Allevamento del baco da seta e industria serica nel riminese al tempo dell’Inchiesta Jacini

I questionari compilati dai sindaci dei 17 comuni del riminese per l’Inchiesta Jacini presentano un quadro desolante dell’agricoltura nel 1879, fornendo scarse informazioni sull’allevamento del baco da seta e sostanzialmente nessuna notizia sugli aspetti industriali legati alla lavorazione del filo, alla commercializzazione del bozzolo nei numerosi mercati serici ed alla trattura del filo dal bozzolo nelle filande.

Il motivo potrebbe risiedere nel fatto che questi argomenti si consideravano dai sindaci già approfonditi nella precedente Inchiesta Industriale degli anni 1870-1874, benché neppure da questa inchiesta emerga la realtà molto articolata del territorio riminese[i].

Nelle campagne riminesi l’allevamento era praticato fin dal XVI secolo. A Rimini c’era sempre stato un importante mercato serico o Pavaglione ed al tempo dell’Inchiesta erano ancora attive numerose filande, come abbiamo avuto modo di chiarire in una nostra pubblicazione[ii].

Il sindaco di Rimini però alla domanda quali fossero le industrie locali «che procurano un utile impiego dei prodotti agrari del Comune», ignora completamente la maggiore filanda cittadina, la filanda Aducci, che dava da lavorare ad una settantina di persone. Inoltre, in merito all’allevamento del baco da seta, il sindaco rispondeva che era praticato quasi interamente in campagna e che la seta prodotta era tutta destinata al commercio, sia presso il locale mercato serico cittadino, sia all’esportazione in altre città, dichiarando quindi l’esistenza di un mercato serico.   

Nella Inchiesta Industriale troviamo la fotografia della situazione, fornita nel 1873 da uno dei più innovativi e attenti allevatori riminesi, il Conte Alessandro Castracane.

La prima domanda rivolta al Conte è se nella provincia di Rimini la trattura della seta sia esercitata dagli agricoltori stessi, dai proprietari o conduttori delle terre, oppure da speciali industriali in opifici distinti. La risposta è secca e precisa, «in opifici distinti e da industriali».

Alla domanda dove venissero acquistati i bozzoli, se fossero di produzione locale o importati dall’estero, Castracane risponde, «si comperano in paese esclusivamente» e fornisce anche i dati dei prezzi ai quali erano stati venduti i bozzoli al mercato serico riminese nei cinque anni precedenti, fra il 1869 e il 1872. Successivamente risponde alla domanda più critica, quali conseguenze aveva avuto sulla produzione la malattia che aveva colpito i bachi, ovvero la pebrina, «l’industria della trattura è qui in decadimento per cause indipendenti dalla produzione dei bozzoli».

Le cause di una flessione nella produzione del filo non dipendevano quindi dalla minore produzione di bozzoli determinata dalla malattia, infatti alla domanda successiva, relativa alle motivazioni dell’aumento prezzi nell’anno 1872, Castracane risponde che non dipendeva dalle «condizioni locali, perché anzi il raccolto fu qui superiore a quello dell’anno antecedente».

Infine al Conte viene chiesto quali accorgimenti si sarebbero dovuti prendere per ricostruire la razza indigena di baco da seta, minacciata dalla malattia e risponde che è fondamentale la scelta del seme bachi, ovvero delle uova della farfalla Bombyx mori, con l’uso della selezione cellulare, secondo il metodo scoperto da Pasteur, tramite l’analisi al microscopio delle farfalle dopo la deposizione delle uova, ma questa selezione deve essere «in mano dei più intelligenti produttori, perché si applichino a prepararsi da sé stessi il contingente dei semi, senza ricorrere al commercio, ove la buona fede è ormai merce fuori d’uso».

Lo stesso Castracane fin dal 1862 si era «applicato a studi di bachicultura, e massime coll’uso del microscopio, ponendo a disposizione del pubblico e gratuitamente l’opera sua, la quale non riuscì infruttuosa, avendo ottenuto di mantenere in onore i semi indigeni, che vennero sempre coltivati in questo territorio con preferenza agli esteri»[iii].

A questo punto però, dopo Rimini, esaminiamo rapidamente la situazione che emerge dall’Inchiesta anche in altre località della provincia.

