Pubblicato la prima volta il 18 Settembre 2016 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Murì un sarìa gnìnt… basta nu patì”
Morire non sarebbe niente… purchè non si patisca. Il significato letterario è certamente chiaro: il problema non è morire ma la sofferenza che potrebbe precedere o accompagnare l’estremo momento.
Una massima che fa onore a chi dichiara di non temerlo l’estremo momento. Il punto è che a proporre questa espressione era, in genere, qualcuno che lo temeva eccome. Più letteralmente siamo all’ipocondriaco anche se i miei ricordi vanno volutamente ad un tempo, in cui, come più volte detto, non si poteva dare troppo peso alla malattia, consapevoli che tutto quello che serviva per stare in buona salute: soldi, buon cibo, casa riscaldata… non c’era o c’era nei minimi termini e come ho riportato in un altro commento, la cura era volta ai piccoli quando poi c’erano seri motivi, per i grandi si confidava nella selezione naturale. Ma naturalmente le eccezioni non mancavano.
Così in ogni casa c’era una zia o un’amica di famiglia sempre infreddolita “bisa dè frèd”, quella che si metteva due paia di calze, tre maglie, gonne lunghe e sopra “e’ zinalòun”, si muoveva, anche tra le pareti domestiche, protetta dalla mantellina di lana, fazzoletto in testa e stretta nelle spalle e curva nella schiena come a ripararsi dall’aria che sentiva ovunque “sta chèsa l’è pìna ad spéfèr”, finestre chiuse per timore “dla currènta”…. potendo, stendeva le braccia sopra il piano della stufa per accaparrarsi tutto il calore per poi girarsi ed appoggiare le spalle, assicurandosi in questo modo il riscaldamento “davanti e dietro”, e prima che la stufa “andasse giù” si premuniva della brace per riempire lo scaldino che, anche a tavola, avrebbe tenuto tra le gambe, sotto le sottane.. con effetti non sempre gradevoli per l’olfatto dato che, tra l’altro, il soggetto non era proprio amante dell’acqua e sapone perché “l’è tróp frèd, dòp am frég..”. Era il tipo che annunciava in anticipo malanni che poi non si verificavano ma che lei “sentiva” ed ostentava “ho ciàp un fridór..!”… “ho ciap frèd mi pìd e i me vnù i dulùr ad pènza..!”… “um fa mèl tót a gl’osi, dmèn è piòv..”… , di buon appettito, non disdegnava qualche bicchiere di vino “che fa sangue e l’arschèlda agl’osi… Ma il soggetto che non “temeva la morte” non si rivelava solo nella malattia: era quello che amava diffondere “al ciacri” poi, scoperta negava tutto “mè an so gnìnt, mè am faz i caz mi…”. Un po’ come quelli che quando viene proclamata una giornata di sciopero, non volendo ammettere apertamente di essere contrari, s’inventano che un giorno non serve, che bisognerebbe far sciopero ad oltranza e così non scioperano per niente. O i magrissimi che “ah ma io maggio di tutto”, solo che dimenticano di precisare “qualche grammo” o quelli che, negli anni più lontani, rifiutavano la proposta di andare al cinema assieme perché “non ho i flucchi” (soldi) poi te li trovavi nella sedia accanto alla tua con la motivazione “conoscevo quello alla cassa, mi ha fatto entrare gratis”.
Insomma “di buşedre”, come più concisamente li definisce mamma Elsa.






