Foto Raggi – Archivio Storico Chiamami Città

Nelle ultime puntate abbiamo parlato a lungo degli sviluppi delle vocali non accentate, che possono cadere o conservarsi (eventualmente “riducendosi”). Ora invece torneremo a parlare delle vocali accentate, che non cadono mai, ma che possono cambiare notevolmente da un dialetto all’altro (o da una parlata all’altra).

Ci sono alcune parole che nella maggior parte dei dialetti romagnoli hanno una ‘ì’, ma in alcuni dialetti particolari (o in alcune parlate) hanno una ‘é’. Ad esempio la parola corrispondente a «prete» è ‘prìt’ nella maggior parte dei dialetti romagnoli, ma in alcuni dialetti o in alcune parlate è ‘prét’. Questo sviluppo è talmente peculiare che a volte si trova solo a livello di parlata. Ad esempio nell’area riminese si sente ‘prìt’ quasi dappertutto, e la variante ‘prét’ si trova solo nella parlata più tipicamente urbana.

Altre parole in cui si ha la medesima contrapposizione sono, ad esempio, quelle corrispondenti a «chiesa, pecora, cieco, lepre, siepe, mercoledì, dietro, sei (numero), lei, nero, bicchiere, tagliere, candeliere, paniere», che nelle parlate periferiche o rustiche sono ‘cìša’, ‘pìgra’, ‘zìg’, ‘lìvre/lìvri’. ‘sìva’, ‘mìrcre/mìrcri’ (o anche ‘mìrcle/mìrcli’), ‘drì’, ‘sì’, ‘lìa’, ‘nìr’, ‘bicìr’, ‘tulìr’, ‘candlìr’, ‘panìr’, mentre nella parlata più tipicamente urbana si ha ‘céša’, ‘pégura’, ‘zég’, ‘lévre’. ‘séva’, ‘mércur, ‘dré’, ‘sé’, ‘léa’, ‘nér’, ‘bicér’, ‘tulér’, ‘candlér’, ‘panér’.

Ho detto che noi ora siamo interessanti soprattutto alle vocali accentate, ma nel passaggio da una parlata all’altra dobbiamo anche sistemare opportunamente le vocali non accentate. Ormai sappiamo che la parlata del centro della città tende a conservare la penultima vocale nelle parole che avevano originariamente l’accento sulla terzultima, pertanto nella voce corrispondente a «pecora» non c’è solo la vocale accentata che è diversa, ma si conserva anche la penultima vocale, che si riduce a ‘u’, e così si ha ‘pégura’. Invece nelle parlate periferiche, dove la vocale accentata è ‘ì’, la penultima vocale tende a cadere, per cui si ha ‘pìgra’. Un discorso del tutto analogo si può fare anche per la voce corrispondente a «mercoledì», nella quale c’è un’ulteriore complicazione, perché esistono delle varianti in cui si hanno due ‘r’ e altre in cui al posto della seconda ‘r’ compare ‘l’. Tolta questa complicazione, per il resto nella parlata del centro abbiamo la vocale accentata ‘é’ e la penultima vocale che si conserva, dunque ‘mércur’; invece nelle parlate periferiche, che hanno la vocale accentata ‘ì’, cadono tutte le vocali non accentate, per cui virtualmente si avrebbe ‘mìrcr’, dopodichè viene aggiunta una vocale finale per evitare il nesso ‘cr’ alla fine della parola, e si hanno le due varianti ‘mìrcre’ e ‘mìrcri’ (stessa cosa per le varianti con ‘r’ e ‘l’). Dunque parole come ‘pégura’ e ‘mércur’ mostrano di appartenere alla più tipica parlata del centro urbano sia per la vocale accentata sia per quella non accentata.

Oggi la parlata che ha sistematicamente ‘é’ ed ‘ó’ in tutte queste parole (e anche in altre analoghe) è diventata piuttosto rara, anche perché si è in parte mescolata con altre parlate. Ci sono molti che dicono, ad esempio, ‘prét’ per «prete» e ‘cìša’ per «chiesa». E anche coloro che esibiscono quasi sistematicamente la ‘é’ pronunciano con ‘ì’ certe parole come ‘sìva’. A volte questi rimescolamenti hanno delle ragioni comprensibili. Ad esempio la parola corrispondente a «siepe» si usa soprattutto in campagna, e in campagna si dice ‘sìva’, per cui è comprensibile che questa variante sia penetrata in città. Se questa è la situazione attuale, è pur vero che fino a pochi decenni fa in centro si poteva sentire una parlata abbastanza “pura”, per lo meno da questo punto di vista.

Ci sono poi delle parole per le quali questa contrapposizione fra i diversi esiti si trova solo a livello locale. Prendiamo ad esempio la parola corrispondente a «neve». A Santarcangelo troviamo ‘nàiva’, e ‘nòiva’ in alcuni dialetti contigui, con ‘òi’ che è solo una variante del dittongo ‘ài’. Invece se ci restringiamo all’area riminese abbiamo ‘nìva’ nelle parlate periferiche e ‘néva’ in quella tipicamente urbana. Altre parole in cui si ha questa “contrapposizione locale” sono, ad esempio, quelle corrispondenti a «cerchio, verde, vetro», che sono ‘zìrc’’, ‘vìrd’, ‘vìdre/vìdri’ nelle parlate periferiche e ‘zérc’’, ‘vérd’, ‘védre’ in quella urbana. Poi ci sono le voci singolari dell’indicativo presente del verbo «cercare», che sono ‘a zìrc’, ‘t zìrc’, ‘e zìrca’ nelle parlate periferiche e ‘a zérc’, ‘t zérc’, ‘e zérca’ in quella urbana.

