Rimax e Federico

Capitolo 9 – 1925 Federico

Federico aveva cinque anni. E un gatto. Una sera lo aveva introdotto in casa di nascosto, dopo averlo catturato mentre si aggirava guardingo nel giardino. La prima notte il gatto si era acciambellato in fondo al letto e Federico si era addormentato col rumore in sottofondo di lui che ronfava placido. La seconda notte lo aveva fatto entrare dalla finestra, nella presunzione che nessuno in casa lo stesse osservando. La terza notte… beh, la terza notte era stato mandato a letto senza cena a causa di una delle marachelle che commetteva di continuo. Disegnare col carboncino sulla parete dell’ingresso la caricatura del postino che inciampava sul cordolo del marciapiede lanciando in aria il contenuto della sua borsa di pelle non aveva incontrato l’approvazione di suo padre…. mezz’ora dopo però la porta della camera si era aperta silenziosamente e sua mamma, senza dire una parola, aveva posato il gatto sul letto. Da quel momento erano diventati inseparabili.

Forse c’è qualcuno fra di voi che non è stato mai, nemmeno una volta, ostaggio di un gatto? Prigioniero dei movimenti della sua coda, di quel movimento ipnotico che spazza il pavimento, catturato dal diapason delle fusa, succube del suo strofinarsi addosso.

Quando si è bambini sembrerebbe un giocattolo, un gatto.

L’amico a cui confidare i desideri, le speranze, i piccoli segreti di tutti i giorni. Un altro sé stesso, umile e prezioso, e indipendente.

Con due balzi ben calcolati, prima sulla sedia e poi sul cassettone, Rimax raggiunse la sommità dell’armadio, fuori portata delle braccia del bambino. Di lassù, maestosamente, restò a dominare la stanza, la coda curvata ad avvolgere le zampe, osservando Federico che nel frattempo si era rimesso a disegnare.

Al bambino piaceva usare le matite colorate cercando di ricreare ciò che incontrava durante le sue giornate o che la sua sfrenata immaginazione gli suggeriva. Sui fogli di carta, irriconoscibili per tutti gli altri, dava vita ai personaggi che popolavano la sua fantasia.

Federico aveva un gatto. Federico era un sognatore.

Ma erano davvero interamente suoi i sogni? O non erano piuttosto quelli del gatto?

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Quel desiderio di andarsene, di evadere, valicare nuovi confini, conoscere, stupire. Metteva profonde radici quel desiderio inconscio, quell’impulso irrefrenabile: la speranza del gatto di rimbalzare finalmente fuori del cerchio magico, in un qualsiasi fuori che si concludesse in una normale vita di inizio e di fine.

Un giorno quell’impulso lo avrebbe portato lontano, via da quella città, seguendo il flusso impetuoso della sua arte, pronto a far volare milioni di persone su ali di celluloide.

Negli anni successivi Federico tornò molte volte nella sua città, dopo ogni film, dopo ogni sogno a cui aveva dato forma e sostanza, ma non rivide più il gatto.

Lui ogni tanto ci pensava e a volte lo disegnava, ma mai per intero. In quella gonna si sarebbe potuto forse intravedere la forma della zampa grassoccia, in quel volto scoprirne lo sguardo assassino.

In fondo nemmeno lui sapeva cosa cercasse di catturare.

Perchè cosa succede realmente quando un gatto ti si strofina addosso? Che magica polvere invisibile ti appiccica? Cosa si racconta con la tua anima, a tua insaputa, mentre fa le fusa? Quando sonnecchia acciambellato sulle tue gambe ronfando piano e poi sfodera le unghie appuntite cosa cattura che ti minaccia? Mentre dorme in fondo al letto, montando la guardia, cosa estirpa di marcio dalle tue giornate, che tu nemmeno sai?

Quando ti tocca piano, i cuscinetti vellutati, forse sta trasmettendo su onde invisibili e dipana il gomitolo del mondo che noi umani ingarbugliamo di continuo.

Quando si allunga e si inarca, sfodera le unghie, la coda arricciata, cosa sta facendo davvero un gatto? Di quello che sogni distorce le righe, allarga i quadretti o li apre. Ti fa uscire dai confini del foglio, per raggiungerlo dove il mondo è una coda nervosa e la luna una moneta da spendere.

A patto che tu abbia sogni.

I sogni di Federico forse erano carta velina artigliata alla sua anima con unghie di gatto, o forse no.

Ma chi potrà mai affermarlo con sicurezza?

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