“L’as (us) còs tè sù gras…”

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Pubblicato la prima volta il 7 Aprile 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “L’as (us) còs tè sù gras…“

Un’espressione assai colorita per definire, a seconda del caso, uno stato di indipendenza o di abbandono, giacchè chi “si cuoce nel proprio grasso” risolve – o deve risolvere i problemi – contando solo con le proprie forze. A volte per scelta, a volte come conseguenza di un fallimento. Verso i bambini poi, quando stavano per “sbagliare” rischiando in proprio, si lanciava il messaggio “laslé fè us còs tè só gras”.

Spesso, ma non sempre dunque, questo modo di dire ci raccontava di una fierezza che sfidava miseria e potere. Ricordo il babbo che, pur marinaio, quando non trovava l’imbarco, prestava la sua manodopera, come manovale edile.. un lavoro pagato ben poco, perché c’è una differenza sostanziale tra un manovale ed un muratore, il primo non saprebbe tirar su un muro diritto… Ma il babbo era ricercato perché gran lavoratore, un fisico da ercole, due mani forti come due mazze, mai un giorno di assenza, nessun problema d’orario, anche quando il cantiere era lontano, ci arrivava in bicicletta partendo nel buio del mattino per tornare con quello della sera. Mangiava, seduto sui mattoni impilati, il pranzo preparato dalla mamma e trasportato con una borse di stoffa (ad straz) che lei stessa aveva ricavato da alcuni strofinacci, una “drugla ad pèin da magnè sla fritèda”, la minestra “tè giminèn” sigillato con la levetta, un quarto di vino nella bottiglietta della birra, chiusa con un tappo di sughero. Aveva bisogno di lavorare ma, ogni sera, al ritorno mi faceva segnare sulle righe del calendario appeso al muro, i minuti pochi o molti, che aveva fatto in più rispetto l’orario giornaliero previsto, perché, diceva,”i fa a posta a cmenzè un lavór che pó un spó lasè a mità”. Così quando a fine mese andava a ritirare la “busta” presentava anche il suo conto aggiuntivo esigendo il pagamento fino all’ultima lira, “sei il solo, Nardi” gli diceva “e’ ragiuniér”, ma quello era il “grasso del babbo”.

In fila all’Ufficio di Collocamento mentre i più, già dimessi per le condizioni imposte dalla povertà, spesso accentuavano lo stato fisico del disagio indossando gli abiti peggiori non era ipocrisia era un’ingenuità stimolata dal bisogno; il babbo no, barba rasata, la camicia “buona”, capelli ben pettinati, doveva essere “scelto” per le sue capacità, null’altro… Quando poi arrivava la domenica, “i signori”, padroni delle barche lo cercavano per la sua esperienza in mare e le sue doti culinarie: era sua regola cucinare il pesce pescato che “un bsägna mai lavè sl’aqua dólza” e senza l’aggiunta di “odori chi pòrta via e sapór dè mèr” ma, quando non poteva andarci ,commentava “..a voj véda… perché lór i sarà ènca inzniér ma sénza ad mè in tórna in pòrt”. Da considerare che allora non erano diffusi i radar: chi voleva uscire senza la necessaria competenza (e prudenza) ne pagava spesso le conseguenze. Perché, il vero marinaio, teme e rispetta il mare, diceva Attilio “chieltrè l’è marinèr d’aqua dólza”, che “i stà bèin imbarchèd a bórd dlà lòfa”.

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