I pesci rossi alla “Cava”

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La "Cava" in una foto di Davide Minghini

Pubblicato la prima volta il 14 Ottobre 2018 @ 12:51

La “Cava” in una foto di Davide Minghini

Forse i Riminesi più giovani, non sanno che il laghetto, nel Parco Giovanni Paolo II, è ‘nato’ artificialmente, a seguito del prelievo dell’argilla, che per molti decenni, dal Ottocento, fino all’inizio degli anni ’50, alimentava la produzione di laterizi della Fornace Fabbri, che sorgeva sul terreno ove oggi c’è il Palacongressi.

Riminese d’adozione, essendo arrivato a Rimini, da Sogliano, a 11 anni nel 1954, ricordo la fornace, con la sua alta ciminiera, rimasta poi in piedi per anni anche quando cessò la produzione, la cava dell’argilla, gli escavatori a tazze ed il trenino Decouville, che portava l’argilla scavata, fin dentro allo stabilimento, per alimentare ‘filiere e forno Hofmann‘.

L’enorme scavo, conseguente a decenni di prelievi d’argilla, riempito da una vena d’acqua sorgiva, ancora attiva, ha dato origine al lago, che era ed è ancora per tutti ‘il lago della cava’, o semplicemente ‘la cava’, che ben presto ha ospitato pesci ed uccelli acquatici di varie specie ed ultimamente, purtroppo, anche tartarughe d’acqua.
I miei ricordi della ‘cava’ risalgono all’estate del ’55, quando, promosso in 2° media, avevo per me, tutta un’ estate libera e la pesca dei pesci rossi, nella cava appunto, diventava per me, Riccardo e Umberto, miei coetanei, un bel passatempo, che richiedeva poca spesa.

Armati di canna di bambù, presa nel canneto della Galvanina, filo ed ami, comprati da ‘Caccia-pesca e sport’ in Corso d’augusto, secchio e mollica di pane come esca, presa posizione sul lato ovest, dove il lago aveva una sponda libera da canne ed erbacce, iniziavamo a pescare.

L’acqua, abbastanza chiara e pulita, permetteva di vedere i pesci rossi, che abboccavano subito e l’unica difficoltà per noi, era quella di tirar la lenza, prima che l’amo fosse ingoiato e l’operazione di ‘slamatura‘, pregiudicasse la sopravvivenza del pesciolino.

Era infatti importantissimo che i pesci non rimanessero danneggiati, perché rimanendo vivi e vitali, sarebbero andati a popolare le tante fontanine decorative che adornavano i cortili delle case dei nostri amici e delle ville che stavano sorgendo numerose sul colle di Covignano.

Dopo i primi tentativi, nei giorni seguenti, la pesca miracolosa ci permetteva di metter nei secchi anche 60-70 pesci, per cui si presento il problema si trovare un posto dove poterli tenere, in attesa di collocazione.
L’dea di scavare nell’orto di Umberto, sulla riva del Mavone, una buca e riempirla d’acqua, per creare un habitat simile a quello dal quale erano stati strappati, si rivelo subito fallimentare. La buca, che sembrava poter conservare l’acqua, la disperse tutta, durante la prima notte, col risultato che al mattino dopo, tutti i pesci del giorno precedente, erano morti.

La seconda soluzione fu di usare un mastello di legno, che la nonna di Riccardo usava per il bucato; purtroppo anche questo secondo tentativo andò male; le pareti del mastello erano talmente impregnate di sapone e varechina, che la prima acqua di riempitura, velenosa per i pesci, ne provocò la veloce morìa.

Fortunatamente trovammo un mastello di Moplen, la plastica miracolosa comparsa sul mercato da pochi anni ed il problema della sopravvivenza dei pesci, peraltro comunque problematica, fu risolto.

La voglia di metter a frutto la nostra pesca, ci portò a proporre i nostri pesci rossi ad un signore tedesco, un certo Hiller, che aveva costruito una villa, ancora presente vicino al Santuario delle Grazie, con una grande fontana sul giardino lato strada.

Ad accettare subito la proposta fu la sua moglie, attirata dai pesci, alcuni di un bel colore rosso, altri con chiazze nere ed altri con chiazze chiare. Affare fatto ! 50 lire per ogni pesce, con l’impegno di sostituire quelli che fossero morti dopo pochi giorni. Se ricordo bene, dopo un mese, fra pesci nuovi e pesci ‘vecchi sopravvissuti’, rimediammo circa 3000 lire e quasi altrettante ne ricavammo con la ‘fornitura’ per la fontana della villa accanto, dove abitava un signore inglese di cui non ricordo il nome.

Due, dei tanti pesci capitati nelle nostre mani, li tenni a casa mia, dove mia sorella maggiore, ai quali aveva dato nome Bauci e Filemone, li mise in una boccia di vetro, alimentati amorevolmente con il mangime per pesci rossi, dove rimasero per oltre due anni. a ricordarmi un’estate ed un’età bellissima.

Pierpaolo Nucci

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