Parlate riminesi #13

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Tuffi dalla "Palàta"...

Pubblicato la prima volta il 4 Dicembre 2016 @ 17:56

Tuffi dalla "Palàta"...
Tuffi dalla “Palàta”…

Nelle puntate precedenti abbiamo visto che la parlata in cui il nome della città di Rimini è ‘Rémmin’ è caratterizzata dalla tendenza a conservare la penultima vocale nelle parole che originariamente avevano l’accento sulla terzultima. Ad esempio le parole con cui si denotano il padrino e la madrina derivano dalle voci volgari SÀNTOLO e SÀNTOLA, e nella parlata urbana si conserva la penultima vocale, la O, riducendosi a ‘u’, per cui si hanno gli esiti ‘sèntul’ e ‘sèntula’. Le cose vanno diversamente fuori dalla città, dove quella vocale cade, e per il femminile si ha ‘sèntla’, mentre per il maschile si ha virtualmente l’esito ‘sèntl’, che poi viene reso più facilmente pronunciabile aggiungendo una vocale finale non etimologica, che può essere ‘e’ o ‘i’ a seconda delle parlate, per cui si ha ‘sèntle’ oppure ‘sèntli’.

Nella puntata precedente abbiamo poi iniziato a fare dei confronti con altre città vicine a Rimini, a partire da Pesaro. Abbiamo visto che anche qui, nel centro urbano, c’è una spiccata tendenza a conservare quella vocale, che anzi non viene nemmeno ridotta a ‘u’, per cui ha, ad esempio, ‘sàntol’ e ‘sàntola’. Dagli esempi visti si ha anzi l’impressione che a Pesaro la tendenza a conservare quella vocale sia persino più accentuata che a Rimini.

Ora possiamo portare avanti il parallelo, osservando che anche a Pesaro, come a Rimini, basta lasciare il centro della città e arrivare nella prima periferia per trovare delle parlate in cui quella vocale cade sistematicamente, sicché al posto di ‘sàntola’ troviamo ‘sàntla’, e al posto di ‘sàntol’ si avrebbe virtualmente ‘sàntl’, che poi diventa ‘sàntle’ in seguito all’aggiunta della ‘e’ non etimologica. Analogamente al posto di ‘àngiol’, ‘bìgol’, ‘brìs(s)cola’, ‘piàtola’, ‘schiàntol’, ‘šghìt(t)ol’, ‘spìgol’, ‘švèntola’ eccetera si trovano ‘àng’le’, ‘bìgle’, ‘brìs(s)cla’, ‘piàtla’, ‘schiàntle’, ‘šghìt(t)le’, ‘spìgle’, ‘švèntla’ eccetera. Aggiungo, per maggiore precisione, che a Pesaro non ho avuto modo di esplorare accuratamente tutta la cintura della città come ho fatto a Rimini, per cui non posso escludere che vi siano delle località, in campagna, che presentano una qualche tendenza a conservare la penultima vocale, ma in generale il contrasto fra la città e la periferia è spiccato, e presenta una stretta analogia con ciò che si trova a Rimini.

Per andare avanti nella nostra analisi comparativa ci serve il confronto con le città romagnole, ma qui sorge una complicazione, perché tutte le principali città, e già la vicina Santarcangelo, sono nell’area in cui per evitare i nessi consonantici finali troppo complicati non si aggiunge una vocale finale, come si fa a Rimini e a Pesaro, ma la si inserisce prima della consonante finale, quando questa è ‘r’, ‘l’, ‘m’ e ‘n’. La vocale che viene inserita di solito è ‘a’, ma davanti a ‘m’ si inserisce la ‘u’. Ad esempio da FÈRMO si avrebbe virtualmente ‘férm’, che poi diventa ‘férum’. Aggiungo, per completezza, che nelle parlate tipicamente ravennati la ‘u’ non accentata in quella posizione tende ad aprirsi in ‘o’, per cui si può sentire anche ‘férom’ (o trovare una vocale di apertura intermedia, e allora si può essere indecisi se scrivere ‘férum’ o ‘férom’).

Limitandosi, al solito, alle terminazioni –OLO e –OLA, vediamo come possono andare le cose a partire da SÀNTOLO e SÀNTOLA. Innanzi tutto dobbiamo dedicare qualche parola allo sviluppo della A accentata. Questo non è essenziale per le nostre considerazioni ma, se vogliamo scrivere gli esiti nei vari dialetti, bisogna scrivere anche quelli della vocale accentata. A Cesena e a Savignano la A in quella posizione si apre in ‘è’, come avviene anche a Rimini, per cui la prima parte della parola è ‘sènt-’. Invece a Santarcangelo si ha una vocale simile a ‘è’, che qui possiamo scrivere ‘ê’, per cui la prima parte della parola è ‘sênt-’. Le cose vanno diversamente nella pianura ravennate-forlivese, dove la A accentata davanti a N è diventata una vocale nasale. Di conseguenza il timbro della vocale si è alterato, ma la si può ancora considerare una ‘a’. Secondo la grafia tradizionale di quei dialetti questa vocale nasale si scrive ‘â’, per cui la prima parte della parola è ‘sânt-’.