Ma non è finita qui, perché tutto questo discorso si può ripetere pari pari per la contrapposizione fra ‘ù’ e ‘ó’. Ci sono infatti delle parole che hanno ‘ù’ nella maggior parte dei dialetti romagnoli, e ‘ó’ in alcuni dialetti particolari, o in alcune parlate particolari. Questo è vero, ad esempio, per le parole corrispondenti a «cuoco, fuoco, gioco, fuori», che sono ‘cùg’, ‘fùg’, ‘žùg’, ‘fùra’ nella maggior parte dei dialetti romagnoli, ma nella parlata più tipicamente urbana di Rimini sono ‘cóg’, ‘fóg’, ‘žóg’, ‘fóra’. E la contrapposizione che si trova per la voce corrispondente a «gioco» si trova, com’è prevedibile, anche per le voci singolari dell’indicativo presente del verbo «giocare», che sono ‘a žùg’, ‘t žùg’, ‘e žùga’ in periferia e ‘a žóg’, ‘t žóg’, ‘e žóga’ nella parlata urbana.

Anche in questo caso, poi, ci sono delle parole per le quali questa contrapposizione ha una valenza locale, non estendibile a gran parte della Romagna. Restringendoci all’area riminese, la troviamo ad esempio nelle parole corrispondenti a «figlio, lenzuolo, fagiolo, duolo, imbuto, tovagliolo, brodo, quercia», che nelle parlate periferiche sono ‘fiùl’, ‘lanzùl’, ‘fašùl’, ‘dùl’, ‘pidriùl’, ‘tvaiùl’, ‘brùd’, ‘arvùra’, mentre nella parlata urbana sono ‘fiól’, ‘lanzól’, ‘fašól’, ‘dól’, ‘pidriól’, ‘tvaiól’, ‘bród’, ‘arvóra’. Osserviamo che in quest’ultimo gruppo di parole ce ne sono diverse che in italiano hanno la terminazione «-òlo» o «-uòlo» (da non confondersi con la terminazione «-olo», senza accento, che si trova ad esempio in «diàvolo», la quale nei dialetti romagnoli, come ormai sappiamo bene, ha tutt’altro esito). Anche la parola che abbiamo tradotto «figlio» letteralmente corrisponde a «figliolo». Se poi la parola con cui si denota l’imbuto avesse in italiano lo stesso etimo che ha nei dialetti romagnoli si direbbe «pietriòlo», o qualcosa del genere. Ebbene, una cosa da notare circa le parlate dell’area riminese è che la contrapposizione fra ‘ù’ ed ‘ó’ in questo gruppo di parole si pone solo per i maschili. Così la voce corrispondente a «figlia» (letteralmente «figliola») è ‘fiòla’, con la ‘o’ aperta, in tutte le parlate. Si capisce allora per quale ragione la parola corrispondente a «carriola» sia ‘cariòla’ in tutte le parlate (peraltro esisteva anche un maschile corrispondente, ormai in disuso, che era ‘cariùl’ nelle parlate periferiche e ‘cariól’ in città). La stessa divergenza fra il maschile e il femminile si trova confrontando ‘brùd/bród’ con ‘bròda’, che è così in tutte le parlate.

Dicevo che ci sono delle parole che hanno ‘é’ e ‘ó’ nella sola parlata urbana. Ce lo confermano anche gli autori riminesi del passato appartenenti alla borghesia urbana, i quali in tutte queste parole scrivono sistematicamente ‘é’ e ‘ó’ (o semplicemente ‘e’ e ‘o’, quando trascurano l’accento grafico). Ad esempio Domenico Francolini scrive ‘césa’, ‘pret’, ‘zeghi’, ‘seva’, ‘dré’, ‘sé’, ‘ner’, ‘tulér’, ‘panér’, ‘candler’; e ancora ‘fógh’, ‘fóra’, ‘[e] zóga’, ‘arvori’, ‘dól’, ‘bród’, ‘fiol’, ‘fasol’, ‘pidriol’ eccetera.

Anche Gianni Quondamatteo, pur documentando spesso le varianti rustiche e/o periferiche, è chiaro nell’attribuzione di queste varianti alla parlata tipicamente urbana. Ad esempio alla voce ‘céša’ (Quondamatteo esprime graficamente la ‘s’ dolce apponendo una virgoletta sotto la lettera, mentre io per limiti tipografici qui uso un circonflesso ribaltato) scrive: «Fuori dalla città di Rimini è per tutti ‘ciša’». Dopodiché nel suo Dizionario inserisce anche la voce ‘ciša’ e, subito dopo aver detto che si tratta della chiesa, aggiunge: «ma la chiesa dei contadini e dei romagnoli in genere, a petto ‘dla céša’ dei riminesi di città».

Come si spiega questa peculiarità della parlata urbana di Rimini? Ne parleremo nelle prossime puntate.

Davide Pioggia

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *