“E’ Nadèl al cnuscemiè ènca nùn”

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Pubblicato la prima volta il 29 Dicembre 2015 @ 10:53

Sì anche noi poveri di città festeggiavamo il Natale. Non si (ri)conoscevano i compleanni tantomeno gli anniversari o gli onomastici, non c’era festa per l’ultimo dell’anno ma il Natale era un grande evento: non mistico, non religioso… anzi, la messa di mezzanotte di cui si aveva comunque chiara notizia, data la vicinanza della Chiesa di Sant’Agostino, era considerata, se frequentata dai poveri, una manifestazione di snobismo (da prochega, da sburùn) fuori luogo. E non c’era neanche la solidarietà tante volte associata alla ricorrenza natalizia. Non si invitavano i parenti e nessuno se ne aveva male. Vigeva la regola tacita, per cui ogni famiglia festeggiava come poteva, consumando secondo le proprie possibilità.

Perchè, il Natale era, soprattutto, un evento enogastronomico, pensato e curato particolarmente nella ricerca della qualità. Si conservava, per tempo, il vino più buono, il caffè. Il rituale della ricerca delle galline e dei capponi attivava il circuito delle conoscenze di “campagna”: “st’an an ne sò si s’armèdia… i cuntadèin jè furb al galèini bòni i sìi magna lór” In macelleria si comprava solo la carne (lingua, scaletta, osso) per “tagliare” il brodo dei cappelletti. Il pollame arrivava a domicilio vivo. Nessun spirito animalista alleggiava nelle case di allora. Sì, c’erano gli animali domestici, cani e gatti ma per vivere si dovevano arrangiare, come tutti. I gatti si nutrivano ancora di topi e confidavano nella distrazione (poco probabile) della padrona di casa per rubare qualche resto di pietanza rimasto incustodito. I cani “bastardini” in genere rincasavano dopo aver “rimediato” il pasto giornaliero. In casi estremi si improvvisava una zuppa con pane (i trocùl) e brodo allungato dalla “raschiatura” del tegame del sugo.

Dunque, tirare il collo ad una gallina era un vero piacere, un appuntamento atteso, meritato che spettava al capofamiglia o alla donna più energica (in genere la nonna). Lo strattone al collo, precedentemente ritorto, doveva essere forte e deciso, non tanto ad evitare inutili, suppletive sofferenze al pollo quanto per evitare che il sangue rappreso, dopo inefficaci tentativi di strangolamento, si diffondesse nel resto delle carni, annerendole. Seguiva lo spennamento possibilmente a caldo diversamente si doveva ricorrere allo “sbiontemento” (ovvero passare il pollo nell’acqua bollente), per facilitare l’asportazione delle penne che, ovviamente, non finivano nei rifiuti ma, raccolte, andavano ad imbottire i cuscini. Del resto, niente si “scartava” tutto andava in pentola: dal collo alla cresta, dalle budelline alle zampe. Il “cadaverino” spennato, svuotato delle interiora, veniva appeso (a scolare sangue su di un piatto) alla finestra. E quello era il segnale , visibile all’esterno, dell’imminenza natalizia. Naturalmente l’operazione “finestra” era possibile solo ai piani alti degli edifici e, purtroppo neppure in quei casi era scongiurato il rischio del furto. “Rimediare” la gallina o il cappone di Natale rubando alle finestre era una pratica diffusa, consolidata in grado di attivare sofisticati stratagemmi (scale, rampini, corde, ecc..).

La percezione del Natale era forte, probabilmente perché concentrata in un arco di tempo molto contenuto. Non esistevano luminarie “stradali” tantomeno prodotti natalizi che, come oggi, fossero esposti, fin da ottobre, sugli scaffali dei supermercati ancora di là da venire. Il babbo, quando aveva la fortuna di lavorare come manovale in un cantiere, riceveva solamente alla vigilia di natale il “pacco” ovvero panettone confezionato nella scatola quadrangolare e “bottiglia” (di spumante).

La vigilia di Natale era il giorno più carico di atmosfera. Le donne si accingevano alla grande “lavorazione” della giornata che sarebbe durata fino a notte inoltrata. I bambini vivano appieno l’eccitazione della festa che li avrebbe coinvolti anche nei preparativi culinari. Non era solo un gioco, avvertivamo chiara la percezione di essere “fortunati” facendo parte della cerchia di quelli che festeggiavano il giorno più bello dell’anno con un pasto speciale. I racconti degli adulti, appena usciti dalla guerra, le stesse favole allora in auge…ci tramandavano storie da brivido: freddo, fame, lupi cattivi….e noi eravamo al caldo della stufa, annusavamo aromi ancor oggi indimenticati e, dopo la preparazione delle creme destinate alla zuppa inglese, in premio per la collaborazione, potevamo leccare il cucchiaio di legno che ci era servito per mescolare (zira è cucèr clà s’ataca!). Si poteva desiderare di più?

