Lo “Stereo Shop”

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1946

La storia dell’ormai leggendario “Stereo Shop” di Marina Centro nasce nel 1969, quando Marisa Barbani – originaria di Castel San Pietro, alle porte di Bologna – apre un negozio di dischi e apparecchiature audio (da cui il curioso nome, poi ereditato, in modo opportuno ed efficace, dal business successivo e definitivo che tutti ricordiamo). Nell’estate del 1978, mentre la Riviera consolida la propria leadership turistica internazionale e Rimini, in particolare, diviene crocevia dei maggiori flussi giovanili e delle rispettive mode e movimenti culturali – tra cui, soprattutto, quelli musicali – si vanno diffondendo le passioni per le “shirts” (magliette a basso costo) e per gli “stickers”, adesivi di varia foggia e colore da applicare su motorini, diari e arredamento domestico, che permettono ai ragazzi di personalizzare e marcare visivamente e allegramente “il proprio territorio”. Una passione che sfocerà, per molti, nel vero e proprio collezionismo e aprirà le porte della successiva “Memorabilia” monografica, oggi preziosa e ricercata.

Marisa, ritratta nel suo negozio (© Marisa Barbani)

È necessario ricordare che il 1978 è uno degli anni topici per la cultura “pop” del Novecento. Mentre a New York su tutto e tutti furoreggia una discoteca (anzi, “la” discoteca: Studio 54), in Italia ha appena esordito la televisione a colori, che si è sovrapposta ai variopinti bagliori psichedelici delle sale da ballo “aprendo” la visione del pubblico a nuovi orizzonti cromatici, spesso sperimentali e di grande impatto sonoro. Al cinema, infatti, brillano film come Grease, Superman e Animal House, anche se tra gli spettatori risuona ancora l’eco del rivoluzionario “Guerre Stellari” (uscito l’anno precedente) e in primavera, sul piccolo schermo, sempre dallo spazio atterra per la prima volta un robot chiamato Goldrake. L’abbigliamento, inevitabilmente, segue questo inarrestabile trend caleidoscopico, proponendo colori a profusione, glitter e lustrini (sono gli anni dominati dall’estro di Elio Fiorucci) e consolidando la semplice maglietta anticonvenzionale – la cosiddetta t-shirt – come moderno e personalizzato tazebao, sul quale il singolo può dichiarare e manifestare al mondo la propria opinione e le proprie passioni.

In questo contesto estivo di prodotti a basso costo – ma di enorme impatto culturale e illimitata personalizzazione – in cui emergono, appunto, shirts, stickers ma anche i pins, ovvero migliaia di spille in plastica o metallo, Marisa conosce casualmente nel proprio negozio un ragazzo che propone adesivi multicolore di “Joe Falchetto”, uno dei personaggi della straordinaria galassia fumettistica dei Peanuts interpretato da uno Snoopy sbruffone, vestito alla moda e con enormi occhiali da sole; una sorta di fascinoso e altero “Fonzie”, in voga nello stesso periodo sui citati schermi televisivi e diventato parimenti proverbiale, in forma canina. Questi primi stickers, venduti in serie colorate, stimolano l’attenzione e l’entusiasmo di Marisa, che ha sempre preposto l’innovazione, la soddisfazione dei giovani clienti e, soprattutto, la spensierata allegria del business alla scaltra spregiudicatezza commerciale. È tempo, quindi, di cambiare forma allo Stereo Shop e, soprattutto, la gamma dei prodotti offerti: non più dischi o musicassette, ma il caos creativo, divertente e inarrestabile dei gadgets… e dopo Snoopy verrà, in rapida successione, Lupo Alberto. Stereo Shop diviene, in poco tempo, una delle attività più riconosciute della Riviera e meta di appassionati e di aggregazioni numerose, spesso straniere e provenienti da paesi in cui alcune mode sono già diffuse e consolidate: Mods, Dark, Skinheads, Punk. Dall’Inghilterra all’Olanda, alla Germania, Marisa accoglie tutti con l’affettuoso e comprensivo entusiasmo di una seconda mamma e lo stesso fa la madre ottantenne, che diventa una bonaria nonna per i truci motociclisti austriaci appassionati di Harley-Davidson: i ragazzi rispondono con altrettanta passione e pacifica convivenza. Nonostante, infatti, i gruppi giovanili si caratterizzino per tendenze culturali e, soprattutto, ideologiche radicali spesso antagoniste, nel negozio si dissolvono tutte le pulsioni grazie al gioioso caos della gioia di vivere e della trabordante offerta, ben documentata dalle fotografie dell’epoca, nella quale è quasi impossibile muoversi o individuare l’oggetto prioritario da acquistare. Metallari e rockabilly, punks e fricchettoni cercano l’agognata maglietta, acquistano l’oggetto del desiderio e via, senza alcuna polemica.

