“Nù zcòr in dialèt…”

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Pubblicato la prima volta il 15 Settembre 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Nù zcòr in dialèt si nà tvè mèl a scòla…”

Mi piace ricordare la raccomandazione di un primo giorno di scuola di quegli anni ’50. I nostri genitori ci esortavano a non esprimerci in dialetto perché sarebbe stato penalizzante, soprattutto nella scrittura: non era un modo per rinnegare le proprie origini, la propria identità, era il rispetto riverenziale verso quella scuola che non avevano potuto frequentare, non almeno in senso completo.; era il desiderio di riscatto per i proprio figli, “tvò arvenzè un zucòun?”, affinchè si aprissero loro maggior opportunità o, quanto meno apprendessero maggiori competenze, sì anche nel parlare “perché quand’un è sa zcòr.. in ne frega nisùn…”. Tuttavia anche se a casa ci imponevano di parlare in italiano, quelle parole dialettali che i genitori usavano in prevalenza, ci ronzavano fisse nella testa. In quelle parole non c’erano solo i suoni familiari, ma tutto il nostro bagaglio linguistico e, quindi letterario. Ricordo che durante una lettura in classe sbagliai l’accento di “supèrfluo” che pronunciai “superflùo”..scatenando risate e versacci.. e come avrei potuto riconoscerlo dal suono della pronuncia? Quando mai in casa nostra quel termine poteva entrare in un discorso? Così quando sentii una compagna parlare di una sua cura basata sulle “iniezioni” ci misi non poco a capire che si trattava di quelle che avevamo sempre chiamato “punture”, quelle che ci faceva la vicina di casa con la stessa siringa in vetro e lo stesso ago, buono per tutti i dosaggi, sterilizzato con la bollitura dentro quel contenitore di latta chiuso a levetta…”ohh che male! “ Sé purèina l’èg l’è spuntèd!”. Sì, capitava spesso. E capitava anche di tradurre dal dialetto all’italiano, così la credenza da “credènzòun” diventava “il credenzone”, “la partugala” la portogalla.

Ma la diversità rispetto ai bambini appartenenti a famiglie della borghesia di allora, commercianti, medici, avvocati, non era solo nella ricchezza di linguaggio. Abitando in via Cairoli, frequentai, in pieno centro la scuola Ferrari. Lì i poveri erano in minoranza e, quindi, ancor più isolati. Noi coi nostri astuccini di legno (il mio poi era già stato usato da mio fratello) con dentro sei pitturini, i colori essenziali, pure quelli di legno, ridotti oramai a mozziconi a forza di “temperarli” col coltello da cucina, un residuo informe di gomma annerita dalle mani che se l’erano passata, una matita quasi sempre spuntata.. quando la mia compagna di banco, figlia di un noto avvocato, aveva l’astuccio in pelle che si apriva come un libro, da un lato penne, matite di vari numeri, gomme, righello, temperini, compasso (???!!!!), dall’altro trentasei pastelli, loro li chiamavano così, lunghi, perfettamente appuntiti con diverse sfumature per ogni colore. Che poi la gomma era pressochè inservibile perche “cancellare” era considerata colpa grave e quando lo sfregamento finiva per cancellare le righe del foglio di quaderno, si cercava di ricostruirle con matita e righello ma chiaramente la pezza era peggio del buco anche se, l’apice del disonore, si raggiungeva quando lo sfregamento procurava il buco…lì si era additati alla gogna dell’intera classe…

Ma le “differenze” non erano solo nelle cose, quelle che ferivano di più erano tra le persone. Ed anche la maestra faceva parte di quel tempo. Così nonostante sapesse che abitavo in un’unica stanza con tutta la famiglia, dato che nel tragitto, passando davanti casa mia, mi prelevava sui gradini del portone, dava il tema “Le ore liete che trascorro nella mia cameretta” o pur sapendo che non avevo mai visto un’enciclopedia e raramente anche i libri, dava, per compito “la ricerca” ovvero un approfondimento di carattere storico o scientifico sui vari argomenti. Non sarà un caso che episodi di quel tempo sono rimasti impressi procurando i loro effetti sulla personalità che poi mi sono portata dietro negli anni. Dalla nipote della direttrice che, entrata in classe ai primi di dicembre, dato che sapeva già leggere e scrivere, divenne subito capoclasse col banco posizionato davanti a quello di tutte le altre.. alla storia del bidello che ho già raccontato e che riporto perchè da quella si può trarre una lezione universale. La maestra ci aveva indicato la modalità di comportamento verso gli adulti che fossero entrati in classe, vale a dire, alzarsi in piedi e salutare. Così quando entrò il bidello, mi alzai e “buongiorno sig. bidello”. Ma la maestra: “per il bidello non serve”.

In un attimo mi tornarono in mente i commenti positivi che sentivo in famiglia verso il bidello che aveva il suo ruolo nella società e, soprattutto, un lavoro sicuro mentre il babbo era legato alla precarietà degli imbarchi… per cui, pur se piccolina, mi chiesi “ma se il bidello non conta niente…. mio babbo”?

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