02e3bd63_oCapitolo 4 – 1223 Sant’Antonio e la mula

– Ancora a giocare con quel gatto! – il padre di Brando agitò minacciosamente il dito davanti al viso del figlio – ti avevo pur detto di scaricare dal carretto tutte quelle balle di tessuto!

– Lo sto addestrando, padre – rispose Brando.

– Addestrando? Il gatto? E a fare che?

– Gli sto insegnando a guidare la mula. Ti ricordi quegli strani animali con le gobbe che abbiamo visto lo scorso anno al caravanserraglio? Quelli con l’andatura ondeggiante che poi piegavano a terra le zampe per far scendere il guidatore? Guarda padre. – Fece avanzare il carretto trainato dalla mula per qualche metro poi si rivolse al gatto –

– Rimax, ferma la mula.

Il gatto lo guardò serafico, adagiato sul mucchio di stracci che per qualche sua recondita ragione da alcuni giorni aveva eletto a suo domicilio preferito, fermo, immobile, a parte la punta della coda che fremeva e batteva nervosamente sul polveroso selciato.

– Rimax! Muoviti! Vieni qui e ferma la mula – ripeté stizzito Brando, ma il gatto non se ne diede per inteso, anzi, con fare mellifluo si distese ancora più languidamente nello sprazzo di sole che filtrava nel magazzino dalle porte spalancate.

– Dai Brando – gridò il padre dietro al figlio che però già stava affrettando il passo per conto suo – ferma quella mula prima che esca in strada e perda tutto il suo carico. Impara a guidarlo tu il carro e lascia il gatto al suo vero compito che è quello di tenere la casa libera dai sorci!

Ormai però la mula era uscita dal cortile e così il ragazzo fu costretto a guidarla per alcune decine di metri lungo la tortuosa e stretta stradina che costeggiava la chiesa fino ad arrivare nella piazza del mercato dove avrebbe potuto più agevolmente girare il carro e tornare a casa. Giunto nella piazza si guardò nervosamente intorno: ultimamente gli abitanti del suo quartiere non erano ben visti dal resto dei cittadini, ed era preferibile non trovare con loro motivi di contrasto.

Riportò il carro a casa e scaricò le balle così come gli aveva ordinato suo padre, poi prese il gatto e si andò a piazzare davanti alla mula che era ancora impastoiata fra le stanghe del carretto.

Spiegò al gatto e alla mula quello che voleva facessero, quello che aveva visto fare al cammelliere e al suo animale l’anno addietro quando a un ordine preciso un cane a forza di abbaiare e correre di qua e di là fra le zampe del ruminante lo aveva costretto a fermarsi e a inginocchiarsi per far scendere il padrone. Brando ne era rimasto estasiato e da allora cercava anche lui di ottenere lo stesso risultato. Fino a quel momento inutilmente. Purtroppo un cane non l’aveva…

Quando entrò in casa suo padre era a colloquio con un visitatore che Brando non aveva mai veduto prima. Andò alla brocca dell’acqua, bevve direttamente dal vecchio mestolo di legno e, cercando di capire cosa si stessero dicendo i due, prese il gatto e andò a sedere sulla seggiola davanti alla finestra tenendoselo sulle ginocchia.

– Anche la fossa dei mulini la chiamano così, adesso, Fossa Patara – stava dicendo suo padre, che si chiamava Bonovillo – tutto questo quartiere ormai è diventato il quartiere degli eretici; relegati qui quasi fosse un ghetto. Ci hanno affibbiato il nomignolo che nella tua città affibbiano alle discariche di rifiuti, quasi fossimo feccia! Non c’è ancora stato nessun atto di violenza ma i tempi sembrano maturi perché qualcosa accada… non sono tranquillo per niente né per la mia famiglia né per i miei amici. Invece a Milano com’è la situazione?

L’uomo seduto al tavolo assieme a suo padre sospirò profondamente e giocherellò con la coppa in terracotta piena di vino che aveva davanti.

– Non bene – disse – anche a Milano siamo malvisti o sopportati a stento ed anche se ancora non siamo stati apertamente accusati di eresia è ormai solo questione di tempo. Purtroppo non siamo nobili e nemmeno apparteniamo al clero, classi che vivono sulle spalle della plebe e cioè sulle nostre spalle. Noi siamo la classe commerciale che pian piano sta emergendo, ed anche se non abbiamo nobili natali molti di noi hanno studiato e sanno leggere, scrivere e far di conto. Il clero ha dimenticato le parole di nostro Signore, si circonda di concubine e vive nella ricchezza e nel peccato. Le cariche religiose vengono comperate e vendute. E noi che rivendichiamo un ritorno alla parola più vera delle Sacre Scritture non abbiamo il diritto di parlare! –

E’ vero – assentì Bonovillo – ciò che diciamo è quello che afferma il Vangelo ma unicamente per il fatto che accusiamo le malefatte del clero commettiamo reato di lesa maestà. Da non credere.

– Dicono che domenica verrà ad officiare la santa messa un frate dal convento di Montepaolo.

– Sì, è un sant’uomo che si chiama Antonio. E’ quello col quale ho fatto la scommessa.

– Scommessa? – chiese il visitatore.

– Gli ho giurato che mi sarei convertito pubblicamente solo se la mia mula si fosse inginocchiata davanti all’ostia consacrata.

– Ah, ah – rise l’altro – certo un evento che ha poche possibilità di avverarsi!

– Sicuro – ribadì Bonovillo – tanto più che terrò la mula a digiuno per tre giorni prima di allora e che incaricherò un servo di portare con sé della biada per attirarla lontano dal frate!

Rimax aveva continuato a ronfare sommessamente acciambellato sulle ginocchia del ragazzo, un fremito saltuario delle lunghe orecchie a sottolineare però che non era affatto assopito come appariva. Quando gli adulti si alzarono ridendo da tavola, allontanandosi, anche lui si riscosse e saltò giù, dirigendosi verso la stalla.

Antonio trasse dalle profondità del saio un piccolo cartoccio e lo svolse delicatamente. Rimax gli si strusciava il muso contro le gambe nude, la coda ritta ed un sommesso miagolio.

– Aspetta gatto, dammi tempo, non avere fretta – disse il frate – togliendo dal pacchetto in cui erano avvolti due piccoli pesci.

– Guarda cosa ti ho portato, briccone, pescati freschi freschi per te come quelli dell’altro giorno. Tieni, mangia.

Così dicendo Antonio gettò i pesci al gatto e per un po’ lo guardò mangiare prima di riscuotersi e rientrare in chiesa: doveva ancora dire messa quella mattina e poi cercare di convertire almeno un’anima…

Bonivillo avanzava nella folla verso Frate Antonio tirandosi dietro la mula assicurata a una cavezza che stringeva nella mano. Intanto seguiva con la coda dell’occhio i movimenti del suo servo incaricato di portare il sacco con la biada.

– Eccomi – disse al frate che vedendolo aveva già alzato davanti a sé l’ostensorio – come ti avevo promesso sono venuto con la mia mula, pronto per essere convertito – e si toccò in un certo modo il berretto di panno che indossava, il cenno convenuto con il servo perché questi spargesse la biada lontano dal frate e dall’ostia consacrata.

Rimax sbucò in quel momento fra la selva di gambe della folla che circondava il frate e si andò a fermare davanti alla mula, accovacciandosi con le zampe anteriori ritte, la coda arricciata a circondarle. Un impercettibile cenno d’intesa corse fra i due animali.

Lentamente la mula si inginocchiò.

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