Le Lire

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Pubblicato la prima volta il 27 Agosto 2014 @ 00:00

In quegli anni talmente poca era la confidenza con il denaro, che nessuno chiamava le Lire col loro nome.

Non c’è dubbio che sul denaro sia stato detto tutto ma è anche certo che la percezione dello stesso dipenda da tante variabili, così come la sua definizione. Quella legata al ceto sociale, ad esempio, distingue il “denaro” di chi lo identifica con un capitale, un insieme di beni, dai “soldi”, definizione più comune tra quelli che ci devono fare i conti con cadenza ricorrente, che devono dividerli, “fè i muccet”: tanto per l’affitto, tanto per il vitto, le bollette. Non a caso nei proverbi il termine “denaro” si accosta a grandi prospettive, come: “il denaro non fa la felicità” mentre i “soldi” diventano un parametro per “pesare” le persone: “t’an vèl du sòld” o per definire le disuguaglianze sociali “i sóld i f’andè l’aqua d’in só” o, paradossalmente, il contrario della ricchezza: “an’ho un sóld da sbàt sa cl’elt”.

C’era un’espressione ricorrente, un tempo, nei ceti più modesti. Chi si sentiva appellare con “signor”, definizione oggi sicuramente e propriamente generalizzata, rispondeva con: “e’ signor l’è mòrt in crósa”. Non era spregio per la divinità, ma Sgnòr con la S maiuscola era il re dei Cieli, con la s minuscola era quello ricco su questa terra. “Nu guerda ma lor, lor je sgnor” ovvero loro hanno i soldi, le possibilità. E le donne che prestavano servizio presso le famiglie ricche o comunque benestanti chiamavano la datrice, “la mia signora”. Dunque non si era “signori” per nascita. E non, con questo, che mancasse il senso della dignità e della fierezza, racchiuso in altro modo di dire “e’ padro u’ l’a e’ chen” ma non di meno il mondo si divideva in sgnor e purett, almeno fino all’arrivo, con gli anni ’60, del supercitato boom economico. E, all’inizio, la resa non fu incondizionata, il ricordo o, meglio, la paura della povertà era sempre là sullo sfondo tanto che, tra le esigenze primarie, c’era quella di tenere “qualcosa da parte” perché “un si sa mai.. s’ut capita un spein”.

Ma degli anni ’50, da bambina, ricordo che pur essendo in vigore le Lire quella parola non la usava nessuno. C’era un senso di separatezza dalla ricchezza o dall’agiatezza che si esprimevano in lire, quasi un “non oso”, come se citare “le lire” significasse dare troppa confidenza a degli estranei. Così le cento lire diventavano “zent scud”, le mille lire erano “i mèl frènc”, ad ogni richiesta di spesa ci si sentiva rispondere “in gnè i baiocc”, “non ci sono i flucchi”, retaggi di antiche signorie, eserciti, domìni di epoche in cui era ancora diffuso il baratto e lo scambio tra cibo e lavoro. E solo ai bambini la risposta negativa veniva ingentilita con un “non ci sono i dindini” accompagnato con il gesto del pollice sfregato contro l’indice. In un unico caso le lire venivano in auge, quando la cifra era veramente alta, l’acquisto importante, inderogabile: la “mubelia”, ovvero il mobilio, l’arredo, seppur essenziale, della casa, il motorino del capofamiglia necessario per le lunghe trasferte sul lavoro. In questi casi i soldi diventavano dei “buoni”.. “cla roba l’a me còsta un oç, ho spes dies bòn da mélla!”.

Del resto era il 1939 quando si cantava “se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare sarei certo di trovare tutta la felicità”. Nei primi anni 50 con mille lire, poco più dei 50 centesimi attuali, poteva fare la spesa giornaliera una famiglia, come la mia, di quattro persone, considerando che un chilo di pane costava 150 £, le uova 25 lire l’una, un chilo di patate 30 £, un litro di vino 120, 45 £ mezzo litro di latte e con 200-300 lire si poteva prendere carne sia pure sotto forma di fettine sottilissime da impanare o pesce fresco. Oggi non diamo alcun peso, del resto non ce l’hanno, alle monetine di bronzo. All’epoca ogni soldo aveva un valore. Non c’era spillatico. Non sarà un caso che il portamonete era chiamato “e’ scarslein”.

