Tempo di buoi, agnelli e uova

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Pubblicato la prima volta il 3 Settembre 2018 @ 09:50

Dmenga d’Pascva:
un cvêrt d’pulastra
un cvêrt d’agnilet,
un öv benadet…”

[Ercolani, 1971]

Questa cantilena esprime l’attesa popolare per il sabato santo e la successiva domenica di Pasqua quando, con l’interrompersi della Quaresima e il digiuno di Vigilia, è concesso ricominciare a deliziarsi con le specialità culinarie.

Anche in Romagna il piatto festivo per eccellenza era rappresentato dall’agnello, insieme alle uova sode, le minestre ricche di uova (i passatelli) e la carne del bue grasso (e’ bò d’Pascva, il bue di Pasqua), il quale, dopo aver sfilato, agghindato, per le vie del paese, veniva macellato. L’uccisione di agnello e bue grasso rappresentano una tradizione alimentare che trae origine da un rito sacrificale di propiziazione per la fecondità degli animali e, al tempo stesso, espiatorio. Questi animali, infatti, riprendendo la tradizione cristiana pasquale di un Cristo che si immola per “pagare” i peccati di tutti, venivano utilizzati come “capri espiatori” e uccisi affinché purificassero la collettività: proprio per questo motivo il bue, ornato di panni colorati e fiocchi, veniva fatto sfilare attraverso la comunità e poi ucciso.

La scelta dell’agnello, invece, deriva certamente dal fatto che in questo periodo dell’anno essi rappresentano una “primizia” e come tali venivano sacrificati per l’offerta alla divinità e per la consumazione delle carni in comunione con la divinità stessa; Pasqua, dalle comparazioni etnografiche, risulta essere festa primiziale (che, in genere, prevedevano un periodo di digiuno e purificazione seguito da un’offerta sacrificale e dal consumo della stessa primizia).

Esistevano anche “capri espiatori umani”: in un’antica tradizione romagnola, il più tonto del villaggio veniva mandato di casa in casa dotato di cesto a prendere “le chiavi dell’alleluia”; in ogni casa visitata veniva posto un sasso nel cestino, che diventava quindi progressivamente più pesante. Il significato di questa tradizione è chiaro: lo sprovveduto rappresentava colui che, andando a raccogliere i peccati di tutti, se ne faceva carico.

Tradizionale a Pasqua, come si è detto, è anche l’impiego di uova nell’alimentazione (e non solo). Esse costituivano una presenza predominante nella celebrazione pasquale, e questo prima ancora di assumere, come oggi, la forma di dolce al cioccolato; venivano offerte al sacerdote come ricompensa per la benedizione pasquale e si consumavano sode il giorno di Pasqua, spesso dipinte, dopo averle fatte benedire; e ancora venivano usate e vinte nel gioco tradizionale chiamato machì machì (o scòz), in cui due giocatori si munivano di un uovo ciascuno: lo sfidante cercava di ammaccare quello dell’avversario battendovi contro il proprio.
Il simbolismo che lega l’uovo a questa festa è chiaro: l’uovo è stato presso varie culture il simbolo principe della nascita e della rinascita, fino al suo significato cosmogonico, cioé di creazione dell’universo, tanto da essere presente in numerosi miti relativi alla stessa creazione e nei miti e riti di rinnovamento e rigenerazione periodica. Ovvero anche a Pasqua, festa di resurrezione e rinascita per antonomasia.

Bibliografia:

  • E. Baldini – G. Bellosi, “Calendario e folklore in Romagna”, MediaNews 1995
  • E. Baldini, “Alle radici del folklore romagnolo. Origine e significato delle tradizioni e superstizioni”, Longo 1996

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