Parlate riminesi #2

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Piazza Cavour [Archivio Chiamami Città]

Pubblicato la prima volta il 7 Settembre 2016 @ 17:27

Piazza Cavour [Archivio Chiamami Città]
Piazza Cavour [Archivio Chiamami Città]
Questa volta devo chiedere ai miei lettori un po’ di pazienza, perché per affrontare alcuni aspetti del riminese devo allagare il discorso, sia nel tempo sia nello spazio.

(L’ultima volta che ho cercato di presentare in modo rigoroso ed esauriente il discorso che sto per fare ho scritto alcune centinaia di pagine, mentre ora vorrei cavarmela con due o tre paginette, per consentire a chi mi legge di farsi un’idea generale su alcune questioni. Sarà pertanto inevitabile fare parecchie semplificazioni, che farebbero storcere il naso agli esperti, ma qui il mio scopo non è principalmente il rigore scientifico.)

Per quel che riguarda il tempo, bisogna tornare indietro di una quindicina di secoli, all’epoca in cui l’Impero Romano si stava disgregando. Finché l’Impero rimase coeso, in gran parte del suo territorio si parlò una lingua piuttosto uniforme, con varianti locali che differivano fra loro per caratteristiche secondarie, le quali comunque non compromettevano la comprensione reciproca. Basti considerare, a questo proposito, la composizione delle legioni romane, che spesso accoglievano militi provenienti da diverse regioni dell’Impero, e tutti dovevano intendersi fra loro e comprendere gli ordini dei loro superiori. Inoltre le legioni si spostavano continuamente da una parte all’altra dell’Impero, e nei loro spostamenti venivano in contatto con molti civili (ad esempio coloro che fornivano il vettovagliamento), per cui anche questi dovevano conoscere la lingua parlata dai legionari.

Ora, questa lingua era il latino, ma chi ha studiato il latino a scuola non deve pensare alla lingua che si trova nei testi di Cicerone e di Cesare. La lingua che si studia a scuola era il latino classico, fissato dai letterati in una forma codificata e statica diversi secoli prima, mentre la lingua parlata dal popolo nel frattempo si era trasformata. Questo “latino popolare” viene detto, tecnicamente, “volgare”, perché era quello parlato dal volgo.

Anche chi non si occupa di linguistica, intuitivamente si rende conto che fra le lingue sussiste una “parentela”. Ci basta ascoltare per qualche minuto uno spagnolo o un francese per renderci conto che le loro lingue sono simili all’italiano, e anche la maggior parte dei dialetti italiani presenta non poche similitudini. Come avviene anche nel mondo animale, tali similitudini sono dovute all’esistenza di un “progenitore comune”: alcune lingue si somigliano perché derivano da una stessa lingua. Ebbene, tutte le lingue che “somigliano all’italiano” derivano proprio dal latino volgare che si parlava nell’Impero una quindicina di secoli fa. Per questo motivo si dicono lingue “neolatine”, o anche “romanze” (chi ama leggere i “romanzi” sappia che questo genere letterario si chiama così perché in origine era diffuso soprattutto nella letteratura… romanza – nel senso di neolatina).

Com’era fatto questo latino volgare?

Per farsene un’idea, si tenga presente che fra tutte le lingue romanze quelle che si sono modificate di meno, cioè che sono rimaste più simili all’antico volgare, sono i dialetti dell’Italia centrale, fra i quali si trovano anche i dialetti toscani che, come sappiamo, hanno costituito la base dell’italiano. Dunque, una quindicina di secoli fa in Toscana si parlava una lingua piuttosto simile ai dialetti toscani; ma una quindicina di secoli fa anche in Romagna si parlava quella lingua, e i dialetti toscani sono molto simili all’italiano. Ne viene che una quindicina di secoli fa in Romagna si parlava una lingua piuttosto simile all’italiano. Si diceva PALO, GATTO, LADRO eccetera (qui e in seguito scriverò in maiuscolo il latino,

anche quello volgare).

Ho detto che c’erano comunque delle differenze locali. Ad esempio “granaio, pollaio” si dicevano GRANARO, POLLARO; “è stato, è andato” si dicevano È STADO, È ANDADO; “fuoco” si diceva FUOGO (che ricorda lo spagnolo ‘fuego’).

Ecco, i dialetti romagnoli derivano da questa lingua.

Ora, tutte le lingue si trasformano continuamente nel tempo, ma finché un territorio resta coeso, con frequenti contatti fra coloro che lo abitano, le trasformazioni avvengono in modo piuttosto uniforme in tutto il territorio (con differenze locali secondarie). Invece quando le parti di un territorio restano relativamente isolate, anche le lingue che si parlano nelle varie parti si trasformano in modo indipendente, differenziandosi sempre più col passare del tempo, fino al punto che chi parla una di queste varianti non riesce più a comprendere coloro che parlano le altre. È così che si sono differenziati i dialetti che si parlavano in Francia da quelli che si parlavano in Spagna; quelli che si parlavano nell’Italia settentrionale da quelli che si parlavano nell’Italia centrale, eccetera.

Quanto alla Romagna, per un po’ di tempo la lingua si sviluppò in modo piuttosto uniforme in tutta la regione, ma ad un certo punto le divisioni locali furono sufficienti per produrre delle divergenze. È così che si sono differenziati i dialetti romagnoli, che cambiano da città a città, da paese a paese, e addirittura anche da un borgo all’altro di una stessa città.

Davide Pioggia

(segue)

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