Le interviste di R.S.: Elio Tosi

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© Archivio Chiamami Città

Pubblicato la prima volta il 19 Settembre 2018 @ 09:47

Elio Tosi non ha bisogno di presentazioni. O, meglio, bastano i nomi dei due locali che ha gestito lungo una carriera durata più di cinquant’anni per identificare la sua immensa capacità imprenditoriale e la sua inesauribile professionalità: Embassy e Paradiso, ovvero i sinonimi di dolce vita alla riminese nel senso più alto e raffinato del termine. Lo abbiamo incontrato perché ci raccontasse la sua straordinaria esperienza e portasse ai lettori la testimonianza esemplare di uno dei ristoratori che, senza peccare di esagerazione, “ha fatto la storia della Riviera“.

Elio, quando è iniziata la sua carriera?

Nel 1952, all’Embassy. All’epoca c’era una gestione unica: caffé concerto sino alle ore 24, ristorantino, bar e tavola calda. Sono rimasto all’Embassy dieci anni, sino al 1962 poi, dopo la bellissima esperienza legata al rilancio del Paradiso, sono tornato stabilmente all’Embassy nel 1968 e l’ho gestito sino alla chiusura definitiva nel 2009.

Quali sono le principali differenze tra le diverse epoche che le vengono subito in mente?

Le principali? Rigore ed eleganza. Ma anche disciplina. Lavoravamo impeccabilmente in giacca e cravatta, scarpe lucide, obbligatoriamente sbarbati di fresco e con camicie bianche e immacolate. Se un dipendente si presentava in modo trasandato al turno di lavoro, lo mandavo a casa a cambiarsi. La sera, invece, in austero smoking. E aprivamo la porta alle signore, non mancava mai un sorriso e una parola gentile verso gli ospiti: il cliente era il “re”. Ma non ci lamentavamo mai: i primi due, tre anni si lavorava per fare esperienza senza stipendio e guadagnando qualcosa solo sulle mance; poi si iniziava la carriera ma non ci si tirava indietro nello svolgere turni massacranti (anche di 48 ore senza riposare) o nel dare una mano anche a raccogliere le posate da terra sfuggite a un controllo… sempre col sorriso sulle labbra. Tenete presente che nel 1962 l’Embassy contava 55 persone di servizio!

E la qualità dei prodotti! Oggi si parla tanto di “aperitivi”… per un bicchieraccio e due patatine. Noi offrivamo stoviglie lucidate, seltz, acqua minerale a corredo, mandorle, sottaceti, salviette in tessuto e sottobicchieri. E per la cena aragoste vive o pesce personalmente scelto da me al primo turno di acquisti (non esistevano le consegne) in modo che fosse eccellente: in alcuni giorni, per trovare i calamaretti appena pescati dovevo andare sino a Cesenatico e attendere il rientro pomeridiano delle barche più piccole! Prima di servire i prodotti di mare li mostravo ai clienti per una valutazione sulla loro freschezza.

Come nacque il mito Embassy?

Il segreto fu abbinare un’eccellente intrattenimento alla qualità superiore della ristorazione. Bar, concerto, tavola calda e ristorantino si integravano in modo perfetto.
Il dancing era gestito da Claudio e Almerigo Semprini e Guido Mulazzani, che provenivano dal Savioli di Riccione. Ospitammo personaggi di primo piano della scena musicale nazionale, anche se nella memoria e nel cuore di tutti rimane indelebilmente Fred Buscaglione. Fred entrava sempre dal retro con sua moglie Fatima e l’ultima canzone dello spettacolo veniva eseguita sulla strada e dedicata al pubblico. Ad un certo punto questa esibizione iniziò ad avere talmente successo che i Semprini ebbero gravi problemi con l’ATAM [l’azienda municipalizzata dei trasporti, N.d.A.], a causa degli assembramenti che si creavano su viale Vespucci: la folla si fermava per ascoltare la musica o il cabaret e, spesso, ostruiva addirittura la sede stradale antistante al locale. Improvvisamente tolsero l’autorizzazione allo svolgimento degli spettacoli e ci rimettemmo parecchi soldi pagando le penali agli artisti già vincolati per la stagione successiva.

