Piacerebbe certo a tutti noi che esistesse un “faro” o anche un “fortino” del Vanvitelli a Rimini, ma la verità dei fatti, chiara per quanto complessa, non ci permette di fantasticare. La paternità del Vanvitelli del nostro faro credo di averla confutata in un articolo su questa rivista (1). Ho preso atto solo di recente di un’attribuzione al Vanvitelli del “fortino”, che sarebbe la parte bassa a scarpa del faro, da parte di un giovane architetto, Loreto Giovannoni (2). Basterebbe guardare la base del faro e confrontarla con le opere funzionali del Vanvitelli, un architetto ‘romano’, dal linguaggio sempre aulico e che giganteggia anche nelle cose piccole, per rendersi conto che non può essere suo quello stile in sordina, arcaico e vernacolare. Sono vecchio del mestiere ormai e non vorrei mortificare nessuno contestando il valore di lavori che sono costati certamente fatica intellettuale, ma la ricerca della verità deve avere la meglio sulle fantasie. Poi ci sono delle novità importanti sul vero autore del progetto del fortino, mai realizzato, l’architetto camerale Sebastiano Cipriani, e sul suo giovane aiuto, il capo mastro e poi architetto Pietro Bernasconi, che sarà il principale collaboratore del Vanvitelli a Loreto e a Caserta.

Rimini, Consiglio de Signori XII – una sorta di giunta – del 20 giugno 1760. Il capoconsole Pietro Banditi si preoccupa per il porto; vorrebbe renderlo “sicuro e comodo alla Navigazione” e “prolungare il molo dalla parte di Levante”, malgrado il cattivo stato dei “muri costrutti nella parte di Ponente”. Mancano però i soldi. Bisogna batter cassa a Roma, risvegliando la memoria del “gratuito sovvenimento” di Clemente XII, per la costruzione di un fortino sul porto, e della sottrazione della stessa rilevante somma da parte del prepotente cardinale legato Giulio Alberoni nel 1735. Il papa Corsini nel 1732 “con generosa beneficenza degnossi donargli scudi dieci milla dell’Introito del Lotto per la costruzione d’un fortino su questo Porto medesimo a difesa dei Corsari; sebbene non avesse poi effetto per essere stati dalla chiarissima memoria dell’Eminentissimo Alberoni allora Legato di questa Provincia levati tutti i matteriali per ciò già preparati, o prezzo di essi ritratti dalla fabrica del porto, a cui furono venduti, e scudi otto milla incirca di contante; l’uno e gli altri impiegati nel nuovo Ponte, che fece erigere in vicinanza della Città di Ravenna” (3). In sintesi è questa la vera storia della mancata costruzione del “fortino”, attribuito al Vanvitelli. Si trattava di un fortino disegnato dall’architetto Sebastiano Cipriani nel 1733 e non ‘ebbe effetto’, non venne cioè costruito a causa della sottrazione alberoniana dei fondi stanziati appositamente per la sua costruzione, dirottati al ponte, tuttora esistente, dell’impresa dei due fiumi riuniti alle porte di Ravenna.

1732. Diecimila scudi per costruire un fortino sul porto di Rimini.
Ma ripercorriamo questa vicenda punto per punto. Sul porto c’era già sul lato sinistro un fortino, di legno e sabbia, sperimentazione infelice del generale Luigi Marsigli, costruito nel 1714 per conto del cardinale legato Ulisse Gozzadini (4). Ma il vero problema strutturale del porto era quello del suo ‘incassamento’, ossia della costruzione di banchine di mattoni e pietra d’Istria lungo le due sponde, e del prolungamento in mare dei moli, cioè delle palate di legno o “scudature”, riempite di sassi. La comunità spendeva migliaia di scudi per completare l’incassamento e per prolungare le palate, ma era come una fatica di Sisifo, fiumane e mareggiate distruggevano spesso le opere intraprese e quelle già consolidate. Alla fine del 1732 papa Clemente XII dona alla città diecimila scudi per “l’erezione di un Fortino su questo Porto”, per la difesa contro i pirati. Nel comunicarlo ai dodici, nella seduta del 12 dicembre 1732, il capoconsole Francesco Angelini si augura che il pontefice, già che è in vena generosa, “sia anche per dare il denaro per il risarcimento dell’Arco, e del Ponte Augusto [oggi detto di Tiberio], e approvi anche l’aggiustamento sopra il fallimento della Depositeria Bagli”, quest’ultimo era il ragioniere fuggito con la cassa comunale; nel qual caso di generosità straordinaria proponeva di dedicare al pontefice “un busto di marmo” (5). Insieme agli scudi arrivò anche un architetto.

1733. L’architetto camerale Sebastiano Cipriani progetta il fortino e disegna una carta del porto di Rimini.
Si trattava del vecchio Sebastiano Cipriani (Siena 1660 c. – Roma 1735 c.), architetto camerale e autore di architetture effimere e di poche e sfortunate opere, sempre tagliato fuori dalle grandi imprese pontificie del suo tempo. Va segnalato tuttavia, per noi riminesi, un suo progetto di palazzo imperiale vicino al mare per lo zar di Russia, a Strjelna presso Pietroburgo, che anticipa il palazzo marino forse per un principe Braschi del cesenate Mauro Guidi, da erigersi a Viserba. Il Cipriani soprattutto fu un buon maestro nell’Accademia di S. Luca, dove curò l’educazione di Nicola Salvi, di Bernardo Vittone e di Luigi Vanvitelli (6).

