Mai detto: “Non mi piace”

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Pubblicato la prima volta il 9 Gennaio 2019 @ 08:50

Il riciclaggio più che una conquista ambientale rappresentava una necessità. Le vecchie ed infeltrite (inassèdi) maglie di lana, cardate, finivano nell’imbottitura dei materassi in sostituzione del crine o, disfatte, venivano usate per confezionare calze “bustézzi”, la carta utile ad avviare e ravvivare il fuoco della stufa, i mozziconi del sapone andavano in bollitura nella pentola con gli strofinacci unti o con i pannolini (al pèzi) delle donne. Gli indumenti più importanti, giacche e cappotti si tramandavano da parente in parente o trasferiti da amici o dai “signori” presso cui mamme e nonne si recavano come “donne di servizio”. Ed il pane era sacro: fresco in tavola quando era finito quello del giorno prima, raffermo nella zuppa del latte, grattugiato nell’impanatura, secco (un trocùl) veniva dato ai bambini più piccoli che lo sfregavano sulle gengive “quand i fèva i dènt”. Per evitare lo spreco delle briciole s’erano inventate che a lasciarle sul tavolo “gesù us nà pèr mèl”.

Assai contenuto anche il costo delle utenze. L’acqua era gestita dall’ente pubblico che praticava costi pressoché simbolici mentre “la luce” era erogata dalla “società elettrica”. Ma pur in presenza di sole lampadine a corrente 125 capitava che “ ja tajè i fil dlà luce” e rispuntassero candele e lumi a petrolio.

In inverno la stufa, che inghiottiva qualunque cosa fosse combustibile, faceva risparmiare sull’uso della bombola che alimentava i fornelli “del gas” durante il periodo estivo. Ricordo quelle pentole annerite dalle fiamme che le avvolgevano, quando, per accelerare il bollore, si toglievano i cerchi circoncentrici posti nel mezzo della piana.
Dire che si risparmiava suonerebbe quasi ironico. C’erano dei veri e propri veti. Mai visto gettare cibo rimasto o lasciar scorrere l’acqua del rubinetto o accendere la luce prima del buio pesto.

Erano già gli anni ’60, quando dividendo la cameretta con mio fratello: aspettavo che il babbo si addormentasse per accendere la luce e leggere il giornalino od il libro avuto al Libro–Forum. Ed era freddo perché la stufa si lasciava spegnere mentre il letto veniva riscaldato con mille espedienti dal “prete” ovvero il baldacchino di legno con la brace da infilare nel lettone, al mattone bollente volto in un panno fino alla bottiglia, sì la bottiglia con l’acqua calda ed il tappo a valvola che, non di rado, si apriva con tutte le conseguenze del caso. E non mancavo i cappotti stesi sul letto che premevano sul corpo rendendo difficile ogni spostamento per cui si stava “tinchi” come “lombardòun”. Per disperdere il minimo di calore si usava l’espediente di tenere fuori dalle coperte solo il braccio che reggeva il libro, alternandoli.
Mai detto, né sentito “non mi piace” di fronte ad un piatto servito a tavola ed anche l’alternativa inventata ad hoc era durissima: o mangiar questa minestra o saltar giù dalla finestra. Del resto non esisteva un libero accesso al cibo, ognuno la sua razione in funzione dell’età e delle energie richieste. E la “roba” era contata: tre persone, tre mele.

La maggior parte dei giocattoli, è risaputo, era realizzata manualmente: il carretto con le sfere, la fionda, la cerbottana, le bambole ricavate da stracci. Ricordo anche il “ciuccio” rimediato con un pezzo di stoffa, riempita, al centro, di zucchero ed annodata un filo.
E i giornalini avevano girato talmente tante mani che lo sporco faceva gonfiare le pagine, perdendo di vista chi fosse stato l’acquirente originario.

Chiaro che non esisteva la “paghetta” per i bambini. Solo più tardi, negli anni, si potrà chiedere alla mamma di trattenere il “resto” dei soldi della spesa: 20 lire, 50 lire!

E poi erano talmente scarse le occasioni di maneggiare il denaro che non si era acquisita alcuna abilità nello spendere. I faccendieri “avevano fortuna”, i “possidenti” come venivano chiamati allora, capaci investitori, aumentavano le loro ricchezze, mentre i lavoratori dipendenti vedevano i soldi una sola volta al mese, il giorno della paga, chè dal giorno dopo avevano già preso altre strade andando a chiudere i “buchi”, il conto della spesa nella bottega dei generi alimentare, la rata dei mobili o destinati a nuove inderogabili spese, l’acquisto di un paio di scarpe dopo che le vecchie avevano subito tutti i trattamenti dalla risuolatura, al cambio della tinta.
Per i lavoratori precari attratti, anche perché costretti, dalla dalle bagge, erano sempre in agguato le fregature, articoli scadenti presi in “liquidazione” che, non di rado, arrivavano a casa già rotti per cui ricordo l’espressione del babbo: “i mi sóld i n’ha forza”.
E’ noto infatti che alle famiglie dove vi fosse almeno uno stipendio sicuro, la bottega dei generi alimentari, quelli più importanti perché essenziali, faceva credito segnando sul librettino e recuperando la somma a fine mese. Più caute le macellerie che avevano il prodotto più pregiato e, quindi, più caro. In queste era comune il cartello esposto con “oggi non si fa’ credito” o più poeticamente “per colpa di qualcuno non si fa’ credito a nessuno”.

Credo di aver scoperto l’esistenza della banca quando un funzionario della Cassa di Risparmio venne in aula, alle elementari, a regalarci il salvadanaio di terracotta spiegandoci (a noi!) il valore del risparmio. Per contro i soldi, quelli ritirati dallo stipendio, si tenevano in una scatola di latta riposta sotto il mattone che, a sua volta, era sotto il baule. Sembra una scena tratta da un film di Totò e Peppino De Filippo.. ma era così! Sì perché il furto, ancor prima di essere un reato, era un espediente risaputo e, in un qualche modo, riconosciuto. Dunque era necessario prevenirlo. Allora le donne, quando andavano a fare la spesa, tenevano i soldi di carta nascosti nel solco del seno. Ricordo la nonna che li legava in un angolo del fazzoletto o li riponeva, non meno ingenuamente, nel cassetto del comò, in mezzo alla biancheria dove, i più facilitati a ritrovarli erano proprio i ladri generalmente appartenenti alla cerchia dei famigliari o degli amici che bazzicavano la casa.

Ce ne sarebbe da dire! Ma molte considerazioni sono state spalmate in altri racconti tematici, quello che preme sottolineare è che la condizione oggettiva negli anni del 50 o giù di lì aveva effetti diretti sul senso delle relazioni sociali e sul formarsi delle idee. Anche in mancanza di altro, la voglia di ritrovarsi, a partire dalle veglie o dai raduni davanti ai primi apparecchi TV, primeggiava su tutto. Non da meno la curiosità, il gusto di ascoltare chi aveva qualcosa da dire o raccontare, il piacere del tempo dedicato al cibo dalla preparazione alla fruizione, il senso di una bellezza naturale, il valore della simpatia, l’ammirazione per l’abilità che si può dimostrare anche nelle difficoltà..… lo dico perché chi, come me, ha vissuto l’infanzia in quel periodo, ne ha trattenuto l’imprinting o, per stare nel nostro, l’infezna.

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