Buscaglione fu un vero personaggio: chiamava la sua automobile “la Criminale“. Quando iniziò a interpretare anche i film di cassetta, noi lo portavamo a Cinecittà direttamente dopo lo spettacolo; lui dormiva in macchina, girava le scene e, nel pomeriggio, tornava a cantare a Rimini. Era un mito anche per i suoi colleghi: spesso i cantanti che si trovavano in Riviera venivano appositamente all’Embassy per ascoltarlo. Inoltre all’epoca venivano organizzate vere e proprie sfide sportive tra artisti dei diversi locali: rimangono ancora leggendarie quelle tra Embassy e Savioli alla fine degli anni Cinquanta: in un’occasione Buscaglione si infortunò e non poté giocare a calcio e, in un’altra edizione, Gino Latilla vinse la gara ciclistica.

L’Embassy e il Savioli si contendevano il cartellone artistico e la palma del locale più “in” dell’estate con la Capannina in Versilia. Eravamo amatissimi dai personaggi del mondo dello spettacolo: Gino Bramieri mi telefonava spesso intimandomi di “non chiudere”, poiché sarebbe arrivato entro qualche ora dalla tappa di un tour; Ornella Vanoni, grande professionista, continuò a venire a mangiare da noi negli anni successivi alle performances canore sul palco.

La parentesi di sei anni al Paradiso, invece?

Venni chiamato con mia moglie Rita Montebelli da Annunziata Mirti, la madre di Gianni Fabbri, proprietaria del terreno di Covignano dove sorgeva il Paradiso, per apportare una piccola rivoluzione e per rilanciare il locale. Avevamo sei tavoli in terrazza e li curavamo in modo maniacale, offrendo una qualità superlativa: caviale, salmone, pesce pregiato in genere. E sfoggiando portate alla “lampada” [la cottura flambé che viene svolta direttamente nelle sale dei ristoranti. Una tecnica molto più complessa della cottura classica in cucina perché, non potendo assaggiare la pietanza, il maitre deve affidarsi della propria esperienza per dosare gli ingredienti e capire i giusti gradi di cottura. N.d.A.], come le crêpe suzette. Offrivamo un servizio veramente innovativo: per la prima volta si poteva mangiare, ballare e ascoltare l’orchestra nello stesso spazio. I clienti-tipo erano calciatori, notabili (soprattutto da Milano Marittima), professionisti e imprenditori di tutta la Riviera; avevamo escogitato una promozione originale: eravamo amici dei barman e portieri dei grandi alberghi e consegnavamo loro depliants, chiedendo di suggerire il nostro locale ai clienti. Lavoravamo tantissimo anche con i matrimoni, addirittura due nello stesso giorno! E per ogni turno spostavamo tavoli e sedie in giro per il locale… praticamente un massacro. Ma si lavorava sodo e serenamente.
Gianni Fabbri avrebbe poi lavorato all’Embassy a inizio carriera come receptionist…

E il rientro all’Embassy, nel 1968.

Era ormai finita la stagione dei grandi artisti ‘residenti’ e il locale si orientò maggiormente verso la ristorazione di qualità. Incaricammo alcuni protagonisti della scena artistica locale di aiutarci nella riprogettazione degli arredi (come il pittore riminese Armido Della Bartola) e iniziammo con 12 tavoli [il ristorante arriverà ad accogliere 200 persone su due piani, N.d.A.]. A Rimini i locali di livello erano pochi: all’epoca i nomi più gettonati erano La Taverna degli Artisti (Nadi/Sergio), La Vecchia Rimini (Giovanni), Nello, Bruno, Arturo. Io e Giovanni ci offrivamo continuamente il caffé, ma esisteva un sano spirito competitivo che contrapponeva i nostri migliori piatti: il risotto di pesce della Vecchia Rimini e gli spaghetti allo scoglio dell’Embassy. Entrambi di livello eccezionale grazie alla freschezza della materia prima.
Eravamo il riferimento anche per altre strutture blasonate: Marco Arpesella, il compianto patron del Grand Hotel, spesso mi telefonava e chiedeva la mia disponibilità assieme a quella di due camerieri per gestire la ristorazione dei gruppi.

Cosa significa “ristorazione di qualità”?

