Parlate Riminesi #3

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La "palàta" [Archivio Chiamami Città]

Pubblicato la prima volta il 18 Settembre 2016 @ 19:09

La "palàta" [Archivio Chiamami Città]
La “palàta” [Archivio Chiamami Città]
Nella “puntata” precedente ho detto che molti secoli fa in Romagna si parlava una lingua simile all’italiano, e finora ho scritto questa lingua usando la grafia tradizionale dell’italiano (l’unica particolarità è che la scrivo in maiuscolo), in parole come PALO, GATTO, LADRO, GRANARO eccetera.

Ora devo aggiungere che per comprendere lo sviluppo di quella lingua e la sua progressiva trasformazione nei dialetti romagnoli moderni bisogna usare una grafia un po’ più accurata di quella tradizionale dell’italiano, indicando sempre la posizione della vocale accentata, anche quando questa non si trova alla fine della parola. Scriverò dunque PÀLO, GÀTTO, LÀDRO, GRANÀRO eccetera.

(Anche in italiano ci sono vocali accentate e non accentate, ma purtroppo la grafia tradizionale dell’italiano non individua sempre la posizione dell’accento. Ci hanno insegnato a scrivere l’accento solo quando cade sulla vocale finale, per cui scriviamo “però”, ma se stiamo parlando dell’albero delle pere scriviamo semplicemente “pero”, non “péro”. Solo i vocabolari più accurati indicano l’accento in tutti i lemmi. Ad esempio nel Treccani l’albero è scritto proprio “péro”.)

La ragione per cui è importante segnalare in modo esplicito la presenza dell’accento è che, come vedremo, in Romagna lo sviluppo delle vocali accentate è stato ben diverso da quello delle vocali non accentate. Non solo, ma vedremo che tale sviluppo è dipeso da una serie di fattori: oltre a distinguere le vocali accentate da quelle che non lo sono, bisogna tener conto del contesto in cui si trovano le diverse vocali, le quali possono essere all’inizio, o alla fine, o in mezzo alla parola, possono essere seguite da una o più consonanti, e tali consonanti possono avere o non avere certe proprietà. Si ha, di conseguenza, una complicata casistica. E questa casistica, benché complicata, segue delle “leggi” piuttosto rigorose.

(C’è, per così dire, una “mirabile geometria”, solo che per coglierla pienamente bisognerebbe fare delle considerazioni approfondite sulle proprietà dei vari suoni che pronunciamo quando parliamo una lingua. Ciò non può essere fatto qui, almeno per ora. Eventualmente, se qualcuno è interessato, potremo cercare di approfondire in seguito. Dunque al momento mi limiterò a presentare la casistica, trattando caso per caso e facendo vedere come sono andate le cose in quel caso, senza cercare collegamenti profondi e sistematici con tutti gli altri casi.)

Dicevo che lo sviluppo delle vocali ha seguito delle “leggi” piuttosto rigorose. Ma queste “leggi” sono diverse da comunità a comunità: ogni comunità che nel corso dei secoli è rimasta relativamente isolata da altre ha attuato certe trasformazioni particolari e peculiari che col tempo, sovrapponendosi, hanno dato vita alle diverse parlate. E per produrre un “relativo isolamento” non era necessaria la distanza che intercorre da una città all’altra, o un ostacolo geografico: bastava spesso anche la separazione fra i borghi di una stessa città, o fra diversi strati socio-economici (come quello fra marinai e i cittadini, nelle città di mare).

Fatte queste considerazioni generali, cominciamo ad affrontare i singoli casi, o almeno alcuni di questi.

Tanto per cominciare, diciamo che le vocali non accentate in posizione finale nei dialetti romagnoli di solito cadono, con la sola eccezione della A, che invece si conserva. Ad esempio da GÀTTO e LÀTTE si hanno gli esiti ‘gàt’ e ‘làt’, perché la O e la E finali cadono. Invece da GÀTTA e LÀTTA si hanno gli esiti ‘gàta’ e ‘làta’, perché la A finale si conserva.

Vediamo ora di dire qualcosa sulle vocali accentate. Qui la casistica è più complicata, perché bisogna trattare separatamente ogni vocale. L’unica cosa generale che si può dire è che le vocali accentate non cadono mai; anzi, nei dialetti romagnoli esse diventano “dominanti”.

Cominciamo dalla A accentata. Quando questa vocale era seguita da una consonante doppia, di solito si è conservata. Abbiamo visto, ad esempio che da GÀTTO, GÀTTA, LÀTTE s’è avuto ‘gàt’, ‘gàta’, ‘làta’. Analogamente da SÀCCO, CÀLLO, PÀNNO si sono avuti gli esiti ‘sàc’, ‘càl’, ‘pàn’.

