Noi, che mangiavamo il catrame…

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Pubblicato la prima volta il 16 Dicembre 2015 @ 19:31

Ho dedicato più di un racconto alla mia (e non solo) infanzia… e non poteva che essere così, visto che il periodo cui attingono prevalentemente i miei ricordi, che si riferisce agli anni Cinquanta. Ho narrato delle paure e dei desideri, delle piccole gioie e dei dolori dei bambini, di come si vivevano le diverse situazioni, i rapporti con i “grandi”, le feste, i giochi, lo stile di vita (se di stile si può parlare).
Ma non c’è giorno in cui non mi si accenda un flash che richiama alla mente un fatto, un’abitudine e che faccia crescere la tenerezza sia perché scomparsi, irripetibili, sia perché mi rivelano la dimensione della mia infanzia, sia perché mi ricordano lo stato d’animo che allora permeava la vita di ogni giorno. Un bell’esercizio per la mia memoria – non a caso a lei è dedicato questo spazio – e per rievocare un’epoca che appare più lontana di quanto non lo sia realmente.

Così mi è venuto in mente di quando masticavamo il catrame estratto dai bidoni, laddove si riparavano le strade: qualcuno ci aveva detto che imbiancava i denti! Non so se fosse vero: certo è che non abbiamo mai accusato effetti secondari, giacchè qualche anticorpo l’avevamo sviluppato mangiando per strada pezzi di pane senza prima lavarci le mani, raccogliendo da terra pezzi di cibo caduti chè evitare ogni spreco alimentare ci premeva molto più dell’igiene, ingerendo crudi passatini e cappelletti (quelli di Natale), così per “sentire” com’erano venuti, eliminando le parti “guaste” di un cibo mai il tutto… secondo il motto “quèl cun’astròza, ingrasa”. Ma il catrame ci piaceva perché era uno surrogato della liquirizia che allora, benchè si trattasse di una radice vegetale, era il “dolciume” più diffuso nel gusto dei bambini; quei bastoncini neri da succhiare per ore, i rotolini di quella strisciolina sottile come un tagliolino che al centro aveva una pallina, una caramellina colorata, le pasticche tonde – le famose Resoldor – che assomigliavano ai grani di pepe, erano contenute nella scatolina col buco per farle uscire e propagandate con lo slogan “Ah, come respiro!”.
Così la carruba, quel bastoncino piatto, dolciastro che ci dava l’illusione di gustare del cioccolato se non fosse stato per l’odore, tra speziato ed ammuffito, che la tradiva miseramente.

Gusti, odori, sapori spariti perché allora la penuria stimolavano la ricerca, la conquista, la scoperta del cibo, oggi è il mercato che impone prodotti standardizzati: menù tutti uguali, pre cotti, preconfezionati, congelati, surgelati, semilavorati a spese del gusto, della stagionalità, della tipicità territoriale. Sì da noi resiste ancora la piada nella distribuzione e nella ristorazione, ma assomiglia sempre più ad una fotocopia che la Elsa rifiutava di mangiare perché “la pèr cartòn e l’artavènza sóra e’ stömèg”.

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