Nella galassia della gamma insuperabile, le innumerevoli magliette (circa 3000 contemporaneamente!) sono facilmente rintracciabili grazie a un altrettanto geniale sistema espositivo: sono, infatti, confezionate e impilate in packaging quadrati simili ai dischi long-playing cui spesso si riferiscono; la taglia adeguata, invece, viene individuata in modo fulmineo osservando le fascette colorate abbinate all’indumento: M blu, L giallo, XL arancio; XXL, ovviamente, due fasce arancioni.

L’interno caotico dello Stereo Shop (© Marisa Barbani)

Come fornitore di riferimento Stereo Shop ha un negozio di Los Angeles (che, però, va a fuoco dopo due anni)… ma la merce viene scelta con la malizia del collezionista: l’obiettivo è sempre il piacere di offrire un prodotto che possa intercettare le aspettative dei clienti e che possa soddisfarli pienamente. È emblematico l’episodio in cui Marisa decide di dare comunque a un ragazzino, innamorato sino alle lacrime di una bandiera americana dedicata a un gruppo rock, un oggetto di sua proprietà ed esposto in realtà come decorazione storica del negozio. Il successo è inarrestabile: il negozio chiude all’una di notte, viene riassettato, riordinato e, alle quattro del mattino si è già pronti per ripartire.

Molti degli indumenti che si trovano allo Stereo Shop potrebbero venir definiti instant-shirt, nel senso che diventano disponibili contemporaneamente ai fenomeni a cui si riferiscono. Rimane memorabile la brusca interruzione di una seduta dalla parrucchiera, quando Marisa fugge dopo aver visto, nella televisione del negozio, il video di Madonna “Papa don’t preach”: vengono subito stampate le magliette con la scritta “Italians Do It Better” (simili a quella indossata dalla cantante nel videoclip) che, manco a dirlo, vanno esaurite nel momento stesso dell’esposizione su viale Vespucci. Il successo, però, porta spesso con sé interessi eterogenei e, soprattutto, a fine anni Ottanta si diffonde inesorabilmente il movimento rap e tutto il merchandising ad esso legato, nei cui “valori” (o dis-valori) Marisa fatica a riconoscersi.

Il 1990 è l’anno dell’ulteriore – e ultima – svolta: Marisa a malincuore («Ho davvero sofferto psicologicamente») smantella lo “Stereo Shop” per aprire lo “Spy Store” – anche questa volta in anticipo sui tempi – e alla fine di questa avventura si ritira dal commercio definitivamente per dedicarsi alla sua amata casa in campagna, incastonata tra le colline riminesi.

Il desiderio inespresso di Marisa, oggi? Non aver aperto il “Museo del Rock” sull’onda del successo dello Stereo Shop («Impossibile, serviva troppo materiale…») e, inevitabilmente, non aver avviato ulteriori, sbarazzine attività successive dedicate ai ragazzi, come la condomerie, variopinta vendita di profilattici contestualizzata in un negozio simile ai distributori di caramelle: «Come sempre ero in anticipo sui tempi ma, soprattutto, sul perbenismo diffuso e sulle attenzioni per le necessità e l’educazione dei più giovani…».

Come darle torto, 30 anni dopo?

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