Lasagne a Ferragosto

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Pubblicato la prima volta il 15 Agosto 2018 @ 00:00

Ancorchè oggi sia chiamata le festa di mezza estate, negli anni ’50 il Ferragosto era considerata la data che, di fatto, chiudeva la stagione del sole.

Questo, quando il clima non aveva i tratti tropicali che ha oggi e già il mese di settembre anticipava gli odori e gli umori dell’autunno Si aveva una sorta di percezione per cui, dal 16 agosto, il clima fosse comunque diverso, le giornate ovviamente più corte, l’aria calda solo in alcuni momenti mentre l’acqua del mare, più fredda, cambiava il cangiante dall’azzurro al verde. Al primo, vero temporale si riponevano gli abiti più scollati, rispuntavano i calzini, la mente dei bambini volgeva alla scuola, ai compiti della vacanze, ai nuovi libri da acquistare, al grembiule da rinnovare. C’era una superstizione a sfondo religioso tipica degli ambienti popolari per cui era sconsigliabile fare il bagno al mare il giorno del ferragosto, festa dell’Assunta perché, si diceva, “la madona ogn’an l’han tò un…”. Forse per questo ma non di meno per la mancanza di mezzi di trasporto, dalla via Cairoli, incolonnati, si andava a piedi al fiume, dove, la mamma raccomandava di stare attenti ai “gorghi”. Fazzoletto in testa tenuto unito con quattro nodi laterali, zoccoletti strascinati, slippino in stoffa tinta unita che, dopo il bagno seduti sui sassi del fiume come fossimo in una vasca, veniva sostituito da un costumino intero di lana che pizzicava sulla pelle ma che, secondo l’allora credenza, ci metteva al riparo dai malanni perché “du c’um pasa e’ frèd, un pasa gnènca e’ chèld”. E viceversa.

Ed il pasto, quello sì era eccezionale, trasportato in capienti borse dalle donne di casa e preparato tra la vigilia e la mattina stessa. Di rito le lasagne al forno che, allora, chiamavamo “tagliatelle verdi”. Ed il forno era quello della stufa a legna che, per l’occasione, veniva accesa in piena estate. Ricordo ancora la faccia di color viola della mamma che, mentre le lasagne erano in forno, cuoceva la piada sulla piana, rigirava il coniglio che “si asciugava” in un angolo dove il calore del fuoco arrivava smorzato… ed intanto il profumo dei peperoni ripieni, invasa la stanza, si avvertiva fin dalla strada. E come luveria finale arrivava l’anguria, una fetta per uno che, dice ancora la Elsa, “t’magn, bèv e tat lèv la faza”…. perché si affondavano i denti nella polpa fino a raschiare il verde della buccia… i più delicati sputavano i semi mentre gli altri li divoravano senza nemmeno accorgersene.. Le lasagne, come si facevano allora, erano un piatto prelibato, possibile solo nelle grandi occasioni ché, data la ricchezza degli ingredienti, avevano anche un costo elevato…un piatto da “sgnór”… non a caso.. ripreso anche dalle “pensioni” che l’avevano inserito nel menù domenicale. Credo ci sia tuttora. Alte, gonfie, gli strati di spoglia verdissima e spessa, irrorati da abbondante sugo di carne, la besciamella densa, gettate di parmigiano grattugiato al momento e quella crosta che si formava attorno, dopo aver increspato lo strato superficiale, segno dell’avvenuta cottura a puntino e che noi bambini ci contendevamo.

Oggi, per effetto del combinato disposto di surgelazione e micronde, appiano slavate e molli. Non poche le volte, anche allora quando la previsione meteoreologica era quella annunciata dal dolore dei calli, che passata liscia la mattinata, nel pomeriggio arrivasse la pioggia a porre bruscamente fine alla festa col desolato e rassegnato commento della mamma “un s’po’ fè mai un pchè cl’ava grèzia”.

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