Il Leone e i Liocorni

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Il gruppo riminese Zafra nello spettacolo Mecchano

Pubblicato la prima volta il 14 Marzo 2019 @ 08:47

Il gruppo riminese Zafra nello spettacolo Mecchano
Il gruppo riminese Zafra nello spettacolo Mecchano

Adesso facciamo un esperimento. Chiunque voi siate – nullafacenti o presidenti, studentesse di liceo o amministratori delegati – qualunque età abbiate, ovunque vi troviate a leggere il giornale fermatevi un momento e cantate mentalmente “The Lion Sleeps Tonight”. Quella che fa «auimmauè, auimmauè» e poi, in italiano: il leone si è addormentato e più non ruggirà. Oppure in inglese, la versione originale: in the jungle, the mighty jungle, the lion sleeps tonight. Anche solo la melodia, non importano le parole. La sapete, certo. La sapete tutti.

Ora un’altra prova, un po’ più difficile. Cantate quella che dice: «Ci son due coccodrilli e un orangotango, due piccoli serpenti, un’aquila reale…». “I Due Liocorni”, si chiama, perché a un certo punto dell’appello «solo non si vedono i due liocorni». La sapete in moltissimi. Non proprio tutti ma quasi. Bisogna essere italiani, in questo caso, e avere avuto a che fare coi bambini negli ultimi trent’ anni. Una volta l’ho sentita cantare da un Presidente della Repubblica che l’aveva imparata dal nipote. Un sindaco molto austero l’ha mimata su richiesta, Claudio Abbado ne riconosceva la melodia, i frequentatori di villaggi turistici ce l’hanno come colonna sonora della vacanza, i bambini degli asili di tutto il Paese imparano a cantare così, i ragazzi delle scuole di musica la intonano a tre voci, a cappella, al saggio di fine anno. Di tutte e due le melodie sono piene le pubblicità di merendine, le suonerie dei telefoni cellulari, i film, i telefilm, i cartoni animati.

E adesso ultima domanda: i nomi degli autori. Chi le ha scritte queste due famosissime canzoni, di chi sono? Ecco, appunto. La morale della favola che stiamo per raccontare, giacché tutte le novelle ne hanno una, è proprio questa: succede, a volte, che quello che diventa di tutti non sia più di nessuno. Come se ci fosse un punto in cui la condivisione si fa più forte della proprietà e la vince, come se ci fosse una regola non scritta che dice: c’ è un limite, c’ è un confine superato il quale la musica è di chi la canta, la poesia di chi la ricorda a memoria, la storia di chi la tramanda e la ascolta. Quel che era di uno diventa patrimonio di tutti e può anche darsi che questa sia la migliore delle sorti. Pazienza per i miliardi dei diritti d’ autore (o milioni, non importa, tanto quando sei a zero è lo stesso) finiti nelle tasche di chissà chi, pazienza per la gloria che ha sorriso (ma poi davvero ha sorriso?) a qualcun altro.

Solomon Linda è morto in un ospedale lercio, non gli hanno nemmeno detto di cosa stesse morendo perché quei due che gli stavano attorno con una pezza bagnata non ne avevano idea, alla moglie e alle figlie non ha lasciato in eredità altro che ricordi in musica; e però era felice – dice la primogenita – era proprio felice di sentire che anche lì in quella specie di ospedale c’ era qualcuno che conosceva la sua canzone. Linda, uno zulu. Pochissimi tra i milioni di persone che cantano il Leone – solo gli esperti di cose di musica e gli appassionati, in verità – conoscono Solomon Linda, l’ uomo che nel 1939 mentre Hitler invadeva la Polonia entrò in uno studio di registrazione di Johannesburg, si tolse le scarpe come usava fare e improvvisò a microfoni aperti i tre accordi che nei successivi sessant’ anni hanno occupato per radio (solo in America) l’ equivalente di tre secoli di programmazione.

Nessuno – in questo caso nemmeno gli appassionati di musica – conosce Roberto Grotti, ingegnere edile di Riccione che nel 1976 mentre i terroristi sparavano a Roma e a Milano scrisse per il coro della sua parrocchia una canzoncina «che piacerà ai bambini del catechismo», sperava, intitolata allora Due coccodrilli. In comune queste due storie hanno dunque gli animali della giungla del titolo, l’ anonimato degli autori, con le dovute proporzioni l’ enorme successo e il fatto che nessuno dei due musicisti di cui stiamo parlando si sia arricchito come sarebbe stato normale attendersi in virtù dei diritti d’ autore.

