“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “E’ pèr la ròba che bóta fóra e’ gat quand e’ rimètt”…”

Assomiglia al vomito del gatto… commento di mamma Elsa quando per la prima volta ha visto la salsina giallastra che farcisce i panini del Mc Donalds, al pari del commento del babbo che definiva la modernissima “insalatona” quella col granturco: “e’ pastòun per e’ baghìn”.

Non a caso, già le prime carni in scatola messe in commercio, a parere della mamma rimarcavano solitudine e povertà “purètt u s’è ardót a magnè al scatulèti!”. Comprensibili venendo da un periodo in cui i sapori si estraevano direttamente dalla natura. Raccontava il babbo che quando giovanissimo usciva con le barche da pesca, faceva il brodo coi sassi di mare che, bolliti, emanavano il sapore del mare stesso…. quel brodo finiva quindi nel sugo di pesce.. un pesce che mai andava lavato con l’acqua dolce ma solo tamponato con strofinacci per non disperdere le sue peculiarità marine… mentre la mamma, quando la domenica il brodo di carne e gallina bolliva nella pentola, schiumava il grasso in superficie che finiva nell’impasto della piada… o nelle patate messe cuocere nel forno.. e quell’osso di prosciutto che tutti si contendevano in bottega destinato ad insaporire la pasta e fagioli? E quel lardo battuto con la lama rovente che andava a “sostenere” il ragù di carne mentre noi bambini aspettavamo una distrazione della mamma per “fregare” la cotenna dal tegame guastando “la tela” che si era formata in superficie a protezione di quella prelibatezza? E le patate in umido, schiacciate con la forchetta e messe tra due pezzi di pane? E quella minestra “vedova” così chiamata perché di sole verdure, e le frittate farcite di ogni prodotto sufficientemente commestibile perché come dice la Elsa “frèt a gli è bòni ènca al spuntaturi dj’azidènt”? E non si sta parlando di ricette, chè quelle in ogni casa si alimentavano con la fantasia, ma di rimedi contro la fame, di metodi di recupero di cui era chiara la tracciabilità… per questo, ancor oggi quando di una pietanza non riconosco gli ingredienti, non mi fido.

Diceva la Elsa: “Nu magnè mai i caneloni me’ risturènt… chissà cus chi mèt te’ rimpìn”.

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