio per rendere più densa la zuppa, o nel bicchiere di vino del babbo o nella pasta fagioli o nel piatto del brodo (la stuveda)… grattugiato impanava qualsiasi cosa, le occasionali fettine di carne, le polpette, le verdure. Ma il piacere, quasi orgasmico, si raggiungeva bagnando un pezzo di pane nel sugo che aveva bollito per circa tre ore sul fuoco. Era un’operazione seguita, di solito, dal “tozzone” della mamma infuriata perché il pane immerso nel tegamino, rompeva “la tela” ovvero il velo sottile che si formava sopra il sugo, segno dell’avvenuta cottura e garanzia della integra conservazione. La consistenza del sugo era favorita dall’abbondante condimento. L’odore del soffritto, che costituiva la base del sugo, scandiva, nelle nostre case, l’inizio della giornata. Olio, cipolla, lardo tritato sulla battilarda, col coltello a lama larga (la curtela) messa a scaldare sul fornello del gas.

I “grandi”, anche quelli più laici (che si contrapponevano ai “magnaosti”) per assicurarsi il più completo utilizzo (la riuscida) ci intimorivano con la minaccia che, a sprecare il pane, “soffriva” Gesù”, anzi “Gesù se ne aveva per male” Anche le briciole (al mulighi), venivano religiosamente raccolte e mangiate. Tanto e tale era il rispetto per il pane che, a tavola, non doveva mai essere posizionato capovolto.

I bambini poveri, per i quali, ovviamente, non valeva il Metodo Montessori, non avevano mai voce in capitolo. Anche a tavola la prima porzione (la razion) era per il babbo, la mamma invece sacrificava la sua parte (a no fema) e aspettava i nostri scarti. Capitava che a cena ci fossero le poveracce, raccolte sulla battigia dal babbo, condite con un filo di olio, un pizzico di aglio e prezzemolo, fatte aprire nella loro acqua. Ho visto la mamma “ripassare” i gusci vuoti per succhiare e sgatol con il pane nel pugno.

Non c’era orto, né giardino, né terrazzo… i poveri di città dovevano comperare tutto! La spesa era giornaliera, le quantità essenziali, la pasta, sfusa, sempre dello stesso formato per assicurarne il massimo utilizzo, l’olio nella bottiglina dell’aranciata San Pellegrino, chiusa col tappo di sughero. Sfusi erano anche il pepe, la conserva, la farina, lo zucchero. Il vino si comprava nella Cantina.. dai Reduci, dalla Gigia, un bottiglione da due litri, al giorno. L’acqua si rendeva più gradevole e frizzante con le “bustine” (Idrolitina) e d’estate, insieme alla frutta, veniva tenuta in fresco in una bacinella con un pezzo di ghiaccio venduto, a stecche, in Via Clodia, più nota per ben altro commercio. Quando scarseggiavano i soldi, l’effetto frescura si otteneva lasciando scorrere a filo l’acqua del rubinetto.

Il rubinetto, in ottone, era (è il caso di dire) l’unica fonte erogatrice. Da lì si traeva l’acqua per cucinare, lavarsi, pulire la casa. Era perennemente “spallato” (è rubinet è perd) e i moccoli serali del babbo si ispiravano e crescevano durante la fase di riparazione con canapa (la canva) e guarnizioni rimediate dai copertoni e dalle vecchie camere daria delle biciclette.

Già la bicicletta… non era solo un mezzo di trasporto, era un veicolo di divertimento, uno strumento di abbordaggio, un marchingegno da assembleare, un bene da custodire, l’emblema dello stile di vita di quegli anni.

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