L’uccellino chiuso in gabbia…

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Pubblicato la prima volta il 16 Maggio 2018 @ 00:00

Eh sì: negli anni ’50 le donne cantavano dentro le mura di casa mentre sfaccendavano, anzi riuscivano a cantare e pensare nello stesso tempo giacchè urlare, seppur modulando la voce, era uno dei pochi “sfoghi” riservato alle donne o – meglio – alle casalinghe, che erano la maggior parte: così si consideravano anche quelle che andavano a “mèz servizie” ovvero “a faz a-gli ori”, vale a dire quell’attività a tempo ridotto tale da non potersi considerare un vero lavoro e che serviva unicamente per arrotondare lo stipendio del marito, dell’uomo di casa cui era affidato, dalle regole sociali di allora, l’onere di far fronte alle spese di casa.

Del resto in quelle “ore” prestate fuori le donne non facevano altro che prolungare gli stessi lavori che svolgevano a casa propria: lavare, stirare, pulire e cucinare “a vag a fè al spòj… a cunzè e’ pèss..”. Allora cantare, soprattutto in primavera ed estate, con le finestre aperte, era come esibirsi davanti ad un pubblico immaginario: ”il tango della gelosia“, portato al succeso da Connie Francis, o “Corde della mia chitarra”, grande successo del reuccio Claudio Villa. Erano le canzoni di Sanremo, che allora rimanevano in voga fino al Festival successivo o quelle trasmesse alla radio, ché ben poche erano le case dotate di giradischi… quelli incassati nel mobile con la radio incorporata, mentre di là da venire la televisione. Si cantava per sfoggiare la voce, ma si cantava ancor più per evadere dalle difficoltà della vita di ogni giorno: la miseria, la precarietà del lavoro, le malattie, ma si cantava anche per sognare, immaginare una vita diversa, immedesimandosi in quegli amori appassionati come solo possono essere nelle canzoni “Tua, solamente tua…”, che Yula de Palma aveva reso inno alla sensualità; ”dio del ciel se fossi una colomba vorrei volar laggiù dov’è il mio amor..”, dove la voce calda di Nilla Pizzi riuniva i due innamorati lontani.

Ma non erano poche le volte in cui si cantava per far arrivare all’esterno un’allegria che in realtà non c’era, per camuffare uno stato d’animo intriso di sconforto e malinconia come poteva essere dopo una baruffa col marito o una “ragnèda” coi figli, per far credere una agiatezza tanto farlocca da far evocare “Miseria e Nobiltà”. E allora giù a cantare a beneficio dei vicini, perché “lór i gòd e me an gnè vòj dè sudisfaziòn”.

Da qui il commento: “l’uccellino chiuso in gabbia se non canta per amor canta per rabbia”.

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