Cosa accade, in questi dialetti, se cade la penultima vocale? Il femminile, al solito, non pone molti problemi: a partire da SÀNTOLA si ha ‘sèntla’ / ‘sêntla’ / ‘sântla’. Le cose vanno diversamente per il maschile, perché da SÀNTOLO si ha virtualmente ‘sèntl’ / ‘sêntl’ / ‘sântl’. Ed è qui che questi dialetti divergono sensibilmente da quelli riminesi perché, come ho detto, per evitare il nesso consonantico finale ‘tl’ si inserisce una ‘a’ non etimologica davanti alla ‘l’, e così si hanno esiti come ‘sèntal’ / ‘sêntal’ / ‘sântal’.

Invece se la penultima vocale si conserva, riducendosi a ‘u’, i femminili sono ‘sèntula’ / ‘sêntula’ / ‘sântula’, e i maschili sono ‘sèntul’ / ‘sêntul’ / ‘sântul’. Qui è tutto “facile”.

Ora, se confrontiamo i due esiti possibili per il femminile, con le terminazioni ‘-tula’ e ‘-tla’, troviamo la stessa differenza che avevamo trovato a Rimini fra la parlata urbana, che ha ‘sèntula’, e quelle periferiche, che hanno ‘sèntla’. Invece nei maschili i due sviluppi producono le terminazioni ‘-tul’ e ‘-tal’, che sono piuttosto simili. Si potrebbe anche pensare che in questi dialetti davanti alla ‘l’ si possa inserire una ‘a’ oppure una ‘u’, nel qual caso anche la ‘u’ sarebbe una vocale non etimologica. Ben più evidente è la differenza fra i due sviluppi a Rimini, dove a ‘sèntul’ si oppongono le varianti ‘sèntle’ o ‘sèntli’ (analogamente a ‘dièvul’ si oppongono ‘dièvle’ o ‘dièvli’ eccetera). Dunque in questi dialetti i due sviluppi producono esiti meno divergenti che a Rimini, eppure nella ‘u’ si può ancora riconoscere la conservazione della O originaria. Nei femminili in ‘-ula’ la si riconosce perché la ‘u’ non è necessaria per la sillabazione, e potrebbe cadere. Nei maschili in ‘-ul’ la si riconosce perché, come s’è detto, la vocale non etimologica che si inserisce davanti a ‘l’ è ‘a’, non ‘u’. Ad esempio da MÈRLO si ha virtualmente ‘mérl’ e quindi ‘méral’, e nessuno direbbe ‘mérul’.

Chiariti tutti questi meccanismi, possiamo inoltrarci nelle varie zone della Romagna con delle competenze che ci consentono di confrontare le parlate riminesi con tutte le altre. Allontanandoci lungo la Via Emilia, le prime città (o cittadine) che incontriamo sono Santarcangelo e Savignano, e qui si trova una stretta affinità con le parlate della cintura riminese, nel senso che la penultima vocale tende a cadere sistematicamente. Ad esempio a Santarcangelo da ÀMANDOLO, ÀNGIOLO, DIÀVOLO, RÈMMOLO, SÀNTOLO, SPÌGOLO si hanno ‘amàndal’, ‘ànžal’, ‘dièval’, ‘rèmmal’, ‘sêntal, ‘spéigal’, e esiti analoghi si trovano a Savignano (con una ulteriore complicazione in alcune parole, di cui non parlerò qui). Questi esiti possono sembrare del tutto affini a quelli che si trovano nella tipica parlata urbana di Rimini che, come sappiamo, sono ‘amàndul’, ‘ànžul’, ‘dièvul’, ‘rèmmul’, ‘sèntul, ‘spìgul’. Ma a questo punto dovrebbe essere chiaro che le cose sono andate in modo molto diverso. Il ‘dièval’ di Santarcangelo si ottiene per inserimento della ‘a’ non etimologica a partire dall’esito virtuale ‘dièvl’, mentre a Rimini, in città, si è conservata la penultima vocale di DIÀVOLO. Quindi il ‘dièval’ di Santarcangelo, al di là delle somiglianze superficiali, va con le varianti ‘dièvli’ e ‘dièvle’ della periferia riminese.

La divergenza fra i due sviluppi diventa più evidente nei femminili, perché nella parlata urbana di Rimini da ÀMANDOLA e SÀNTOLA si hanno ‘amàndula’ e ‘sèntula’, mentre a Santarcangelo gli esiti sono ‘amàndla’ e ‘sêntla’, come nella periferia e nella campagna riminese.

Che la ‘a’ del santarcangiolese abbia un’origine ben diversa dalla ‘u’ riminese lo si vede chiaramente in quelle parole che anche a Rimini hanno avuto la caduta della penultima vocale. Ad esempio da BARCÒCCOLO e NÒTTOLO si sono avuti tanto a Rimini quanto a Santarcangelo gli esiti virtuali ‘barcòcl’, e ‘nòtl’, dopodiché a Rimini, in città, s’è aggiunta la ‘e’ finale, ottenendo ‘barcòcle’, e ‘nòtle’, mentre a Santarcangelo si è inserita la ‘a’, e quindi ‘barcòcal’, e ‘nòtal’. Qui si vede chiaramente che la terminazione ‘-al’ del santarcangiolese non corrisponde, a Rimini, alla terminazione ‘-ul’, ma a ‘-le’ (o ‘-li’).

Davide Pioggia

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