“Tc’endè dè còrp?”

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Pubblicato la prima volta il 14 Luglio 2017 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Tc’endè dè còrp?”

Appena il bambino cominciava a “a fè capàn”, faccia rossa e accaldata, arrivava la fatidica domanda della mamma, che oggi suonerebbe “hai fatto la cacca?”. Si confidava molto in quella funzione, non per faciloneria che portasse a sminuire i sintomi ma per esorcizzare mali maggiori. Di rincalzo la nonna o la zia o l’amica di turno “l’è sporc, s’us lébèra uj pasa tót”.

Così il piccolo che il più delle volte nel pancino aveva solo del gran pane o frutta, veniva sottoposto al peggiore dei rimedi: il clistere, anzi l’enteroclisma; sì perché prima di arrivare alla piretta, ci fu la lunga era di quella specie di cisterna, che passava di casa in casa, collegata al malcapitato tramite un tubo di scarico e prima ancora che si svuotasse costringeva a correre sul vaso. Poi si arrivò alla piretta di gomma con la cannula in plastica, che veniva riempita di camomilla e sapone, una sorta di idraulico liquido.

Ma spesso quei sintomi annunciavano una bronchite dovuta al freddo ed umidità delle stanze e che, presa a quell’età, “la durèva fina e’ svilóp”. Impiastri ustionanti coi semi di lino sul petto, sciroppo al creosoto, supposte di mugolio che bruciavano come ad avere il sedere sui carboni accesi…e sembrava volessero uscire prima di aver svolto la loro funzione e la mamma: “t’èn strèt, t’èn strèt!!!!!”. Certo la sensibilità verso lo stato di salute dei bambini stava cambiando, crescendo. Raccontava la mamma, non si sa se leggende o vicende reali, di bambini che sparivano e di mamme che se accorgevano alla chiamata militare: storie dell’orrore, figlioli inghiottiti dal tino del vino o divorati dalla “scròva” (scrofa).
Già negli anni ’50, invece, si comincia ad approfondire le diagnosi coi “raggi”. In particolare i casi che riguardavano l’apparato respiratorio venivano mandati al Dispensario, situato nei pressi dello Stadio. L’arrivo della penicillina, portata dagli americani aveva permesso di combattere la tbc che nel dopoguerra aveva riempito i sanatori.. ma il ricordo era ancora impresso… “l’è malèd ad palmùn”… faceva ancora paura. Ho frequentato anch’io il Dispensario, nei pressi delllo stadio, per una bronchite cronica che mi lasciava una febriccola che, come noto, inquieta tanto e più del febbrone. Quel locale era grigio come l’idea della malattia, un salone enorme, col soffitto alto e la gente, tanta, sparsa oltre le poche sedie, uomini verdi in viso, magri, silenziosi e un odore acuto di sudore nella sala raggi dove troneggiava un macchinario riverniciato e che sembrava vecchio già alla prima vista… o almeno questo è il mio ricordo.

Si affacciavano nel panorama sanitario nuove malattie “e’ lózer” (l’ulcera), “ e’ malaz” (il cancro)… e le cosiddette malattie del benessere, diabete (jabeti), il colesterolo….

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