d9c24c76_oCapitolo 3 – 1720 a.C. I Fondatori

Corte onde senza forza lambivano la bassa falesia che si alzava a poca distanza dalla stretta spiaggia. Un salto di appena un paio di metri su cui il gatto si arrampicò senza fatica. Al di là di questa, longitudinali rispetto alla spiaggia, basse dune di sabbia ospitavano la crescita disordinata di arbusti, canne e cespugli. Il gatto avanzò con circospezione perché il suo olfatto lo avvertiva della presenza di selvaggina da cacciare: una quaglia, forse, nascosta fra gli sterpi, o un nido di teneri anatroccoli. Era affamato e la sua precedente ispezione sulla riva non aveva dato nessun esito. Le valve vuote di centinaia di conchiglie biancheggiavano nella risacca mentre alcuni grossi gabbiani si attardavano zampettando sulla riva e frugando inutilmente col becco qua e là.

Improvvisamente il gatto si acquattò e poi strisciò guardingo dietro il tronco di un albero. Chi era tutta quella gente che stava arrivando? Guidava il gruppo un uomo alto e imponente con un copricapo di metallo terminante a punta che camminava tenendo con una mano la briglia di un bel cavallo baio sul quale sedeva una ragazzetta che si teneva stretta alla criniera per non cadere. Dietro a loro, in una nube di polvere sollevata da un gregge di pochi, sparuti animali domestici, veniva un gruppo di uomini e donne che trasportavano in spalla le loro masserizie.

Hercules fece scendere la figlia, lasciò pascolare liberamente il cavallo e si guardò intorno. Quello che vedeva era confortante, sembrava un buon terreno per accamparsi, per seminare, per vivere. La piccola montagnola di terra su cui si trovava digradava dolcemente verso la riva del mare, a poche decine di metri da lui, mentre distanti alla sua sinistra e alla sua destra due corsi d’acqua formavano una barriera difensiva naturale. Una palizzata costruita sul lato occidentale sarebbe stata sufficiente a proteggere l’insediamento dal pericolo sempre possibile di una scorreria da parte delle popolazioni che già abitavano quella terra e contemporaneamente avrebbe trattenuto quei pochi animali domestici che erano riusciti a salvare e che sarebbero così stati liberi di dissetarsi, pascolare e riprodursi. Col tempo l’insenatura alla sua sinistra sarebbe potuta diventare un buon approdo, protetto com’era dai venti dominanti del nord, adatto ad ospitare le imbarcazioni provenienti dai lontani mari dell’oriente giunte per commerciare.

Anche loro provenivano da lontano. Avevano lasciato la loro patria con dieci navi, in fuga dalle guerre che imperversavano nel loro paese per cercare una nuova patria in cui vivere in pace ma erano incappati in una violenta tempesta che li aveva gettati contro la costa rocciosa. Molto poco si era salvato dal naufragio: qualche animale da cortile, pecore e alcuni cavalli. Avevano perso molti compagni e buona parte dei viveri e degli attrezzi ma erano riusciti a salvare le sementi. Dopo aver scalato faticosamente lo sperone ripido e scosceso della costa sulla quale erano naufragati, si erano trovati davanti ad una serie di colline digradanti verso la pianura. Avevano decise di discendere quei contrafforti anche se ormai erano in viaggio da molti mesi.

Si voltò per valutare la distanza percorsa quella mattina. Non molta strada, per la verità, a poche leghe si profilava ancora distintamente il contorno delle alte colline dove avevano posto l’ultimo accampamento. Rimaneva tuttavia il tempo necessario per preparare un riparo e le inevitabili difese prima che scendesse il buio. Gli uomini mandati in esplorazione avevano confermato che sui terreni paludosi vicini all’immenso fiume che chiudeva la pianura, ad un paio di giorni a cavallo a nord di lì, bellicosi abitanti abitavano palafitte erette sul basso fondale. Terremare, le chiamavano. Era certo una soluzione difensiva accettabile ma lui, e con lui gli anziani della tribù, preferiva una soluzione più tradizionale. Quel luogo, così ben protetto, si sarebbe dimostrato ideale.

Diede rapidamente gli ordini necessari e gli uomini si misero immediatamente all’opera. Dopo aver liberato rapidamente la radura nella quale si erano fermati dai cespugli e dagli arbusti che erano cresciuti disordinatamente, tracciarono il primo rudimentale cerchio nel terreno dentro il quale avrebbero innalzato in seguito le loro capanne. Hercules quindi ne mandò altri a scavare una profonda fossa per la latrina, avendo cura di scegliere una zona lontana e situata sottovento rispetto al futuro villaggio. Per quella notte si sarebbero dovuti accontentare di preparare un ricovero unico per tutti, chiuso in alto e ai lati da pelli di animale, un rifugio che servisse unicamente a tenerli al coperto. L’indomani avrebbero provveduto, dopo gli appropriati sacrifici propiziatori ai loro dei, ad approntare recinti e palizzate. Per quel giorno sarebbe bastato….

– Padre, padre, guarda che cos’ho trovato! – lo interruppe la voce della ragazzina, tutta scarmigliata, correndogli incontro e tenendo un gatto stretto al petto come fosse una bambola di pezza inanimata – un gatto! E’ bellissimo, e mi fa anche le fusa!

– Sarà certo di qualcuno, Ax – l’uomo guardò con affetto la figlia – e prima o poi il suo padrone lo verrà a cercare.

– Ma ci siamo solo noi qui, padre, non abbiamo incontrato nessuno da giorni e non ci sono capanne, o grotte, non c’è nessuno qui. Ed è un bellissimo gatto – terminò, come se questa constatazione ponesse fine di ogni altra considerazione – lo posso tenere vero? E’ mio!

L’uomo si accucciò mettendo le mani sulle ginocchia per abbassarsi a guardare la figlia negli occhi.

Ax – le disse con gravità – ti ho già spiegato come non si possa essere padroni di nessuno, nemmeno di un gatto. Possiamo avere compagni fedeli, amici affettuosi, ma mai, mai dobbiamo credere che siano nostri.

– Ma lo posso tenere, vero? Cioè – si corresse immediatamente – se lui vuole restare con me?

– D’accordo, lo potrai tenere, a patto però che provveda tu a sfamarlo e ad accudirlo.

– Oh grazie, lo farò volentieri padre. Adesso resta solo da trovargli un nome!

– Beh, gli esploratori… – grattandosi la folta barba l’uomo finse di riflettere mentre ringraziava i suoi dei per la presenza dell’animale, cosa che lui considerava segno di amicizia e di favore inviatogli proprio dove aveva intenzione di costruire il nuovo villaggio – gli esploratori ci hanno sempre parlato di questo lembo di terra fra i due fiumi chiamandolo Rim. Mi sembra un bel nome, un nome di buon auspicio. –

– Mi piace, è bellissimo! Lo chiamerò proprio così: Rim, il gatto di Ax.

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