A proposito d monetine, ricordo che, nei momenti più critici, la mamma mi mandava alla bottega con quella del delfino, ad acquistare 5 lire di conserva, quanto bastava per il sugo del giorno, davanti allo sguardo sconsolato del bottegaio che, per quella cifra, passava la spatola di legno nel bidone di latta per poi “sporcare” il foglio di carta oleata. Ma, come già detto in altre occasioni, in quel tempo, a compensazione, c’era l’abilità delle nostre mamme che riuscivano a cucinare anche “al spuntaturi di azident”. Erbe passate in padella con l’aglio, da gustare con la piada, così lo stracchino, tra i formaggi meno costosi, che “filava” quando, sempre in mezzo alla piada, veniva riscaldato sulla piana della stufa. E la pasta e fagioli che veniva inzuppata con pezzi di pane raffermo (la stuveda) e patate, tante patate, che arricchivano le modestissime quantità di spezzatino, le frittate con ogni sorta di verdura, il fegato con la cipolla, zampette, testa ed interiora dei polli combinate “alla cacciatora”, la frutta di scarto recuperata grazie alla cottura nel forno. Aquadezza (o birela) rimediata in casa, con l’uva “trovata” nei campi.

Ogni strada veniva battuta per ovviare alla mancanza di denaro. Così si cercava nei cantieri la legna da bruciare nella stufa, si raccoglievano le erbe in periferia convinti che “la roba clè ti chemp l’è di dio e di sènt”, le poveracce ed i cannelli in riva al mare. Il riciclaggio più che una conquista ambientale rappresentava una necessità. Le vecchie ed infeltrite (inassedi) maglie di lana, cardate, finivano nell’imbottitura dei materassi in sostituzione del crine o, disfatte, venivano usate per confezionare calze “bustezzi”, la carta utile ad avviare e ravvivare il fuoco della stufa, i mozziconi del sapone andavano in bollitura nella pentola con gli strofinacci unti o con i pannolini (al pezi) delle donne. Gli indumenti più importanti, giacche e cappotti si tramandavano da parente in parente o trasferiti da amici o dai “signori” presso cui mamme e nonne si recavano come “donne di servizio”. Ed il pane era sacro: fresco in tavola quando era finito quello del giorno prima, raffermo nella zuppa del latte, grattugiato nell’impanatura, secco (un trocul) veniva dato ai bambini più piccoli che lo sfregavano sulle gengive “quand i fèva i dent”. Per evitare lo spreco delle briciole s’erano inventate che a lasciarle sul tavolo “gesù us na per mèl”.

Assai contenuto anche il costo delle utenze. L’acqua era gestita dall’ente pubblico che praticava costi pressoché simbolici mentre “la luce” era erogata dalla “società elettrica”. Ma pur in presenza di sole lampadine a corrente 125.. capitava che “ ja tajè i fil dla luce” e rispuntassero candele e lumi a petrolio. In inverno la stufa, che inghiottiva qualunque cosa fosse combustibile, faceva risparmiare sull’uso della bombola che alimentava i fornelli “del gas” durante il periodo estivo. Ricordo quelle pentole annerite dalle fiamme che le avvolgevano, quando, per accelerare il bollore, si toglievano i cerchi circoncentrici posti nel mezzo della piana. Dire che si risparmiava suonerebbe quasi ironico. C’erano dei veri e propri veti. Mai visto gettare cibo rimasto o lasciar scorrere l’acqua del rubinetto o accendere la luce prima del buio pesto. Erano già gli anni ’60, quando dividendo la cameretta con mio fratello.. aspettavo che il babbo si addormentasse per accendere la luce e leggere il giornalino od il libro avuto al Libro–Forum. Ed era freddo perché la stufa si lasciava spegnere mentre il letto veniva riscaldato con mille espedienti dal “prete” ovvero il baldacchino di legno con la brace da infilare nel lettone, al mattone bollente volto in un panno fino alla bottiglia, sì la bottiglia con l’acqua calda ed il tappo a valvola che, non di rado, si apriva con tutte le conseguenze del caso. E non mancavo i cappotti stesi sul letto che premevano sul corpo rendendo difficile ogni spostamento per cui si stava “tinchi” come “lombardoun”. Per disperdere il minimo di calore si usava l’espediente di tenere fuori dalle coperte solo il braccio che reggeva il libro, alternandoli. Mai detto, né sentito “non mi piace”…di fronte ad un piatto servito a tavola ed anche l’alternativa inventata ad hoc era durissima: o mangiar questa minestra o saltar giù dalla finestra. Del resto non esisteva un libero accesso al cibo, ognuno la sua razione in funzione dell’età e delle energie richieste. E la “roba” era contata: tre persone, tre mele. La maggior parte dei giocattoli, è risaputo, era realizzata manualmente: il carretto con le sfere, la fionda, la cerbottana, le bambole ricavate da stracci. Ricordo anche il “ciuccio” rimediato con un pezzo di stoffa, riempita, al centro, di zucchero ed annodata un filo. E i giornalini avevano girato talmente tante mani che lo sporco faceva gonfiare le pagine… perdendo di vista chi fosse stato l’acquirente originario. Mitica poi la risposta alla domanda “ babbo mi porti al cinema?”, “seh al Cinema Bianchini, via Lenzuoli, numero Cuscini”.