Il sindaco di Santarcangelo di Romagna, nella sua relazione, annovera fra i prodotti dell’agricoltura che si esportano dalla sua città, la seta grezza, ovvero il prodotto della trattura del filo dai bozzoli, ma non cita la presenza di filande, che infatti al momento non trovano alcuna testimonianza documentale, quindi questa lavorazione avveniva in modo artigianale nelle case degli agricoltori oppure dei proprietari o coloni dei terreni. L’allevamento invece era praticato da secoli, infatti fra i miglioramenti da effettuare nelle case coloniche, il sindaco indica proprio quelli connessi con l’allevamento dei bachi da seta, per incrementarne la produzione.

Il sindaco di Verucchio invece lamenta un grave calo, nella produzione di bozzoli, rispetto ai tempi d’oro, causato dalla malattia del baco che «a ben pochi lascia salva una parte del raccolto», ma non accenna all’importante mercato serico che si svolgeva in quella piazza almeno dal 1849, documentato dai “Registri della pesa filogelli nella Piazza di Verucchio”[iv] e soprattutto non parla della filanda, attiva dal 1857 fino almeno 1866 che dava lavoro a ben 24 operai ed impiegava per le sue lavorazioni 2.950 kg. di bozzoli[v]. In questo caso si può ritenere che la crisi ne avesse determinato la chiusura, ma se il sindaco di Rimini non aveva citato la più importante filanda, forse anche il sindaco di Verucchio poteva aver tralasciato questa informazione.

Nel Comune di Morciano di Romagna fra le industrie locali che sfruttano i prodotti agricoli del territorio, il sindaco segnala anche la bachicultura, senza ulteriori specifiche, e ricorda questa attività anche fra le industrie che procurano lavoro ai contadini, aggiungendo la nota “è da promuoversi”, infatti alla domanda sui “miglioramenti nella condizione delle case coloniche” la risposta è “in parte avvenuti mediante la coltivazione serica”, quindi la bachicultura era praticata diffusamente e si stava evolvendo, perché erano destinati spazi specifici nelle case coloniche.

In questo caso, come per tutte le località precedenti, non è segnalato alcun mercato serico, ma da una relazione del Presidente della Camera di Commercio di Rimini, Ercole Ruffi, siamo informati che nel 1872 “tre soltanto sono i mercati serici, che hanno avuto luogo in questo circondario per il lasso di circa 20 giorni dello scorso mese di giugno. Il più importante è quello che si è fatto in Rimini; gli altri di gran lunga minori furono quelli che si tennero in Morciano e in Monte Scudo”. A questa dichiarazione seguono i risultati ottenuti dai tre mercati e il commento, valido solo quel quell’anno “ciò dimostra che tutti i bachicoltori dei 17 Comuni compresi nel Circondario di questa Camera, convengono preferibilmente in Rimini a mettere in contrattazione la suddetta merce”.

Ruffi infine riferisce che “i detti mercati poi vengono esercitati dietro speciali norme o regolamenti pubblicati, per quello di Rimini da questa Camera e per quelli di Morciano e Monte Scudo dai locali Municipi”, ma presso l’Archivio Storico del Comune è conservata solo la contabilità del mercato serico a partire dal 1888[vi].

In quest’anno così funesto per la bachicultura italiana, per l’infuriare della pebrina, è possibile che gli altri mercati serici del riminese non siano stati aperti, infatti per Santarcangelo Gallavotti nella sua cronaca scrive: “La malattia nei bacchi infierisce terribilmente e molti bacchicoltori sono in quest’anno rimasti traditi nelle loro aspettative. Tale malattia apporta in generale un danno incalcolabile, mancando così all’Italia una delle sue principali ricchezze”[vii].      

Un altro elemento molto importante per Morciano, che non è segnalato dal sindaco, è la presenza, almeno dal 1875, di una sperimentazione su seme bachi di razza indigena ad opera del Sig. Ferri, che in quell’anno inizia a confezionare seme bachi con il sistema cellulare[viii].

Questi sono i prodromi dell’apertura, almeno dal 1893 dell’Ottocento, dello Stabilimento bacologico e Regio Osservatorio diretti da Antonio Marini[ix], al quale poi subentrerà dal 1909 la Ditta Bacologica o bachificio, com’era chiamato localmente, Valentinotti.