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Sebastiano Cipriani venne a Rimini nell’estate del 1733 e fece il progetto del fortino, ma non solo. Il 6 giugno di quell’anno 1733 nel verbale degli eletti alla fabbrica del porto troviamo che il Cipriani, “in oggi” a Rimini, era stato pregato di “visitare, come lui ha fatto, tutto questo Porto, e tutte le rovine de Muri, e svagliature del medesimo Porto”. L’architetto aveva “con molta fatica e diligenza esaminate in più visite il bisogno, e la gran spesa, che vi vuole per ripararlo con aver misurato tutto il Canale con gran distinzione e fatta la Pianta” e una descrizione. Era quindi il caso di “dargli un’onesta ricognizione, tanto più che la detta Pianta si potrà mandare in detta Sagra Congregazione” (7). Nella seduta successiva del 10 giugno 1733, veniva “esibita” la pianta e la descrizione da mandare a Roma. Il Cipriani “tra pochi giorni sarà in quella corte” a giustificare a voce i suoi elaborati (8).

L’architetto, che aveva settantacinque anni, sarà morto proprio in quei mesi, forse per i viaggi certamente faticosi di andata da Roma a Rimini e ritorno. Testimonianza di buoni rapporti, aveva lasciato al Vanvitelli il compito di sostituirlo come “Commissario delle Passionate di Fiumicino” (9). Nella seduta della congregazione del porto del 9 gennaio 1734, viene detto che il legato richiede di fare la distinta della spesa della perizia dello stato del porto del Cipriani; l’impegno è accollato ad Antonio Berzanti “Soprintendente delle Fabbriche Pubbliche” (10).

Il disegno del porto del 1733 del Cipriani si è conservato nell’Archivio Storico Comunale di Ravenna. Consta di due fogli A e B – nel risvolto del foglio B la scritta “Porto di Rimini n.149” –; nel primo è delineato lo stato veramente disastrato del porto, nel secondo il porto è raffigurato riparato e si vede, in miniatura, anche il fortino con faro sulla sinistra del porto, stranamente in posizione sbagliata (11). Entrambi i disegni sono firmati da Pietro Bernasconi, che sarà il principale collaboratore del Vanvitelli a Loreto e a Caserta, ma che, al momento, bisogna immaginare come aiuto del vecchio Cipriani – la sua mano e i suoi occhi? –.

Intanto gli eletti del porto dovevano aver procurato del materiale per la costruzione del fortino, per un valore, come si disse nel 1760, di circa 2000 scudi. Dovendo allargare una piccola porta – o “passetto” – sulle mura presso la Madonna della Scala, detta allora “Porta portuense” e poi “Porta Gervasona”, su precedente richiesta dei “paroni” di San Giuliano, il console Giovan Battista Gervasoni Angelini aveva prelevato del “matteriale” dai depositi della fabbrica del fortino: 4000 mattoni, sassi del “monte di Pesaro” [del Marecchia], “un carro e mezzo di calcina”, due “piane di marmo”, e non voleva risarcire la fabbrica del porto alla quale apparteneva il materiale. Al fattore Agostino Costa che gli richiedeva il pagamento rispondeva: “non sa cosa sia” (12).

Note

1) Giovanni Rimondini, La torre del faro di Rimini, in “Ariminum”, a. XIII, n. 3, 2006.
2) Loreto Giovannoni, Luigi Vanvitelli architetto. Lavori al porto di Rimini, 2004 su internet. Al lavoro del Giovannoni segue un saggio storico di Antonio Montanari, di ben altra coerenza, che non si pronuncia sul ‘fortino’.
3) Archivio di Stato di Rimini, Archivio Comunale di Rimini (ASR, ACR), Con.gni de Sig.ri XII dalli 9 Agosto 1757 a tutto li 14 Xbre 1764, AP 53, cc.58v.-60v., lo stesso testo in ASR,ACR, Congregazione del Porto 1700-1762, AP 88, cc.97v.-98v.
4) Alessandro Serpieri, Il porto di Rimini dalle origini ad oggi tra storia e cronaca, Luisè, Rimini 2004, pp.109-112
5) ASR, ACR, Congregazioni de Sig.ri Dodici 1717 – 1733 a tutto il 9 genaro, AP 49, c.180.
6) H. Hager, Cipriani Sebastiano, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol.25, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1981, pp.762-766.
7) ASR, ACR, Congregationi del Porto 1700 al 1762, AP 88, c. 46v..
8) Ivi, cc. 47v.-48.
9) H. Hager, Cipriani cit., p.765.
10) ASR, ACR, Congregationi del Porto cit., c.48.
11) Biblioteca Classense Ravenna (BCRa), Archivio Storico Comunale Ravenna (ASCRa).
12) Ivi, cc. 48v.-49; la richiesta dei “paroni” per il “passetto” del 1708 in ASR, ACR, Consigli dal 1703 al 1724, cc. 91-91v.

Giovanni Rimondini
Ariminum
Anno XVII – N. 4 Luglio/Agosto 2010

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