Il mio amico Gigino

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Pubblicato la prima volta il 8 Maggio 2020 @ 10:56

“Amedeo carissimo, vanità delle vanità, ecco la copia della lettera di cui ti ho parlato per telefono. Mettila fra le tue carte per il giorno del Gran Viaggio e perché certuni sappiano che non sono stato del tutto pataca nel giudizio degli altri. A te ed alla tua sposa, ad Andrea ed a Luca, il saluto del tuo Gigino”. Così mi scriveva l’amico fidatissimo Luigi (Gigino) Pasquini il 14 gennaio 1971, quando il mio terzo figlio Marco non era ancora nato ed il suo “Gran Viaggio” era ancora distante sette anni. La lettera a cui Gigino alludeva con tanto orgoglio era di Alberto Giovannini direttore de “Il Giornale d’Italia” che definiva la collaborazione di Pasquini come “un privilegio a cui non intendo rinunciare”, una lettera simile alle tante altre che costellano la biografia del famoso artista concittadino particolarmente ricca di riconoscimenti ed onori, fra cui piace ricordare la Presidenza della Associazione Giornalisti e Scrittori Riminesi (AGESR) che segnò l’apice dell’autonomia e autorità degli scrittori locali. Negli ultimi vent’anni della sua vita Gigino, fuggendo l’invidia bolognese aveva trovato nella mia redazione riminese de “Il Resto del Carlino” la sua famiglia di estimatori e di amici. Quando stava nella sua casa di città (a Vergiano aveva il famoso podere sulla Linea Gotica) ogni mattina passava da noi a sfogarsi con me nella libertà d’espressione più assoluta Andavamo molto d’accordo perché anch’io ero nato nel Borgo S. Giuliano, borgo di anarchici e socialisti umanitari di cui egli aveva delineato le luci e le ombre, modellandole con il sorriso. Mescolava il dolce dei suoi successi con l’amaro degli amici del Caffè Vecchi, noto come “caffè della menopausa”, che ostentavano nei suoi confronti la solita indifferenza riminese. D’altra parte non era un suo parente quell’Elio Pasquini, ‘e Nin’, che al Fellini fresco vincitore dell’Oscar chiedeva: “Oh Federico, cosa fai adesso?” Ed io stesso posso testimoniare che ad una grande festa al Grand Hotel, quando Federico dalla sua suite scese nella hall, nessun riminese lo guardò, con grande stupore del critico del Carlino che mi accompagnava. “Ma non sanno che è Fellini?” Potei solo rispondergli. “Lo sanno. Quando sarà morto tutti si vanteranno di essere stati suoi amici”.
Lo stile fresco e spontaneo di Gigino, illuminato dalle divagazioni e dalle associazioni di idee più brillanti (e dai complimenti più simpatici ed abilmente accattivanti), risaltava particolarmente nelle brevi note con cui accompagnava i pezzi che mi portava in redazione. Una breve antologia può cominciare dal luglio 1961. Presentandomi un articolo ed una foto sul Morgan ‘s Paint mi consigliava di accennare ai numerosi ospiti che gli stavano d’attorno quando dipingeva, ecc, e concludeva elogiandomi per i miei pezzi sul “Carlino” e sul “Corriere della sera”, definendomi “bravo e tempestivo” per la difesa del nostro turismo al punto di meritare una medaglia d’oro.
Nel giugno 1965, inviandomi una variazione sull’incendio di Sant’Agostino (durante il quale fra l’altro rimase distrutto il famoso “organo dei bidoni” costruito nel 1945 dai tedeschi prigionieri nel lager dell’aeroporto) mi scriveva “ti seguo gran lavoratore specie sui servizi antincendio sul Corriere e sulla Stampa”. E più tardi mi donò un suo acquerello della mia casa natia del Borgo S. Giuliano, dedicandolo ai miei figli perchè sapessero che il loro papà, l’amico carissimo Amedeo, era nato nella piazzetta Ortaggi. Quel quadro l’ho sempre considerato il diploma della mia investitura ideale a “borghigiano dell’Ordine del Borgo San Giuliano” dal suo Gran Maestro.
