“Ciàpa la spòrta e via che và…”

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Pubblicato la prima volta il 25 Agosto 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Ciàpa la spòrta e via che và…”

Così iniziava, come nelle favole, una filastrocca che, insieme alle cantilene, alle ninna nanna venivano recitate e/o cantate ai bambini più piccoli per calmarli durante i pianti, per favorire loro il sonno o, semplicemente, per farli divertire, per ridere assieme…
Ninna oh, ninna oh, questo bimbo a chi lo do, se lo do all’uomo nero me lo tiene un anno intero, se lo do all’uomo bianco me lo porta al campo santo…”: di poesia, nelle tradizioni popolari, ce n’era poca, la rima sì quella era importante ma le storie affondavano nella notte dei tempi, quando i lupi mangiavano davvero i bambini- e non solo – e la sopravvivenza era già un risultato clamoroso.

Negli anni ’50 la situazione si addolcisce ma i bambini non sono ancora protagonisti nella vita famigliare. E’ la mamma che se ne deve occupare in via esclusiva: se qualche babbo si faceva vedere in giro con una carrozzina passava per “un bambòz”, ovvero “in clà chèsa è cmända la Frènza”; un uomo che si prestasse a funzioni riconosciute in capo alla donna veniva percepito come soggetto debole, un “pataca” insomma. E che i bambini piangessero era considerato del tutto normale: “magnè l’ha magnè, cambièd l’è cambièd”, dunque di cosa poteva aver bisogno, soprattutto se ancora in fasce?

Si, perché allora i bambini venivano fasciati! Piccole mummie che, al momento del cambio, venivano srotolate sul letto matrimoniale tirando la fascia… e non erano poche le volte in cui il pianto era dovuto alla spilla (da balia) che alla fine dei giri teneva ferma quella morsa e che spesso si apriva forando. Poi “presa la tetta”, ché così si diceva, pulita la bocca “sé bavusèin” che portava impressa per giorni l’impronta del latte rappreso con quell’odore acre (ad grìs) che si mescolava a quello del borotalco, il figlioletto veniva messo nel lettone, in mezzo, fermato, a mò di sicurezza, da due cuscini laterali perché, il più delle volte non c’erano culle né lettini; che io ricordi né carrozzina né passeggino, tantomeno il girello.

Ricordo, invece, una cassetta dove venivo riposta, nella fase che precede i primi passi, quando mio fratello, tirandola con una corda, mi portava in giro per i corridoi del palazzo. C’era una certa ostilità al “ciuccio”, probabilmente perché anche quello costava troppo così ho visto più volte “rimediare” con uno straccetto riempito di zucchero, legato per formare il rigonfiamento che poi veniva messo in bocca; allo stesso modo venivano confezionate le bambole “ad straz”, con una pallina che ricoperta di stoffa diventava la testa della pupazza. La crescita, dopo le poppate, veniva sancita dalla bilancia che solo le famiglie agiate potevano procurarsi a nolo, le altre andavano “ad occhio”. Tuttavia quando il tempo lo permetteva, i “nervi” spesso a fior di pelle, lo consentivano, scattava il momento della ninna nanna, della canzoncina dedicata… credo più o meno uguale in tutte le case.. ma qui mi piace riportare le variabili suggerite dalla fantasia della mamma, in dialetto ed in rima..non di rado di contenuto volgare chè tanto ai bambini arrivava il suono, l’assonanza delle parole, la cadenza della voce… non certo il significato…perché il dialetto spegne ogni volgarità facendo sgorgare le parole direttamente dallo stato d’animo..che, per questo, non vanno interpretate in senso letterale… in quel “azidènt ma tè e clà putèna clà t’ha fiè..” in realtà c’era tutto l’amore materno di chi si assumeva ogni responsabilità anticipando su di sé il giudizio negativo…

Del resto, non diversamente dall’orco ma con ben altra motivazione, usciva dalla bocca della mamma “vèin i qué cat dag un mòrs..”… “at magnarìa”. Così a “C’era una volta Beccarivolta, ciapa la spòrta e via che và..” la mamma aggiungeva “clà putèna dlà tu mà, la tù mà in cumpagnìa, clà putèna dlà tu zia…”…”pigùlìn che pigolava nelle braghe si cagava, se non c’era suo fratello si cagava nel cappello” ..”… ”Tcì bèla cmè cùl dlà padèla, è cùl dlà padèla l’è tänd e tè tcè la pió bèla de mänd”; non di meno con le canzoncine pubblicitarie… “la Susanna va in campagna sènza un pél ma la castagna“.

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