“Méga per gnìnt… pèr nu pasè da pataca…”

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“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Méga per gnìnt…pèr nu pasè da pataca…”

Non per altro ma per non fare la figura dello stupido/a era la frase che con un motto di stizza veniva pronunciata da chi voleva farsi le sue ragioni, anche se non ci guadagnava gran chè per non passare “da pataca”… insomma passi cornuto ma non mazziato. Dunque siamo ai contrasti, alle reazioni ai torti subiti o percepiti tali… situazione che si verificava tanto nei rapporti familiari quanto nelle relazioni con persone al di fuori della cerchia familiare. E’ un’espressione che ho sentito dire alla mamma, più volte, quando, ingelosita, cercava di fare il terzo grado al babbo… che qualche motivo gliene dava.. rincasando ad ore piccole, con addosso un odore che non era quello di “casa”.

A casa nostra ci si vestiva in maniera modesta tanto che sarebbe più corretto dire “ci si copriva”, abiti riciclati o regalati da famiglie benestanti che “i scartèva ad gràs”… se c’era un indumento “buono” lo si teneva per la domenica o per le “occasioni” a partire dalla visita del medico. Ecco che allora quando il babbo, in un giorno qualunque, “us cambièva”, lucidava le scarpe migliori, si passava la brillantina “testa nera” per tenere a freno i capelli ricci e le gocce di profumo nel fazzoletto; la mamma, peraltro più giovane di dodici anni, veniva pervasa dall’impotenza, chè il babbo s’imponeva con la forza, e da un senso profondo di malessere che la portava, almeno, a reagire seppur a parole: “du vèt isè cambièd? Guerdà c’an so séma.. an vój pasè da pataca”. Seguivano ore di tensione che noi bambini captavamo e rispettavamo standocene in silenzio, facendo finta di non vedere le lacrime che la mamma lasciava scendere e cercando di rimanere indifferenti, come non fossimo in grado di comprendere quelle frasi che borbottava tra i denti ora di rabbia ora di autocommiserazione…perché i genitori, i grandi allora (ma forse anche oggi) facevano presto a credere che i bambini solo ed in quanto tali “tanimòdi lór in capés”. Poi a notte fonda, al rientro del babbo, scoppiava la bomba.. ma in quel momento era più facile fingere di dormire e loro, “i grandi” fingevano di crederlo.. quando gli urli, in realtà, svegliavano sicuramento anche i vicini.. “dù tcè stè? Sa quèla che quand l’am véd l’am fa è surìsin? Guèrda che sa m’imbàt pèr la strèda ai spac la faza…” Ma la risposta del babbo era sempre la stessa: “te tcè mata…ho fat la partìda”. Nelle relazioni “esterne” l’espressione “per nu pasè da pataca” era frequente quando si rimaneva vittime di un furto ad opera di qualche amico/a che bazzicava la casa. Furti di cose di un valore relativamente basso anche se in quel contesto il danno aveva pur sempre una sua consistenza ma, ancor più di quello economico feriva il tradimento che andava a spezzare la tacita catena della solidarietà tra poveri essenziale per la sopravvivenza.

Così capitava che un paio di forbici.. sì proprio forbici, uno degli utensili sicuramente non indispensabile in case dove le posate erano “contate” e per di più spaiate, e proprio per questo raro e prezioso… capitava, dicevo, che sparisse proprio dopo la visita dell’amica e riapparisse alla vista ricambiandole la visita..a casa sua. “Per non pasè da pataca” seguiva: ”Dì… dó tagliè tòlti? An li avéva mai vésti.. na perché a gli è cumpagni dal mi c’an li tròv pió…”. A volte le forbici ritornavano magicamente in sede, a volte era la fine d’una amicizia.

Quello che ho tratto personalmente e che mi son sempre portata dentro è la lezione per cui anche se non si riesce a raggiungere l’obiettivo le proprie ragioni bisogna farsele ed anche se la lotta è impari ma siamo convinti delle motivazioni, bisogna comunque tentare.

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