“Un fa gnènca mòd sé ta l’amaz”

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Pubblicato la prima volta il 3 Aprile 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Un fa gnènca mòd sé ta l’amaz”

Non ubbidisce nemmeno con la peggiore delle minacce. Era la definizione che si dava ai bambini più vivaci, tenuto conto che la vivacità, allora, poteva arrivare fino ad un certo punto, perché non si poteva certo mandare a quel paese un genitore, né alzare la voce o far gesti infastiditi con la mano.
Ce lo avevano proibito? Non c’era stato bisogno, a nessuno di noi bambini sarebbe passato per la mente:

  1. Stare composti a tavola: guai a “scherzare” con la sedia dondolando “stà bòn che t’spac la scarana…. sè t’casc tat fè mèl”; ricordo che persino ai rinfreschi, rari, ai quali eravamo invitati ce ne stavamo fermi, muovendo solo gli occhi a destra e sinistra in attesa che ci servissero la cioccolata in tazza: attenti a non passare da “sfazèd”;
  2. mangiare tutto quello che c’era nel piatto: “magnè perché l’è tót i l’è e se dòp uv vèin fèma un gnè pió gnìnt” e bisognava mangiare col pane, perché sennò “un’è fèma, l’è luvéria…”;
  3. cancellare dal proprio repertorio “questo non mi piace”… “ah suj fós stè mè tèmp ad guèra… na che non mi piace” e ancora “scartè, scartè, cuv vérà in amènt…”;
  4. rispondere subito quando la mamma chiamava dalla finestra (“guèrda c’an voj urlè.. tè capì?”): ricordo la volta in cui, allontanatomi un po’ troppo non sentìì la voce, finchè mi avvisarono; allora, con una naturalezza tutta apparente arrivai sotto la finestra della mamma e con tutto il fiato chiamai: “mammAAA, mammAAA, mi hai cercata?”. La mamma, affacciatasi al davanzale, mi tirò uno zoccolo, evitato solo di sbriscio “…e portle ad cióra c’at cunz mè!”;
  5. non sporcarsi, soprattutto se ci avevano “cambiato” i vestiti. Gli indumenti erano “contati”, non c’era lavatrice né acqua calda corrente, le mani della mamma erano corrose dalla saponina, una polvere che si vendeva sfusa e dalla varecchina: dunque l’attenzione era dovuta;
  6. mai chiedere qualcosa quando si andava con lei nella bottega; era già molto assicurare la spesa giornaliera, per il superfluo non ce n’era e la mamma ci aveva avvisato una volta per tutte: “quand a pòs a vè còmpre da pèr mè”;
  7. non tornare a casa piangendo, se non si voleva buscarle. Era una sorta di incitamento a farsi le proprie ragioni senza contare sulla difesa che, oggi, le mamme portano avanti a prescindere. Il messaggio era “ròbi ad burdèl” e andavano risolte in quell’ambito: se si andava a casa lamentandosi, si prendevano le botte “isè t’pianz slà rasòun”;
  8. mai mangiare la cotica dal tegame del sugo per non guastare la “tela”, cosa che faceva imbufalire la mamma perché quella tela aveva lo scopo di “conservare” l’integrità del sugo. Ma buono come quel culo di pane inzuppato nel tegamino e quella “cótga” che aveva ancora qualche peluzzo… facevo gara con mio fratello per accaparrarmela, mentre mi piegavo per schivare il tozzone della mamma;
  9. mai presentarsi in casa degli amici all’ora di pranzo: ci voleva rispetto per il cibo, assieme alla consapevolezza che era scarso… dunque nella maggior parte delle famiglie non c’era la possibilità di dividerlo con altri e non si doveva metterle in imbarazzo;
  10. non rispondere mai “me ne frego”, sia perché era espressione irriverente sia perché “ul gèva musolini”; poi era percepito come un ammutinamento, inaccettabile per quel tempo… anche oggi, pur con significato analogo, mi capita di dire “chi se ne frega” ma mai “me ne frego”.

Questo era il decalogo base, cui si aggiungevano tutte le azioni che comportavano spreco o, secondo l’interpretazione dei genitori ma soprattutto del babbo, abuso. Per stare in tema sulla “trasgressione”, ricordo quando, nei primi anni ’60 potevo disporre di una cameretta mentre mio fratello dormiva in mobile letto collocato nella sala da pranzo. Di sera, quindi, pur nel freddo della stanza – ancora non c’erano i termosifoni – non vedevo l’ora di andare a letto per leggere uno dei libri presi in prestito al Libro Forum: era l’unico vero svago, mancando anche il televisore. Tenevo il libro con una mano mentre l’altra stava sotto le coperte per ridurre la percezione del freddo, quando quella esterna cominciava ad ingiallirsi nei polpastrelli, facevo il cambio di mano. E allora dov’era la trasgressione? Nel consumo della luce, che il babbo vietava categoricamente e di cui si accorgeva vedendola filtrare sotto la porta.

Così dovevo aspettare che s’addormentasse per accenderla con la piretta che scendeva dal muro e, mentre gli occhi erano fissi sulle pagine, con l’orecchio stavo attenta a cogliere le eventuali imprecazioni del babbo: non ho mai capito se la tensione che mi prendeva era dovuta all’interesse per la lettura o alla paura di essere scoperta o, peggio, di addormentarmi con la luce accesa.

Sarà una reazione a quel tempo che, oggi, lascio accese le luci di tutte le stanze, anche quando esco… sbagliando, ovviamente, ma tanto c’è sempre qualcuno che si occupa di spegnerle.

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