Controllo, igiene, prezzi “esposti e sinceri” (riminesi e turisti hanno sempre pagato la medesima cifra: al massimo offrivamo qualcosa al cliente abituale ma niente sconti!), rapporto trasparente con il pubblico, freschezza dei prodotti (“meglio un pesce che si muove ancora che una pagina a pagamento sui giornali”), serietà dei dipendenti (mi sono sempre raccomandato con i più giovani che non facessero la corte alle clienti), investimento in serate-evento praticamente non remunerative ma di forte attrazione… poiché “se semini bene, raccogli bene”. Questo ho insegnato ai miei collaboratori prima e ai miei figli poi: mi sembra lo abbiano appreso e il loro successo ne é la prova.

Nessun rimpianto o voglia di “tornare in pista”? In fondo lo spirito c’é, le idee pure e Rimini avrebbe ancora bisogno di personaggi come Lei!

No. Io e mia moglie dopo anni di duro lavoro condiviso vogliamo finalmente goderci la famiglia: i nostri figli Anna, Francesco e Marco [molto noti in città per importanti iniziative imprenditoriali nel campo della ristorazione N.d.A.] e i nostri nipoti. Abbiamo percorso tanta strada assieme: ora è tempo di riposare.

Grazie per l’entusiasmo e per la saggezza trasmessaci, Elio!

4 Commenti

  1. Era un vero piacere andare al Grand Hotel di Rimini in quegli anni 70. Tutto era perfetto e incontravi la Gente piu bella e interessante d’Italia, Alla sera si accendevano le luci del Lungomare ma anche di quella struttura bellissima che possedeva un Anima e Fascino unica. L avevano creata Loro : Marco e Pietro Arpesella, persone di gran classe e garbo. Il loro Stile personale era raro e di alta qualità. Loro erano i Re del turismo romagnolo e credo, lo siano ancora nei cuori delle persone che li hanno conosciuti.Di alberghi belli è pieno il mondo ma gli Arpesella riuscivano a creare un prodotto unico e legato strettamente a loro come talvolta succede nei ristoranti stellati ove il Proprietario Chef è il cuore di tutto. Conobbi anche il Dr. Facchi, seguente Proprietario della struttura ed anche lui parlava con ammirazione dei veri Re del turismo romagnolo, gli Arpesella. Non altri

  2. La Discoteca perfetta ? Esisteva ed era Il Paradiso Club degli anni 70 con a capo il Proprietario Gianni Fabbri.
    Come nell arte fotografica tutto è stato già fatto diversi decenni fa, cosi nel mondo delle discoteche Rimini fece quello che qualcuno propone solo oggi. Gianni Fabbri fu un catalizzatore del Divertimentificio nella sua massima espressione di Qualità e Lusso. Andare al Paradiso era un esperienza bellissima sempre e comunque. Pareva di essere dentro un film. Una sera d inverno nevicava e mentre si conversava nei divani si poteva allungare la mano e sentire i fiocchi di neve, come ? Perchè erano stati creati muri d’aria che impedivano all aria esterna di entrare. Una Meraviglia. E poi il Ristorantino, il Prive nel piano superiore. Tutto funzionanava a meraviglia. Non ho mai capito quanto si spendeva. Rammento unicamente le diecimila lire che davo al posteggiatore che mi indicava dove lasciare la mia Jaguar. Tanti anni dopo sono a New York e parlando con una top model famosa in tutto il mondo cito Rimini e lei mi dice di conoscerla perchè all inizio della carriera fece delle foto e me ne mostra una : è seduta su una moto e alle spalle un insegna ” Paradiso Club Rimini”.
    Rimasi senza parole. Grande Rimini e Grande Gianni Fabbri.

  3. Una persona straordinaria di una grande umanità. Non dimentichero mai il bene e l affetto che hai avuto per un tuo dipendente morto prematuramente. Ciao Elio.