Nel 1976, in occasione della Prima Comunione di Luca, mi scrisse le parole che non ho mai dimenticato. “La ‘Sua’ Prima Comunione! Se ben ricordo è lui – Luca, fra Andrea e Marco – che dieci anni fa veniva al mondo mentre io stavo per andarmene. E forse è stato egli stesso che nella clinica Villa Maria, dal piano di sotto, volgendo gli occhi verso il piano di sopra dove agonizzavo io, ha invocato da Dio la decennale proroga che si sta consumando tuttora. Immagina, dunque, tu e tua moglie, e Andrea e Marco, con quale intima gioia io partecipi a questa festa di Luca; e come insieme a mia moglie, sia presente fra voi in spirito. Un caro abbraccio.”
Superato il grave pericolo Gigino si rimise al lavoro, ben sorvegliato dalla premurosa Felicina, per ricordarmi il comune amico, l’anarchico Oberdan De Giovanni nel trigesimo della morte. Nel gennaio 1967 mi scriveva “E’ un freddo cane. Ti mando questa nota per un giovane meritevole. E’ il regalo della Befana”. E il 31, inviandomi un pezzo osservava: “Vedi i frutti dell’ozio? Trovaci tu un titolo ironico che leghi insieme i Promessi Sposi ed i consiglieri (aspiranti) dell’Azienda di Soggiorno”. Riferendosi agli “asterischi” che mi inviava annotava. “C’è dentro di tutto, ma il tutto mi sembra vivo, attuale quotidiano, com’è la vita del giornale che vive un giorno”. Poi a dicembre mi inviava un pezzo in difesa della identità del Borgo S. Giuliano minacciato da un assurdo Piano Regolatore che intendeva distruggere il bimillenario borgo celtico stipandone gli abitanti in una specie di stia di polli d’allevamento. “Ti unisco la foto dello ‘squero’ e gli appunti. Di essi serviti come se io te li avessi detti a voce. Ma poi fa come credi e farai, come sempre, bene”. Nel novembre 1968 interveniva contro il Circolo Maritain che aveva scritto una lettera alla Domenica del Corriere (pubblicata da padre Fabretti) per stigmatizzare il Papa che aveva ricevuto il presidente americano Johnson ed era stato zitto quanto il Pontefice aveva ricevuto il russo Podgorni.
Il 5 luglio 1970, “imboscato a Vergiano dove me la passo dipingendo, leggendo, oziando” mi mandava un pezzo di “rievocazione del nostro Bruno, all’anagrafe Bruno Marosi, scomparso in questi giorni, che dell’arte del buon mangiare fece il capolavoro della propria esistenza”. Nel maggio 1973 mi scriveva che dalla vigilia di Pasqua si trovava in ospedale. “Questa volta non è il cuore a dar noia ma il fegato, con complicazioni epatiche. Te lo dico sottovoce perché desidero che rimanga fra noi. Sono notizie queste che è bene non entrino in circolo”. Nel giugno successivo sperava di poter tornare a Vergiano per telefonare agli amici e intanto mi raccomandava un altro pezzo ironico, “Divieto di sosta o di buonsenso”, raccomandandomi di farlo precedere dalla nota “scritto durante gli ozi forzati ai quali è costretto dall’ospedale civile”. Il 21 giugno 1973, San Luigi, mi scriveva “Volevo farti telefonare da mia moglie per mandarti a dire tutta la mia contentezza per il pezzo ben centrato e con i titoli straordinariamente indovinati, ma poi mi sono detto: qui la mia riconoscenza per il mio Amedeo deve essere scritta.” Le lettere di Gigino continuano per tutto il 1974, nel 1975, quando io lasciai il giornale, e nel 1976 fino al 19 dicembre quando mandò gli auguri a me, a mia moglie ed ai miei figlioli, “tenendomi stretto ad essi ed alla loro infanzia e giovinezza, mentre con l’anno che viene io volgo all’occaso, al varco dei ‘quattro venti’”. Era un presagio. Il suo Gran Viaggio arriverà il 20 marzo 1977, proprio al traguardo dei “quattro venti”.

Amedeo Montemaggi
Ariminum
N.1 Gennaio/Febbraio 2004

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