“E’ magna ad travèrs”

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Pubblicato la prima volta il 5 Aprile 2016 @ 00:00

Mangia di tutto, da un cibo all’altro, anche quello che sarebbe contrindicato (per chi aveva un peso eccessivo o qualche problema funzionale per cui avrebbe dovuto “stè riguardèd”).
Siamo oltre i primi anni ’50 quando il cibo comincia, se non ad abbondare, certamente a saziare pienamente e si va verso un cambiamento di tendenza. Nel dopoguerra “grasso”, soprattutto se riferito a bambini, era sinonimo di bello ”l’è gras imbraghèd”…” l’è gras teć”, ché poi la “ciccia” si accompagnava al colorito ”l’è biènc e ròs… che fa mèl vòj”… che negli adulti diventava con “l’ha na faza ròssa cmè un prét imbrièg”.

Come già detto sono sempre stata magra e ho chiaro il ricordo della mamma che “magna, tcè sècca spinta… am vèrgogn… i girà c’an te dag da magnè”. Ma dopo anni in cui tutto era buono perché la fame e la carenza così lo rendevano, eravamo passati a quello che ci piaceva meno di altro. Sempre buono “l’ómìd sal patati”, quando schiacciavamo le patate con la forchetta formando una sorta di purè col sugo, per arrivare a farci anche un panino e quello spezzatino che manteneva il suo grassino, ricercato proprio per quello; buone le cotolette impanate, croccanti e gonfie allo stesso tempo, perché ripassate più volte nell’uovo e nel pane e che, spesso, per “fè pió riusidà” venivano messe nel sugo coi piselli, dove l’impanatura si staccava dalla carne andando ad addensare il sughino; si faceva festa anche alla porchetta, soprattutto, alla crosta che scricchiolava sotto i denti e alla “torta” (sanguinaccio), che nessuno di noi bambini immaginava si fecesse col sangue.
Accompagnavo la mamma quando andava a comprarle nel gabbiotto di legno nell’angolo della piazzetta delle Poveracce.. poca porchetta, chè costava di più, ma tanto sanguinaccio… e come erano gustose “al mulìghi” del tonno, quelle che si depositavano sul fondo del barattolo di latta e che il negoziante metteva poi nella carta velina che tratteneva l’olio dove bagnare il pane!

Poi arrivarono i primi “non mi va”.. spesso mascherati, per evitare rappresaglie, con il “non ho fame” e questo capitava quando davanti avevamo i gobbi, percepiti come viscidi ed amari e che solo più tardi avremmo gustato con la salsiccia bucherellata; e quel minestrone che difficilmente poteva reggere il confronto con un piatto di gnocchi o di quei semplici maccheroni, le lumachine condite col sugo dei piselli che s’infilavano nel buco della pasta aumentandone il gusto a dismisura! Si mangiava prima con gli occhi che s’annebbiavano col vapore – perché mica davamo il tempo di raffreddarsi – e col naso che inalava il profumo, ma quando “non ci andava” si rigirava la forchetta o il cucchiaio, si parlava anziché masticare, con la vana speranza di distrarre la mamma che osservava infastidita e commentava “la plécca, la plécca e l’an garavèla gnìnt” (pilucca, pilucca ma non rimedia niente.).

Era il momento in cui la pubblicità ci faceva intravedere gusti nuovi anche se ancora non facilmente accessibili perché cari e, per lo più superflui. Ma il nostro palato aveva già i suoi anticorpi, creati da anni di cucina casalinga e di lunga tradizione. Così ricordo la delusione quando assaggiai per la prima volta lo yogurt attratta più da quel vasetto di vetro che lo conteneva e che, “giaz e gris”, mi procurò la stessa smorfia apparsa sul viso di Alberto Sordi quando lo spalmò sul pane con la mostarda, prima di sputarlo per poi buttarsi sui “macaroni” (Un americano a Roma).

Chi invece ha sempre divorato tutto ovvero “è magnèva ad travèrs”, era il babbo. Una fame atavica, il lavoro pesante che richiedeva una costante carica di carburante, la facilità all’assimilazione, “è digérés ènca i sas” diceva la mamma. Accompagnava ogni boccone col pane che teneva chiuso nel palmo della mano aiutandosi, nella digestione, col vino rosso dato che “l’aqua l’infrèida i pèl”, diceva. Si andava a tavola nell’ora prestabilita anche nel caso ci fossero ospiti ritardatari “ho da spitè quìl chi n’ariva?”. Ed il primo piatto doveva essere il suo, sempre e comunque.
Il cibo era un sorta di religione e lo dimostrò quando fu costretto ad un ricovero nel vecchio Ospedale, quello in via Tonini. Allora, la funzione di Caposala era svolta da una suora che, oltre al coordinamento del personale, provvedeva alla dispensa durante i pasti e, sosteneva il babbo “la và ad simpatìa”: insomma, dispensava di più e meglio a chi rientrava nel suo gradimento. Così Tiglio, che entrava in chiesa solo per i funerali degli amici marinari e citava santi e divinità non certo per complimentarsi con loro, iniziò farsi il segno della croce ogni volta che la “sorella” entrava nel camerone o davanti la statua della madonna, collocata nel corridoio quando era certo di essere notato dalla capo sala, assicurandosi così il pasto migliore.
Sempre all’ospedale capitò che i suo vicino, malato terminale, la facesse nel letto… e benchè gli ausiliari avessero messo una separé, il fetore era diffuso ed insopportabile  ma alla mia visita, nell’ora di pranzo, trovai il babbo che mangiava tranquillamente e con gusto. “Ma, babbo, come fai a mangiare con ‘sta puzza?” – io – e lui “ah mo’ i què sèt guèrd ma tót stàl ròbi, t’an magn mai”.

Concludo con quella volta in cui lo vidi bagnare il panettone nel tuorlo dell’uovo alla coque, con un effetto, almeno alla vista, piuttosto disgustoso. “Ma, babbo…!” – io – e lui “perché, quan l’è drènta un se més-cia tót?”.

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