(Qui qualche lettore potrebbe avanzare un’obiezione circa il modo in cui ho scritto l’esito di SÀCCO, cioè sàc. La grafia tradizionale dell’italiano, disgraziatamente, usa lo stesso segno, ‘c’, per scrivere due diverse consonanti, che sono quelle che si trovano, ad esempio, in “casa” e “cera”. Analogamente si usa lo stesso segno, ‘g’, per scrivere le due diverse consonanti che si trovano ad esempio in “gatto” e “gelo”. Comunemente si dice che la consonante che si trova in “casa” è quella “dura”, mentre quella che si trova in “cera” è quella “dolce”. Ora, per sapere come dev’essere pronunciata la ‘c’, in italiano andiamo a vedere la vocale che segue, ma abbiamo visto che nei dialetti romagnoli spesso le vocali finali cadono, per cui ci sono molti casi in cui quei due suoni si trovano alla fine della parola, senza vocali che seguono. Come fare, allora, per distinguere la consonante dura da quella dolce alla fine della parola? Molti autori romagnoli in questa posizione scrivono ‘ch’ la consonante dura e semplicemente ‘c’ quella dolce; e così facendo hanno l’impressione di seguire la grafia tradizionale dell’italiano. Di conseguenza scrivono semplicemente ‘c’ e ‘g’ le consonanti dolci in posizione finale. Ad esempio scrivono vèc l’esito di VÈCCHIO. Ma, se fosse così, quando in italiano leggiamo parole come “tic”, “tic tac”, “zig zag”, dovremmo pronunciarle con le consonanti dolci, e per esprimere le consonanti dure dovremmo scriverle “tich”, “tich tach”, “zigh zagh”. Non è questa, però, la grafia dell’italiano. Per questa ragione io scrivo ‘c’ e ‘g’ le consonanti dure in posizione finale. Come faccio, allora, a scrivere quelle dolci in quella posizione? Evidentemente bisogna aggiungere qualche segnetto. Di solito mi limito ad aggiungere un apostrofo dopo la consonante, per cui per me l’esito di VÈCCHIO è vèc’.)

Dicevo che la A accentata davanti alle consonanti doppie si è conservata. Le cose sono andate diversamente davanti alle consonanti semplici, in parole come PÀLO, SÀLE, PÀNE, LÀNA. In questo caso si ha uno sviluppo variabile. In generale si può dire che il risultato in Romagna è una specie di ‘e’, ma poi le caratteristiche di questa ‘e’ variano notevolmente da un luogo all’altro. Nei dialetti tipicamente riminesi si ha una ‘e’ aperta, quella che solitamente si scrive ‘è’. Quindi gli esiti di PÀLO, SÀLE, PÀNE, LÀNA sono, rispettivamente, ‘pèl’, ‘sèl’, ‘pèn’, ‘lèna’.

(Anche nell’area riminese c’è comunque una certa variabilità. Già a pochi chilometri da Rimini si trovano, ad esempio, dei dialetti in cui non si ha una semplice ‘è’, ma un elemento vocalico costituito dalla successione di due suoni, il primo dei quali è prossimo ad una ‘a’. In questi dialetti l’esito di PÀLO non è ‘pèl’, ma una cosa che, almeno approssimativamente, possiamo scrivere ‘pàel’.)

(Ci sono poi alcune parlate di tipo riminese in cui l’apertura di questa ‘e’ dipende dalla consonante precedente. Per fare un esempio, consideriamo gli esiti di PÀNE e CÀNE. In molte parlate riminesi l’esito della A accentata è lo stesso, per cui si ha ‘pèn’ e ‘chèn’, ma ci sono http://www.cialispharmaciefr24.com/commander-du-cialis/ anche parlate in cui si dice ‘pèn’ e ‘chén’, perché l’esito dopo la ‘ch’ è una vocale più chiusa.)

A questo punto dovremmo andare a vedere cosa è accaduto nei casi in cui la A accentata era seguita da due o più consonanti, cioè in parole come BÀSTA, BÀRCA, SÀNTO, VÀNGA. Questa casistica è un po’ troppo complicata, e mi limiterò a dire che ci sono dei nessi consonantici che risultano equivalenti a una consonante doppia e altri che risultano equivalenti a una consonante semplice. Anche chi conosce poco il dialetto riminese sa, ad esempio, che si dice ‘bàsta’ e ‘vànga’, come in italiano, per cui possiamo dire che i nessi ST e NG sono equivalenti a consonanti doppie. Invece da BÀRCA e SÀNTO si sono avuti gli esiti ‘bèrca’ e ‘sènt’, per cui i nessi RC e NT risultano equivalenti a consonanti semplici.

(Ci sono delle ragioni per questi diversi comportamenti dei vari nessi consonantici, legate alle proprietà fonetiche delle consonanti, ma ho già detto che qui non posso entrare nei dettagli. Vedremo, al solito, caso per caso.)

Ora che abbiamo visto qual è stato lo sviluppo della A accentata nei vari casi, dovremmo andare a vedere gli sviluppi di tutte le altre vocali accentate del latino volgare. Ma non è mia intenzione trattare la casistica in modo esauriente, e basta quello che s’è detto fin qui per farsi un’idea di massima.

Alla prossima!

Davide Pioggia

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