“Aiscrim gelaatiii!”

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Pubblicato la prima volta il 16 Giugno 2017 @ 00:00

Di questi tempi estivi – complice anche una crisi che richiama alla memoria “come ci si divertiva una volta”, tra una veglia davanti ai portoni con le sedie portate da casa ed il “lusso” di mangiare il cocomero di quelli “buoni” che venivano da Ferrara – mi viene in mente il cinema “all’aperto”. In ogni città ce n’era almeno uno che pomposamente si chiamava “Arena delle Stelle”, “cinema Lido” al mare.

Avevo la fortuna di abitare in un vecchio palazzo, in via Cairoli, con le finestre affacciate su quella che adesso si chiama la Corte degli Agostiniani, mentre negli anni ’50 era sempre e solo il Cinema Italia, al chiuso d’inverno e nel cortile d’estate. Una scenografia straordinaria con il campanile della Chiesa di Sant’Agostino che spiccava sullo sfondo perché lo schermo, allora, era nella posizione opposta a quella attuale, quasi appoggiato alle pareti della chiesa, il perimento che delimitava un’arena grande, con quattro scomparti di sedie, era segnato, oltreché dagli alberi, da siepi di “belle di notte” fiori che, per l’appunto, si schiudevano al buio e dall’androne del posteggio delle biciclette gestito da Chicchin. Non c’era riminese che non vi avesse portato la bici ed era meta preferita dell’anarchico Fagnani, solito a vestire un’ampia caparèla, che girava attorno le spalle fino a coprire parte del viso. Davanti lo schermo, un palco tirato su con tubi innocenti, ospitava, in alternativa alla proiezione di films, incontri di pugilato, sport che allora andava fortissimo: più era il sangue che sgorgava dai cazzotti, più l’incontro era entusiasmante.

La posizione delle nostre finestre consentiva alle famiglie di quel palazzo di assistere gratuitamente alle proiezioni ed agli incontri di boxe che richiamavano, quest’ultimi, l’interesse dei maschi di casa. Ma per noi bambini, in un periodo in cui non c’era la televisione, quelle serate coi gomiti sul davanzale e la testa tra le mani erano magiche. Si faceva a gara per prendere la postazione più favorevole e quando le risorse lo consentivano si calava giù un secchiello coi soldini per comprare il ghiacciolo dall’omino con la casacca bianca che girava tra le sedie, con la cassetta/frigor dei gelati legata al collo, urlando: “aiscrim gelaaatiiiii“! Alternandosi all’altro personaggio, che aveva la cassetta di legno sempre sorretta con la nuca e la pila in mano: “aranciata, chinotto, brustolineeee“! Poi capitava il film “vietato ai minori” e allora “burdèl staséra andè durmì ch’è film e’ fa paura” ma noi bambini, intuendo la scabrosità del tema, sapevamo che allora “c’erano le donne nude!”.

Le altre “arene” si assomigliavano tutte, con le sedie di legno che si chiudevano a libro, gonfiate dagli strati di vernice che ogni anno le rinverdivano, i films di seconda o terza visione persi durante l’inverno, il buio della notte spezzato dalla luce dello schermo e dalle sigarette accese dei fumatori ed il sonoro che anziché dallo schermo calato dall’alto sembrava immesso con un megafono mentre il cono “di fumo” lanciato dal proiettore completava un’atmosfera irripetibile. Perché raramente l’evento era costituito dalla pellicola, era “il cinema” o “cimmena” come lo chiavano i bambini più piccoli, al centro dell’interesse. Una serata speciale per le famiglie, un motivo “d’uscita” per i giovani, un’occasione in più di strusciamento per i morosi. Non a caso il cinema ricorre in quasi tutti i miei racconti, perché in quelle spirali di celluloide era rappresentato il mondo reale con le sue miserie nel quale spesso eravamo costretti a rispecchiarci e non di meno il sogno, la speranza, la bellezza, la rivincita che alleggeriva l’ansia del futuro.