Solomon Linda ha ceduto la sua canzone per l’ equivalente di un euro attuale ed è morto poverissimo senza che la vedova avesse di che comprargli una lapide da metter sulla tomba. Grotti nel 1976 fece dono della canzone agli amici della comunità cattolica, fu felice che il gruppo [riminese] Zafra la riarrangiasse e la cantasse ai concerti, lasciò volentieri che Marina Valmaggi, insegnante di latino oggi in pensione e musicista appassionata di canti religiosi («una vena familiare: mia nonna era violinista, mio padre suonava con Mascagni») ne ritoccasse qualche passaggio e fondasse infine una casa discografica – Rodaviva – di cui I due liocorni è tuttora il tesoro supremo. Un tesoro molto relativo giacché – racconta Valmaggi – «abbiamo speso anni ed energie ingentissime per veder riconosciuti i diritti sulla canzone utilizzata nel frattempo persino come sigla di trasmissioni tv. Mi sono stancata di battaglie legali, Internet ci ha messi definitivamente in crisi: si scarica e via. La canzone è sempre stata utilizzata abusivamente tranne che in rari casi. L’anno che abbiamo incassato di più abbiamo avuto 1500 euro».
I diritti sono ora divisi con Grotti, che vive a due isolati di distanza dall’ amica editrice e conserva pieno il titolo di «autore» così come risulta dalle copertine dei libri e dei cd. Tuttavia l’ ingegnere della sua più popolare creazione non vuole parlare. Lavora in uno studio associato che costruisce strade e ponti, ha due figlie già laureate, ha smesso da tempo di comporre canti liturgici (“Che siano una cosa sola” si intona ovunque in chiesa e sempre ai Meeting di Comunione e liberazione) e se canta ancora a messa è solo per suo piacere. Teme che i liocorni possano offuscare la serietà della sua identità professionale e compromettere chi lavora con lui, dice. Non vuole essere quello dei due coccodrilli. Ha fatto altro e a suo parere di più. Quella canzone è solo un lieto ricordo giovanile.

L’ultima delle associazioni fra il Leone e i Liocorni è tutta italiana: la casa editrice Gallucci, che pubblica libri illustrati per bambini con corredo di cd, li ha dati alle stampe a distanza di pochi mesi, quest’ anno. Sono naturalmente diventati entrambi oggetto di desiderio. I Liocorni sono illustrati da Silvia Ziche, disegnatrice della Disney specializzata in paperi, che dà agli animali dell’ Arca di Noè un’ espressione di lieto stupore: Noè chiama tutti gli animali all’appello, mancano i liocorni ma comincia a piovere, non si può più aspettare, bisogna chiudere l’ Arca. I due ritardatari galleggiano felici sulle loro ciambelle mentre l’ Arca si allontana: ecco perché i liocorni non sono oggi tra noi. Non è che non esistano: semplicemente hanno fatto tardi e adesso chissà dove sono.

È Altan, invece, ad illustrare il Leone: una ricostruzione poeticissima del villaggio dormiente e della mamma che culla il suo bambino, che il disegnatore dedica alla nipote Olivia Morosina. Nel cd la canzone è cantata in italiano da Henry Salvador, «una registrazione del 1962 del grande jazzista creolo che non era mai stata distribuita e di cui si erano perse le tracce», racconta Carlo Gallucci, l’ editore. «Dopo una lunga e davvero faticosa ricerca abbiamo recuperato il nastro da un archivio dimenticato: neppure il proprietario sapeva di custodirlo». Non sapeva, neanche lui. Grotti non sapeva che i volontari al terremoto del Friuli avrebbero cantato i Liocorni per alleviare la fatica e cercare una possibile allegria nel disastro, Valmaggi non poteva immaginare che sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe venduto il jingle («è un bellissimo blues, in realtà») a una multinazionale dolciaria perché diventasse la pubblicità delle merende. Le figlie di Solomon Linda non avevano idea di chi fosse la mano che ogni tanto, a partire da anni recenti, depositava qualche dollaro sul loro conto. «Soldi che arrivano da fuori», hanno raccontato le sorelle a Rian Malan, il giornalista-musicista sudafricano che meglio di ogni altro ha ricostruito l’ incredibile storia del Leone oggi pubblicata negli Scritti sulla musica curati da Nick Hornby.

The Lion l’hanno cantata gli indiani Navajo nelle loro riunioni, i Rem e Brian Eno, Miriam Makeba al compleanno di Kennedy subito prima che Marilyn sussurrasse il suo privato «happy birthday mister president». La banda dell’ esercito della Nuova Zelanda ne ha fatto una marcia. La nazionale di calcio inglese la cantava ai mondiali dell’ 86, Hollywood l’ ha messa nella colonna sonora di Ace Ventura e Disney nel Re Leone. Linda aveva solo intonato, quel giorno al microfono: «Mbube». Si pronuncia «eem-boo-beh», in zulu vuol dire leone. Gli americani non capivano la parola, tradussero «wimoweh». Da noi è diventato «auimmouè», così la canta nel suo franco-italiano Salvador e così la cantiamo noi. La battaglia legale per i diritti agli eredi, negati per decenni dagli squali delle grandi case discografiche, si è appena conclusa: Linda è morto da 44 anni. «Gli avevano fatto il malocchio per invidia», dice Fildah, la maggiore delle figlie che porta al polso un bracciale di pelle di capra, il segno che distingue un “sangoma”, uno stregone zulu. Lui però – che non aveva mai studiato, che firmava tutte le carte che gli mettevano davanti – non è mai stato invidioso di nessuno. Sorrideva quando sentiva la canzone suonare alla radio, batteva le mani quando vedeva il disco in vetrina col nome di un altro. è morto con 22 dollari sul conto. La melodia che somigliava a quei tre accordi di quel remoto giorno a Johannesburg non era mica una cosa sua, del resto.

Questo sicuramente pensava. Non è mia, è vostra che la state cantando.

Concita De Gregorio
La Repubblica
7 gennaio 2007

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