Pubblicato la prima volta il 16 Aprile 2016 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Tcè slà schina de buratel”
Sei sulla schiena del buratello (anguilla), spesso abbreviata in “tcè in zima..”, dunque in una posizione ad alto rischio di caduta ma valido per tutte le situazioni limite dove si rischiava una dura reazione. Era un preavviso valido per grandi e piccini, ma più frequente verso i figlioli in un’epoca in cui dare o prendere “le botte” non faceva scandalo, anzi, rientrava nei metodi educativi ricorrenti: “una s-ciafa, un tuzòun, un chèlz te’ cul….. un’ha maj fat mèl ma nisun e pó quand uj vò, uj vò…”; gli schiaffoni della mamma, comunque, proprio perché costanti, facevano meno male nel fisico e nell’orgoglio: si temeva di più “stasèra a je dég me tù bà..”.
Certo, quando la minaccia si materializzava si scappava, cercando rifugio dov’era possibile: dalla nonna o dai vicini, inseguiti dall’urlo: “s’at ciàp a t’amaz..” e cercando di evitare la traiettoria perché, quando non riuscivano a prenderci, ci tiravano tutto quello che passava loro per mano… una volta persino una forchetta, di cui porto ancora i segni sulla coscia
Ma l’oggetto che più frequentemente veniva scagliato, era lo zoccolo che poi bisognava riportare (ahia!).
Per noi bambine, allora con trecce e code di cavallo, la tirata di capelli offriva un’ottima occasione. Ricordo la mamma, al mattino, quando mi pettinava, guai a muovere la testa, bisognava stare immobili altrimenti il “concio”, quella specie di culo di fiasco molto in voga allora, veniva “storto”… e allora, al primo cenno d’inclinazione, la testa veniva rimessa in posizione con un strappo ai capelli: “sta bòna! Zà c’ho i signur..!”. Per contro, fuori casa, dovevamo farci da soli le nostre ragioni al monito di “nu vninì a chèsa pianzénd si na me av dag e’ rèst…”.






