Parlate riminesi #1

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Piazzetta delle "Poveracce"

Pubblicato la prima volta il 28 Agosto 2016 @ 20:05

Piazzetta delle "Poveracce"
Piazzetta delle “Poveracce”

Vorrei fare alcune riflessioni su “Rimini sparita” descritta dal punto di vista dello sviluppo delle varie parlate dialettali.

Dico subito che la distribuzione e lo sviluppo dei dialetti non sempre hanno una corrispondenza puntuale con gli sviluppi storici. Ad esempio capita di individuare dei confini che (almeno apparentemente) non trovano una spiegazione nella documentazione storica. Tuttavia capita anche che si colgano delle corrispondenze fra le ricerche degli storici e quelle dei linguisti. Dunque chi conosce la storia di Rimini talvolta troverà, nelle mie suggestioni, conferme di cose che già gli sono note; altre volte questa corrispondenza viene a mancare, e può anche capitare che le indicazioni linguistiche risultino poco compatibili con le ricostruzioni storiche. In ogni caso si può cercare di ragionare assieme e pacatamente, senza pretendere di avere in mano chiavi interpretative di validità assoluta.

Dicevo delle parlate riminesi. Queste si possono suddividere in vari gruppi e sottogruppi, a seconda di quali caratteristiche si vogliano considerare discriminanti. Ad esempio Dante Alighieri, nel suddividere le lingue che oggi chiamiamo neolatine o romanze, si concentrò sull’avverbio che queste usavano per affermare, individuando tre grandi gruppi: quelle del “sì”, quelle dell'”oc” e quelle dell'”oil”.

Se Dante si fosse concentrato su altre caratteristiche, avrebbe ricavato una diversa ripartizione. Nel caso di Rimini, una possibile ripartizione prende le mosse dal nome della città, che in alcune parlate è ‘Rémmin’, in altre è ‘Rémmne’, e in altre ancora è ‘Rémmni’.

(Immagino che alcuni di coloro che mi stanno leggendo saranno infastiditi da quella doppia m. In parte hanno ragione, perché quella non è una vera e propria doppia, come ad esempio nell’italiano “mamma”. Si tratta infatti di un semplice allungamento, che dovrebbe indurre chi legge a mantenere breve la vocale che precede la m. Tanto per capirci, nel dialetto riminese “mela” si dice come in italiano, cioè ‘méla’; invece “mille” si pronuncia tenendo breve la é e allungando un poco la m che segue. Questa cosa non può essere espressa in modo appropriato usando la grafia dell’italiano, ma se vogliamo adattare questa grafia al riminese possiamo scrivere ‘mélla’ per “mille”. In ogni caso tutti i riminesi che conoscono il proprio dialetto sanno se il loro interlocutore sta dicendo “mela” o “mille”, quindi c’è una differenza fra le due parole dialettali, e se vogliamo mostrare nello scritto tale differenza dobbiamo trovare un modo per scriverle diversamente, anche adattando alla meno peggio la grafia dell’italiano, come ho fatto io qui sopra. Usando un sistema ancora più esotico, avrei potuto dire che in riminese “mela” s dice ‘méela’ e “mille” si dice ‘méla’, mettendo così in evidenza la diversa durata delle vocali; in questo modo avrei evitato il raddoppiamento grafico delle consonanti, ma ci sarebbe stato da discutere parecchio su quella doppia é. Il fatto è che l’italiano ha una fonetica più semplice di quella dei dialetti romagnoli, e il sistema grafico che va bene per scrivere l’italiano è comunque inadeguato per scrivere i dialetti romagnoli. Volendo adattarlo a questi, lo si dovrebbe integrare con altri segni, ma questo è un discorso che sarebbe troppo lungo e ci porterebbe troppo lontano.)

Una diversa suddivisione delle parlate riminesi si ottiene considerando la parola corrispondente a “chiesa”. In alcune parlate è ‘céša’, in altre buy levitra uk africa è ‘ciša’.

(Qui ho usato il segno š per indicare la consonante che si trova ad esempio nell’italiano “rosa”, diversa da quella che si trova ad esempio nell’italiano “sole”. Se anche in italiano adottassimo la stessa distinzione, scriveremmo “roša” e “sole”. In italiano questa distinzione non è molto importante, e per questo lo si è scritto senza distinguere le due consonanti, ma nei dialetti romagnoli tale differenza è importante. Ad esempio in riminese se dico ‘cusèin’, con la consonante che c’è in “sole”, significa “cuscino”, mentre se dico ‘cušèin’, con quella che c’è in “rosa”, significa “cugino”. Se dico ‘la séda’ significa “la sete” oppure “la seta”; se dico ‘la šéda’ significa “l’aceto”.)

Queste diverse suddivisioni in parte si intersecano fra loro. Così ci sono parlate in cui “Rimini” si dice ‘Rémmin’ e “chiesa” si dice ‘céša’, ma si possono avere anche altre combinazioni. Riporto qui di seguito le combinazioni possibili:

RIMINI CHIESA
Rémmin céša
(Rémmin cìša)
Rémmne céša
Rémmne cìša
(Rémmni céša)
Rémmni cìša

Alcune di queste combinazioni le ho riportate fra parentesi, perché sono relativamente rare, e ritengo che si siano prodotte recentemente, in seguito al rimescolamento delle parlate originarie. Questo ovviamente non significa che un riminese che dica ‘Rémmin’ e ‘cìša’ faccia qualcosa di “sbagliato”, o sia meno riminese di altri; semplicemente testimonia quello che a mio avviso è uno sviluppo più recente, e per certi versi la sua parlata può essere anche più rilevante di altre.

(segue)

Davide Pioggia

3 Commenti

  1. Interessante e piacevole da seguire specialmente da chi non lo ha quasi mai parlato spesso ascoltato.spero di poter continuare a seguirvi.

  2. Sicuramente un riminese sa se l’interlocutore dice mille o mela…dato che per la secondo usa il termine còcca!!! Madonna la nonna che testa che mi faceva con la còcca, che per me è sempre stato un nome onomatopeico che richiama quello scrocchiare fragrante quando la addenti. Mah..chissà…abbiamo spieghe al riguardo di sta benedetta còcca (probabilmente tocca vedersi di persona per far sentire come lo pronuncio se non si conosce il termine).
    Tanto per capirsi la nonna era classe 1900 nata al ponte rotto e scresciuta in via del lavatoio.

    Dai dai che è la volta buona che mi imparate a scrivere inindialetto (come si dice da bdòc arfat).

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