Il giorno di vigilia iniziava, in cucina, con la preparazione dell’anguilla tagliata a pezzi dopo essere stata inchiodata, su di un legno, alla testa e alla coda, proseguiva con la preparazione dell’impasto dei cappelletti e, mentre, cuocevano i ceci messi a bagno la sera prima, si procedeva con la cottura dell’anguilla (marinata o fritta), il taglio dei polli e del coniglio che, già conciati, ricevevano il primo condimento di base in attesa della cottura del giorno dopo.

Il menù della vigilia, assolutamente privo di carne non era solo o tanto una tradizione “religiosa” ma aveva lo scopo di accentuare, per contrasto, il gusto del pasto natalizio. Minestra coi ceci, tonno o, meglio, al mulighi de ton depositate sul fondo del barattolo di latta, vendute a basso costo. Ma il marinaio di famiglia puntava “mi bisatt”. Il babbo portava casa l’anguilla, come trofeo di conquista e con la fierezza di un guerriero si accingeva a lavorarla inchiodandole la testa sul legno per tagliare i pezzi che infarinati e fritti avrebbe gustato in completa solitudine. Sia perché l’ingordigia verso quel pesce prelibato mai glielo avrebbe fatto dividere con qualcuno sia perché nessuno di noi bambini e mamma compresa poteva accettare l’idea di mangiare una “biscia”.

Dopo cena si preparava l’albero di Natale. In casa mia non c’era traccia di presepe. No, non si trattava di una scelta “laica”: il presepe costava, l’albero invece si rimediava con un ramo staccato da un pino marino, piantato quindi in un barattolo di latta, ricoperto con carta crespa verde. Ciuffi di cotone (è bumbes), creavano l’effetto neve, mandarini, alcune pigne secche colorate con la “porporina” e qualche ciondolino di cioccolata rimediato dalla mamma con quello che lei chiamava un salto mortale sui risparmi della spesa…completavano l’addobbo. Non esisteva l’usanza (o sì?) dei regali di natale. Per noi bambini c’era “la Befana del Comune”, un giocattolo elargito dal sistema assistenziale comunale, il giorno dell’Epifania, nella sala del Cinema Italia, in un clima inquietante… di cui racconterò più avanti..

Ma il tripudio finale, mentre ci si avvicinava alla mezzanotte, era dato dalla preparazione dei cappelletti. La mamma tirava la sfoglia, subito tagliata a quadratini che noi bambini riempivamo d’impasto (fè prèst clà sa sècca e dòp l’è fadiga ciudie). I più bravi potevano anche “chiuderli” con la classica foggia del cappello da prete… tutta altra cosa rispetto i tortellini!

Il menù natalizio era di rigore. Giorno di Natale: cappelletti in brodo (con ripieno di petto di pollo, macinato (è pest) di vitello misto a suino o salsiccia, mortadella tritata finemente, ricotta, parmigiano (la forma), pecorino fresco, uova, noce moscata, buccia di limone grattugiata), gallina o cappone lessato, mostarda piccante acquistata sfusa nel negozio dove veniva custodita in mastelline di legno, salame matto ovvero una sorta di salsicciotto preparato con pane grattugiato, parmigiano, noce moscata, limone, bollito nel brodo e servito tagliato a fette, zuppa inglese composta con strati di biscotti secchi, gli Osvego, imbevuti di alchermes e rum, cioccolata e crema, panettone di “marca” (il primo che ho assaggiato è stato un “Galup”) quando possibile o panettone formato plum kake, Pineta (in genere regalato, a mò di gadget, dalla bottega (dei generi alimentari) di affezione, spumante Cinzano ed il torrone, quello di Lino, preparato nel chiosco collocato nel giardino delle signorine Giulianelli, di fronte all’allora Cinema Italia.

Santo Stefano, era una festa minore, da menù importante ma non esclusivo: lasagne al forno o ravioli al sugo, pollo e/o coniglio arrosto con patate e gratinati, dolci avanzati dal giorno prima e tenuti in fresco sul davanzale della finestra.

Ecco il bello del natale era tutto lì, nella concitazione della vigilia, nelle speranze, meglio, nell’illusione di una “normalità” rassicurante. Il giorno dopo non sempre manteneva le aspettative. Le tensioni sopite durante la vigilia esplodevano, spesso, proprio il giorno di natale nelle liti di famiglia e non era raro che noi bambini, causa gli sbalzi di temperatura del giorno prima quando la stufa, per risparmiare si lasciava spegnere, si rimanesse bloccati a letto con febbre e tonsillite acuta. Insomma pace in famiglia e salute non erano garantiti dal Natale!

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