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Rimax – capitolo 27 – Il primo giorno di guerra

Rimax, dopo un agile balzo, si adagiò pigramente sulla superficie di pietra della panchina sotto i caldi raggi del sole primaverile, ignaro di essere osservato.

Poco lontana da lui, appoggiata alla balaustra dalle colonnine tornite del terrazzo sovrastante la contessina ne seguiva con lo sguardo le sue mosse assorta nei suoi pensieri. Proprio davanti a quella panchina, mentre lui era all’inseguimento del gatto, si era incontrata per la prima volta col tenente.

In fondo al giardino una semplice siepe di ligustri, pittosforo e tamerici delimitava il confine fra il terreno della villa e la spiaggia attraversata da un sentierino che serpeggiava fra le dune sabbiose. Più in là, sulla riva, gli operai del comune lavoravano pigramente alla costruzione della passerella e della piattaforma sul mare sulla quale per tutta l’estate si sarebbero tenuti i concertini e gli spettacoli dedicati alla comunità dei bagnanti. Lavoravano lentamente prendendosi tutto il tempo necessario non essendoci nessuna fretta di terminare velocemente la costruzione. Non si era ancora alla fine di maggio e la stagione dei bagni sarebbe entrata nel vivo solo un mese dopo. C’era tutto il tempo quindi per terminare la costruzione montata sulle palafitte. Inoltre, dai discorsi che la contessina sentiva fare attorno alla tavola dai convitati durante le cene che suo padre abitualmente offriva tutti i sabati alla solita cerchia di amici, le aspettative per la stagione estiva non erano certo delle migliori: disattendendo le aspettative e le previsioni fatte l’anno precedente, la guerra continuava. Come la vita.

Osservò di nuovo il gatto, ritornando col pensiero all’anno precedente.

 Era una bellissima giornata, tersa e serena. Rimax, notata la giacca del tenente abbandonata sulla sabbia, aveva afferrato coi denti il fregio d’argento appuntato sul bavero della giacca, forse attratto dalla forma ellittica oppure dai lampi che il metallo lanciava sotto il sole, simili al guizzare di un pesciolino argenteo sotto la superficie del mare. Il fregio si staccò con facilità e il gatto balzò via nonostante il tentativo di afferrarlo del tenente che nel frattempo si era accorto del furto.

 Fu così che inseguendo il gatto il tenente irruppe nel giardino della villa arrestandosi però immediatamente davanti alla panchina di pietra su cui, accarezzando il gatto, sedeva la contessina.

La fissò per un attimo, ma quell’attimo era tutto il tempo del mondo.

Non si può forse dire lo stesso di tutte le cose che succedono? Cosa c’è fra un attimo e l’altro? Un momento prima era l’addetto militare al seguito del console austroungarico che abitualmente trascorreva le vacanze estive in quella amena località, l’attimo dopo….

Sbattè i tacchi, s’inchinò leggermente in avanti, presentandosi, e farfugliò a bassa voce qualcosa, che cosa, esattamente, non lo avrebbe saputo dire, prigioniero com’era degli occhi di lei. Entrambi restarono immobili, come storditi dalla presenza l’uno dell’altra.

Rimax lasciò cadere sulla panchina il fregio e si allontanò silenziosamente.

 Da qual momento i due erano diventati inseparabili. Non c’era ricevimento al quale non partecipassero, salotto che non li vedesse cercarsi di continuo con lo sguardo, cercando ogni pretesto per stare vicini, finchè una sera, seduti sulla panchina del loro primo incontro, lui si era dichiarato.

Poi tutto era successo con rapidità sconcertante. La notizia dell’attentato a Sarajevo, arrivata col telegrafo prima e commentata dagli articoli sui giornali subito dopo, avevano gettato nella costernazione la comunità di villeggianti che già affollavano la città. Con la paura che anche il paese che li ospitava entrasse in guerra la nobiltà austroungarica aveva rapidamente abbandonato il lido, disdetto l’affitto delle ville sul litorale e fatto i bagagli per ritornare in patria.

Verso la fine di luglio, il giorno della dichiarazione di guerra, anche il console rientrò in patria e il tenente fu costretto ad accompagnarlo, con mille promesse di un pronto ritorno e di amore eterno.

La riviera si svuotò in maniera repentina.

La gioventù gaudente e spensierata era stata chiamata alle armi ed era partita mostrando un entusiasmo ed una esuberanza frivola e cieca, ignara di andare incontro alla carneficina.

Ricchi borghesi, principesse russe, militari di carriera, che abitualmente passavano l’estate in riviera non si erano fatti vedere, quell’estate. Senza questi mecenati anche gli artisti, gli uomini di spettacolo, e i liberi pensatori, da loro abitualmente invitati a partecipare alla vita galante del lido erano venuti a mancare

Nonostante in agosto l’Italia avesse dichiarato la sua neutralità, la stagione dei bagni si trascinò stancamente con scarsa partecipazione di villeggianti, senza l’affollamento abituale. La vita sociale e culturale era andata via via scemando e gli alberghi della marina non avevano potuto dichiarare il tutto esaurito nemmeno per i più caldi giorni di agosto.

Invece della guerra di una stagione, come da tutti profetizzato, era passato l’autunno, venuto l’inverno e di nuovo la primavera senza che nessuna delle parti prevalesse sull’altra.

