“T’a gnè pò mnè!”

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Pubblicato la prima volta il 22 Agosto 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “T’a gnè pò mnè!”

Non puoi picchiarlo! Può sembrare strano che ci fosse un’espressione ricorrente riferita alle “botte”, ma allora si menava! Le mamme menavano i figli più per rabbia che per convinzione educativa, sui figli si scaricava spesso la tensione accumulata col marito… ma le botte della mamma facevano meno male di quelle del babbo che, invece, era sempre convinto. Il muso del gatto veniva sbattuto sulla sua pisciatina “isè impèra..”, la rivale, presunta o reale veniva presa a zoccolate (lo dico perché l’ho visto fare alla mamma che, incrociata per strada una morona “quèla l’è l’amiga de tù bà”, mi fece scendere dal sellino della sua bicicletta per aggredire quella, rea, disse la mamma di “l’am fa ènca la risadìna”); le liti tra bambini finivano spesso a calci e spintoni, quelle tra adulti a scazzottate ed era in voga uno “scherzo” che, il più delle volte nascondeva una vendetta a lungo covata: la “quèrtaza”. Si svolgeva all’angolo di una strada frequentata dal soggetto da colpire e quando il poveretto svoltava gli si buttava addosso una coperta per impedirgli di riconoscere gli esecutori che lo prendevano a bastonate. E chi le prendeva se le teneva: era una legge tacita che valeva più di quella scritta; non c’era il Telefono Azzurro per i più piccoli né si prendeva in considerazione la possibilità di denuncia da parte degli adulti, gli avvocati erano “roba da sgnùr”.

Ma c’erano dei limiti: non si poteva fare a botte con chi portava una divisa e non tanto perché si avesse, allora, la cognizione che esiste una specifica tutela normativa, ma perché si riconosceva nella divisa un’autorità superiore che rendeva impari il contenzioso ”t’an pó fè l bòti sa quèl… l’ha la divisa…” ed il concetto valeva non solo per i tutori dell’ordine, dai poliziotti ai vigili urbani, ma veniva esteso a tutte le categorie dal postino al medico. Diceva la Elsa che quando uno indossa una divisa, a qualsiasi livello, “us sìnt pió sburòun”… del resto ho udito personalmente un barelliere che, a fine turno di lavoro, commentava, gonfiando il petto, “òz avém fat diés apendiciti”. Anche il donzello (usciere) che allora portava la divisa, quella grigia con le mostrine rosse, ne andava fiero e faceva bene, perché altrettanto alta era la considerazione di tutto il vicinato “l’ha vù fùrtuna.. è fa è donzèl in tè Cùmun”!

Stessa valutazione verso gli “occhialuti”, considerati tra le categorie protette quindi con loro non si poteva fare a botte… mentre si è sempre equivocato con i pugili, alludo ai dilettanti che a quel tempo erano tanti. La boxe furoreggiava negli strati più popolari sia come sport (??) da praticare che da seguire ed anche qui protagoniste erano le botte; al babbo, ad esempio, piacevano gli incontri solo se finivano col sangue, ma dicevo dell’equivoco perché girava la convinzione che “sa ló (il pugile) t’an po’ fè l bòti perché l’ha – il pugno proibito-“… ma qui il punto non era l’autorità o la soggezione, è che si prendevano di sicuro… quindi meglio darsi una giustificazione a priori per salvare la faccia, non solo in senso eufemistico.

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