  4. Begli aneddoti, ma il merito del Paradiso non va ai Fabbri (Tina e Gianni) ma al vero patron, creatore, gestore e soprattutto finanziatore: mia bisnonno conte Pietro Ginanni Fantuzzi, innovatore e visionario imprenditore oltre che mecenate, esperto e pioniere della numismatica e filatelia oltre che collezionista di pregio e già proprietario della Villa Ginanni (oggi scomparsa e sostituita dal Waldorf di Viale Vespucci 28) dell’altra Villa Ginanni a Milano Marittima dal ’39, nonché delle altre Ville Ginanni con tenute nell’entroterra (a Longiano e Santo Stefano).
    La sig.ra Annunzia”tina” (rimasta sola e vedova del Fabbri, ma senza alcun bene e molto angosciata per il futuro degli allora figli bambini a rischio orfanatrofio) dai riminesi fin dagli Anni ’50 venne già ironicamente ribattezzata “La Contessa” per il legame chiacchierato (e all’epoca scandaloso) col mio bisnonno realmente Conte, il quale fu invece generoso benefattore e si fece carico di lei e dei figlioli assicurando loro un Futuro radioso! Trattata come una regina, del bisnonno non solo fu compagna, ma anche beneficiaria di ingenti somme economiche, della villa che porta il suo nome Fabbri come del locale Paradiso; oltre che delle preziose conoscenze di mio bisnonno e suo entourage di amicizie esclusive, dall’aristocrazia ai capitani d’industria, che giovarono al “figliastro” Gianni per procedere nella gestione del Paradiso dopo che lei ruppe con mio bisnonno (guarda caso quando non ne aveva più bisogno, anche tradendolo con nuova relazione). Pure il fratello di Gianni, Paolo, ha potuto grazie al denaro investito nello studio e la conoscenza di Umberto Eco divenire noto semiologo ed almeno, a differenza di Gianni e della loro madre dimostratisi ingrati, ne ha riconosciuto il merito al “patrigno” mio bisnonno in alcune interviste recenti poco prima di mancare, così come ha donato i libri pregiati ereditati alla biblioteca Gambalunga di Rimini che i bibliotecari chiamano Fondo Fabbri, seppur siano tutti volumi provenienti da parte della enorme biblioteca del Ginanni Fantuzzi. Oggigiorno questo mio simpatico bisnonno, sempre arzillo fino alla fine nel 1990, non è conosciuto ai riminesi che attribuiscono la Storia del Paradiso ai Fabbri. Venduta la Villa di famiglia su viale vespucci, si ritirò nel suo appartamento panoramico al 21° piano del Grattacielo dove fu tra i primi proprietari, dedicandosi a lunghe passeggiate, oltre che studi per la Storia, numismatica e filatelia anche collaborando con articoli su riviste e quotidiani.
    Personaggio della “Rimini Sparita” ormai dimenticato, come tanti suoi antenati illustri studiosi di Scienza e Lettere ( compreso un cardinale mancato papa due volte a fine ‘700 sempre per due soli voti) ha sempre preferito lui stesso mantenere un basso profilo come mi raccontava (e come si addiceva ai Signori) per garantirsi discrezione e riservatezza e del resto da buon credente consapevole della inutilità della gloria terrena, dedito semmai alla beneficienza corposa che ha sempre caratterizzato i suoi patrimoni e i guadagni dalle tenute agricole prima e dal locale Paradiso poi.
    Oltre che grande imprenditore, fu mecenate e spesso finanziatore silenzioso di altri imprenditori di Rimini: dico solo che fu tra le seconda generazione di fondatori del circolo tennis al Grand Hotel investendo capitali, dove già Presidente storico era stato il banchiere romano Cornelio Peragallo, cugino del padre conte Giuseppe Ginanni il quale, come accennato, già da fine Ottocento aveva la villa sul lungomare vicino Villa Cacciaguerra che diventerà il noto Embassy, finanziato anche poi dal mio bisnonno.
    Fama e gloria del ristorante-dancing Paradiso, poi trasformato in discoteca, tutti la attribuiscono alla Mirti Fabbri e al Gianni Fabbri, con tanto di premio Sigismondo d’oro, ma andrebbero esclusivamente “al Conte”: vero ed unico artefice del successo, fin dalla scelta del colle di Covignano come location, quindi la ristrutturazione e arredi, la strategica assunzione dei migliori chef e camerieri, e ovviamente la garanzia della qualità superiore del cibo, vini e champagne pregiati che garantiva con continui finanziamenti al di là degli incassi annuali.

    Queste brevi note di commento mi sono sembrate doverose per ridare giusta luce al vera Storia di un locale famosissimo e innovativo quale il PARADISO che ha fatto scuola e apripista a Rimini e Italia (un Billionaire ante-litteram) e della figura stessa del mio amato bisnonno conte PIETRO GINANNI FANTUZZI che longevo fino al 1990 ho ben conosciuto.
    (il pronipote Dr. Luca Daniele)

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