Chiaro che non esisteva la “paghetta” per i bambini. Solo più tardi, negli anni, si potrà chiedere alla mamma di trattenere il “resto” dei soldi della spesa.. 20 lire, 50 lire! Eppoi erano talmente scarse le occasioni di maneggiare il denaro che non si era acquisita alcuna abilità nello spendere. I faccendieri “avevano fortuna”, i “possidenti” come venivano chiamati allora, capaci investitori, aumentavano le loro ricchezze, mentre i lavoratori dipendenti vedevano i soldi una sola volta al mese, il giorno della paga, chè dal giorno dopo avevano già preso altre strade andando a chiudere i “buchi”, il conto della spesa nella bottega dei generi alimentare, la rata dei mobili o destinati a nuove inderogabili spese, l’acquisto di un paio di scarpe dopo che le vecchie avevano subito tutti i trattamenti dalla risuolatura, al cambio della tinta. Per i lavoratori precari attratti, anche perché costretti, dalla dalle bagge, erano sempre in agguato le fregature, articoli scadenti presi in “liquidazione” che, non di rado, arrivavano a casa già rotti per cui ricordo l’espressione del babbo: “i mi sóld i n’ha forza”. E’ noto infatti che alle famiglie dove vi fosse almeno uno stipendio sicuro, la bottega dei generi alimentari, quelli più importanti perché essenziali, faceva credito segnando sul librettino e recuperando la somma a fine mese. Più caute le macellerie che avevano il prodotto più pregiato e, quindi, più caro. In queste era comune il cartello esposto con “oggi non si fa’ credito” o più poeticamente “per colpa di qualcuno non si fa’ credito a nessuno”.

Credo di aver scoperto l’esistenza della banca quando un funzionario della Cassa di Risparmio venne in aula, alle elementari, a regalarci il salvadanaio di terracotta spiegandoci (a noi!) il valore del risparmio. Per contro i soldi, quelli ritirati dallo stipendio, si tenevano in una scatola di latta riposta sotto il mattone che, a sua volta, era sotto il baule. Sembra una scena tratta da un film di Totò e Peppino De Filippo.. ma era così! Sì perché il furto, ancor prima di essere un reato, era un espediente risaputo e, in un qualche modo, riconosciuto. Dunque era necessario prevenirlo. Allora le donne, quando andavano a fare la spesa, tenevano i soldi di carta nascosti nel solco del seno. Ricordo la nonna che li legava in un angolo del fazzoletto o li riponeva, non meno ingenuamente, nel cassetto del comò, in mezzo alla biancheria dove, i più facilitati a ritrovarli erano proprio i ladri generalmente appartenenti alla cerchia dei famigliari o degli amici che bazzicavano la casa. Ce ne sarebbe da dire!

Ma molte considerazioni sono state spalmate in altri racconti tematici, quello che preme sottolineare è che la condizione oggettiva negli anni del 50 o giù di lì aveva effetti diretti sul senso delle relazioni sociali e sul formarsi delle idee. Anche in mancanza di altro, la voglia di ritrovarsi, a partire dalle veglie o dai raduni davanti ai primi apparecchi TV, primeggiava su tutto. Non da meno la curiosità, il gusto di ascoltare chi aveva qualcosa da dire o raccontare, il piacere del tempo dedicato al cibo dalla preparazione alla fruizione, il senso di una bellezza naturale, il valore della simpatia, l’ammirazione per l’abilità che si può dimostrare anche nelle difficoltà..… lo dico perché chi, come me, ha vissuto l’infanzia in quel periodo, ne ha trattenuto l’imprinting o, per stare nel nostro, l’infezna.

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