Pubblicato la prima volta il 22 Settembre 2016 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Ho pèrs e’ fìlibus…”
E’ il riferimento al mezzo di trasporto pubblico che, di fatto, rivoluzionò la mobilità di massa, sostenendo in particolare le donne che, più degli uomini, risentivano della mancanza di mezzi a parte la bicicletta.. non se ne vedevano con la motoretta o con la vespa… per non dire dell’auto. Il filobus, collegavano la città col mare favorendo così gli spostamenti necessari per lavorare negli alberghi.. donne che arrivavano a piedi dalla campagna, in piazza, e da lì prendevano posto su quella spacie di grosso insetto con le antenne che, scorrendo sui fili elettrici, faceva scintille in aria. Per noi bambini, quando, qualcuno dei “grandi” ci portava con sé.. era una festa, ci sembrava di partire per un lungo viaggio, seduti sulle ginocchia, finchè la statura ce lo consentiva, per non pagare il biglietto, sulle sedie col collo allungato per vedere, fuori dal finestrino, case ed alberi che si allontanavano.. ci sembrava di vivere una scena da film… era un’anticipazione di quella modernità che di lì a breve ci avrebbero invaso, l’ingresso nel mondo degli adulti.
Il “filibus” sarà poi soppiantato in gran parte dagli autobus “a vag in piaza, a ciap la curièra”… quelli con l’omino in divisa ed il borsello a tracolla che, nell’apposita postazione, staccava il biglietto ai passeggeri che salivano. Ed passeggeri erano sempre gli stessi tanto che, durante, il tragitto, si scambiavano chiacchiere con il bigliettaio o con l’autista nonostante il chiaro cartello di divieto. Negli anni ’60 nel linguaggio comune il mezzo si identificò con l’azienda che li gestiva…”prendo l’ATAM…”. La foto riporta il mio abbonamento nell’anno scolastico 68/69… lungi la possibilità od anche solo l’idea di avere un’auto propria, il trasferimento scuola casa, casa scuola condensava periodi che ben oltre il tempo di trasporto davano spazio a relazioni e fantasie. Alludo agli ammiccamenti quando, in attesa alla fermata, si adocchiava quello “carino” e che a volte, “l’abbiamo perso, andiamo a piedi?” E la spinta respingente al cazzone di turno che, confidava nelle brusche frenate per venirti addosso approfittando del tuo scarso equilibrio dal momento che con una mano reggevi i libri e con la altra, in piedi, ti tenevi al sostegno. Sì perché nelle ore di punta l’autobus era strapieno, schiacciati l’uno l’altro…bisognava star attente dai palpeggiatori seriali e difendersi dagli odori, ispirando il meno possibile, quello misto tra sudore e cosmetici di bassa qualità resta il peggiore.
Ricordo che tra i passeggeri delle 13:40, al rientro a casa degli studenti, capitavano anche lavoratori delle varie categorie. Tra questi, una pescivendola cappelli bianchi, occhi azzurri, un lindo vestitino di prima estate…che, per forza, sentì il commento di una ragazzina “mamma mia che puzza di pesce!”, epica la risposta “mè a vènd e’ pès frèsc, póza la l’avrà la tu balòsa”.