Poi, dopo quasi un anno, la sera precedente suo padre era rientrato a casa in fretta e furia dichiarando la sua intenzione di partire subito per Roma. Nel pomeriggio il governo si era finalmente deciso e aveva rimesso nelle mani dell’ambasciatore austroungarico la dichiarazione di guerra. Lui intendeva partire subito. “Non c’è occasione migliore di una guerra per fare affari” aveva affermato. Armi, munizioni, uniformi, vettovaglie. Si apriva un mare di possibilità per chi come lui, avesse a disposizione del capitale da investire e lui intendeva approfittarne. La contessina e il resto della famiglia sarebbero invece rimasti.

Rimax si riscosse, fiutò attorno e poi, rapido, si arrampicò lungo il tronco di un albero e lungo un ramo per poi balzare sulla balaustra a fianco della contessina, con un sonoro rumore di fusa, cominciando a strofinarsi contro il suo braccio, la coda ritta, puntata verso il cielo.

Sopra di loro una sagoma nera si muoveva lentamente rendendo via via più visibile la sua forma a sigaro allungato. Quasi che la coda del gatto fungesse da indicatore la contessina alzò lo sguardo verso il dirigibile, mentre il sole brillava per un attimo sui vetri della gondola appesa sotto la struttura.

Osservando col binocolo da dentro l’abitacolo, il tenente aveva localizzato la panchina e seguito i movimenti del gatto fino a mettere a fuoco la contessina, vicinissima attraverso le lenti, eppure irraggiungibile.

“Bene – pensò – è a casa, almeno lei non correrà pericoli” quindi ricontrollò per l’ennesima volta i suoi calcoli.

Forte di un equipaggio di più di seicento uomini, lento e maestoso, l’incrociatore corazzato Saint Georg apparve all’orizzonte e avanzò velocemente verso la costa, accompagnato da due torpediniere.

– Siamo in vista dell’obiettivo, comandante – disse il sottoposto mettendosi sull’attenti davanti a lui.

– Bene – il capitano di fregata Leopoldo Huber von Scheibenhain si volse verso il suo secondo – faccia ammainare la bandiera imperiale e innalzare la bandiera ungherese. Ha gli stessi colori di quella italiana e in questo modo dovremmo riuscire ad avvicinarci senza provocare allarmi.

– Non mi pare molto cavalleresco, tutto ciò – interloquì l’altro.

– Anche a me ripugna. D’altra parte la cavalleria non esiste più, questa guerra l’ha spazzata via. Gli italiani se ne accorgeranno presto. Per loro è il primo giorno di guerra ma noi ci siamo dentro da quasi un anno e niente è stato come credevamo dovesse essere. Il rispetto del nemico, l’onore, la lealtà… niente esiste più. Importa solo colpire per primi e sopravvivere. Gli ordini dell’ammiraglio Haus sono chiarissimi. Colpire, gettare nel panico la popolazione civile che così distante dal fronte si ritiene al di fuori dei pericoli, minarne la convinzione di essere al sicuro…. –

Detto ciò si volse e tornò a fissare il dirigibile che, immobile, ottocento metri al disopra del ponte ferroviario che era il loro obiettivo primario, aveva cominciato a comunicare con l’incrociatore corazzato, trasmettendo con l’eliografo azimut e distanza del bersaglio.

Mentre i tre comignoli gemelli continuavano ad eruttare un fumo denso e nero la nave ruotò i cannoni verso la città.

 La contessina vide uno sbuffo di fumo alzarsi dalla fiancata della nave più grossa, poi udì un sibilo fortissimo mentre qualcosa di invisibile superava alto la marina per andare a scoppiare verso il centro cittadino. Rimax rizzò, attento, le orecchie appuntite: lui c’era già passato nel futuro: quelle esplosioni, chiaramente lontane, non gli incutevano più il terrificante terrore che un tempo lo aveva costretto a saltare via, in un’altra epoca.

Il comandante dell’incrociatore osservava attraverso il binocolo i punti della città dove si alzavano gli sbuffi delle esplosioni. Alto, immobile nella leggera brezza sopra il ponte di ferro della linea ferroviaria il dirigibile segnalava i vari obiettivi correggendo via via il tiro delle batterie.

Pur a conoscenza della dichiarazione di guerra del giorno precedente la città era totalmente impreparata a subire un attacco. Un attacco sferrato contro una città inerme, senza forze od obiettivi militari.

Sotto gli scoppi delle granate la gente fuggiva senza sapere bene dove o come nascondersi. Quasi nessuno capiva di essere stato fatto oggetto di un bombardamento navale e gli scoppi sembravano provenire da ogni direzione. All’esplosione faceva seguito lo scroscio delle macerie e dei coppi che rotolavano a terra spezzandosi ed echeggiando nelle vie strette. I più cercavano riparo nelle cantine, scendendo a precipizio dai piani più alti.

La contessina riteneva vile e disdicevole che un simile attacco fosse stato sferrato contro una città indifesa e lontanissima dal fronte. Un attacco contro la popolazione civile, proditorio, premeditato, vigliacco.

Bollendo di rabbia repressa, senza cercare di ripararsi dalle bordate che comunque passavano molto al disopra del tetto della sua abitazione, fissò infuriata ed impotente la nave al largo che cominciava ad allontanarsi dalla città, dopo aver sparato una ventina di colpi, prima che intervenissero le unità navali italiane schierate a difesa della costa.

“Com’è bella – pensò il tenente – così temeraria e sprezzante del pericolo” – osservando attraverso il binocolo la figuretta eretta e immobile. – “Essere così vicini eppure così lontani, prima innamorati e ora nemici”.

Sul balcone Rimax alzò il muso mentre il dirigibile si allontanava lentamente nel cielo terso verso nord, quasi sapesse che lui era a bordo.

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