Sì, il cinema piaceva proprio a tutti. Alimentava le fantasie dei piccoli, riproduceva le speranze dei grandi, attirava gli intellettuali che avevano scoperto una nuova dimensione artistica, inorgogliva gli operai che per la prima volta, grazie alle corrente del neorealismo, si trovavo protagonisti delle storie, ispirava le imprese dei giovani vitelloni mentre le donne, di ogni ceto sociale, si rispecchiavano nei modelli che il cinema di allora riproponeva: la maggiorata fisica, la povera ma bella, l’onorevole angelina, zampanò, la mondina, la partigiana, la nobildonna che difendeva coi denti il casato ormai in decadenza. E i grandi comici Totò, Fabrizi, De Filippo, Sordi che facevano ridere perché in tanti si riconoscevano in quella fame atavica, nelle ingiustizie perenni, nella lotta tra l’ingenuo ma onesto ed il furbo cattivo, tra uomini e caporali…. situazioni che, viste sullo schermo, facevano annuire lo spettatore “l’è i sé, le proprie i sé!”. Poi quelli musicali che avevano come principali interpreti i cantanti famosi dell’epoca, Claudio Villa, Sergio Bruni… poco credibili nella parte dell’innamorato che faceva perdere la testa, ma allora l’atmosfera contava come la realtà… bastava chiudere gli occhi.

Saranno invece i films americani ad anticipare un’idea di progresso che al momento era ancora lontana, presi come si era, dalla necessità di sbarcare il lunario, quando l’essere sopravvissuti alla guerra, avere un lavoro ed una casa.. erano il massimo della fortuna possibile per la maggior parte della popolazione. In quei film ancora in bianco e nero, gli appartamenti anche modesti erano già dotati di termosifoni (così li chiamavamo), di un telefono nero appeso al muro mentre le ville dei ricchi si elevavano su più piani con ampi saloni dove troneggiava in bella vista la scala interna e la padrona di casa suonava il pianoforte. Immagini stridenti al confronto con le nostre casupole riscaldate con la stufa, due camere se andava bene, il bagno in comune…. anzi: il gabinetto con la turca ed i fogli del giornale al posto della carta igienica. E non c’era il campanello fuori dalla porta d’ingresso, gli estranei si annunciavano bussando.

Eppure tra tutte quelle visioni, a me colpirono quei deliziosi pomelli tondi, dorati che, magicamente, chiudevano ed aprivano perfettamente le porte rigorosamente bianche. Sarà perché l’unica porta dell’unica stanza dove abitavo con la mia famiglia, aveva la maniglia interna diversa da quella esterna, giacchè quella originaria era stata rubata e, quindi, sostituita con una di “fortuna”. E per aprire bisognava aiutarsi con una spallata, per chiudere con una “pacca”. Mentre dalla “rivista” di casa nostra con le compagnie di Macario, Dapporto, Wanda Osiris, ballerine grassocce a coscia corta che facevano da sfondo al comico di turno od alla “prima donna”, si passerà ai Musicals… quelli dove gli interpreti passavano senza pause dal dialogo parlato a quello cantato, la vita si snodava tra un canto ed un passo di danza e la vicenda dalla trama semplice e scontata, veniva esaltata dalle musiche e dalle coreografie, dallo sfarzo dei costumi di piume e lustrini e dai colori che, all’epoca, erano ancora una novità.

Ed i colori contribuiranno non poco a determinare e conservare il successo dei film western, quelli che arrivavano con la pellicola consunta tanto che le figure apparivano orlate da un alone giallo ed azzurro, pressoché tutti uguali, con gli indiani cattivi ed i bianchi dai “lunghi coltelli” portatori di civiltà e giustizia.. ma quel “arrivano i nostri”, annunciato dal trombettiere delle truppe a cavallo, eccitava talmente lo spettatore che a nessuno, allora, si chiedeva da che parte fosse veramente la ragione.

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