Queste due saranno le uniche aziende per la produzione di seme bachi del territorio riminese.        

Per quanto riguarda il Comune di Coriano il sindaco segnala una “piccola coltivazione del baco da seta per commercio”, che viene interamente esportata, forse presso il mercato di Rimini, mancando a Coriano un mercato serico. Montescudo, che pur era citata per la presenza di un mercato serico nella relazione della Camera di Commercio di Rimini, non sembra avere nessun allevamento, in base alle risposte date dal suo sindaco, mentre a Montecolombo, fra le industrie che procurano lavoro ad una parte della famiglia contadina il sindaco cita anche “l’educazione dei bachi da seta che danno un discreto prodotto”, e lo stesso accadeva a Montefiore, mentre a Poggio Berni non vi erano altre industrie, “solo vi è la coltivazione del filugello, ed i bozzoli si vendono sulla piazza di Rimini”.

Concludendo, l’analisi della sola Inchiesta Jacini, disgiunta da altre fonti coeve a stampa e dai documenti archivistici, non fornisce un quadro reale della bachicultura nel territorio riminese di quegli anni, quindi deve essere considerata come una fonte non adatta per valutare nel suo complesso questo settore che non afferisce esclusivamente al mondo agricolo, com’era classificato in passato, ma principalmente a quello industriale.    

Cristina Ravara Montebelli


[i] Per una prima analisi di questa tematica cfr. Cristina Ravara Montebelli, Le vie della seta a Rimini. Artefici e luoghi produttivi (XVI-XX sec.), Rimini, Bookstones, 2014, part. pp. 137-149. Per l’Inchiesta Jacini, cfr. Carla Catolfi, L’inchiesta Jacini in Romagna. I materiali inediti del Riminese, Santarcangelo di Romagna, Maggioli, 1990. Una copia dei documenti riportati da C. Catolfi e che abbiamo verificato è conservata presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Italia Contemporanea di Rimini.

[ii] Ravara Montebelli, Le vie della seta a Rimini.

[iii] Atti del Comitato dell’Inchiesta Industriale (1870-1874), Deposizioni scritte, categoria 6§1. Trattura della seta, Roma 1873, pp. 39-40.

[iv] I registri sono conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Verucchio.

[v] Monografia statistica, economica, amministrativa della provincia di Forli, 2, 1866, p. 179.

[vi] Annali del Ministero di Agricoltura, industria e commercio, volume 1872, quarto trimestre, Parte I. Bachicoltura, Milano 1873, p. 170. La relazione è erroneamente attribuita a E. Tuffi, anziché a Ercole Ruffi. Per la contabilità del mercato serico di Morciano di Romagna si veda in Archivio Storico del Comune di Morciano di Romagna, Serie mercato serico (1888-1932).

[vii] E. Gallavotti, Giornale di notizie risguardanti Santarcangelo di Romagna 1700-1905, a cura di Silvano Beretta, Cesena 2009, p. 275.

[viii] Archivio Centrale dello Stato, Fasc. 3444 busta 601, 28/1 “Seme bachi confezionato col sistema cellulare dal sig. Ferri di Morciano di Romagna”.

[ix] Per l’inizio dell’attività del Regio Osservatorio diretto da Antonio Marini, cfr.  Bollettino di notizie agrarie, 1893, p. 52. Un cartocino promozionale dello Stabilimento Bacologico e Regio Osservatorio di Antonio Marini a Morciano di Romagna, conservato presso il Museo della Seta di Soncino recita, sotto una bella immagine in stile liberty di donne al lavoro: “Seme bachi. Razze gialle indigene ed incroci. Riproduzione da allevamenti speciali costantemente sorvegliati. Confezionamento esclusivamente cellulare. Sistema Pasteur. Selezione fisiologica e microscopica a doppio controllo. Ibernazione razionale sul monte Titano. Rigorosa osservanza di tutte le norme suggerite dai progressi e scoperte. Garantito all’esame a zero da infezione parassitaria e da predisposizioni morbose”. Approfittiamo dell’occasione per ringraziare il Responsabile del Museo, Enzo Corbani per averci segnalato questo cartocino della sua collezione.

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