Lei non sa chi sono io!

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Pubblicato la prima volta il 26 Novembre 2017 @ 00:00

Questa volta non c’è bisogno di traduzione, trattandosi, una volta tanto, di una frase in italiano che, pur non in prima evidenza, nella mia mente si ricollega al tema del lavoro che, negli anni ’50, comincia ad essere il tema centrale attorno cui ruota la vita e la sorte delle persone; suggerisco di vedere o rivedere, al riguardo, il film “Ladri di biciclette”. E la riporto perché era di quelle pronunciate da chi era o, meglio, si riteneva altolocato, nei confronti di chi apparteneva ad un ceto considerato socialmente inferiore. Nobili decaduti, funzionari della Pubblica Amministrazione, neoaricchiti (bdòć arfàt come direbbe la Elsa) e, più in generale, prepotenti, arroganti, specie che si è perpetrata fino ai giorni nostri pur modificando la tecnica di abbordaggio… sì perché lo scopo è sempre quello: intimorire per proprio tornaconto.

Erano gli ultimi strappi in una società, quella degli anni ’50, che andava modificandosi. Non che andassero scomparendo le differenze che anche oggi, sul piano sostanziale, permangono ma si andava sviluppando una coscienza sociale ed anche sindacale. Soprattutto stava prendendo corpo l’orgoglio, anzi il senso di dignità basato sul lavoro. Non la mezzadria dove il bracciante valeva meno del bestiame, non l’assistenza pubblica come rimedio alla povertà ma il lavoro dove si percepiva un salario in cambio della prestazione, dunque una scambio alla pari.. cosa che faceva dire al babbo “e’ padròun u l’ha è chèn”.. anticipando così inconsapevolmente il concetto che ha portato poi alla definizione del “datore di lavoro”. Non è un mero formalismo linguistico come purtroppo accade sovente con “l’operatore ecologico” non tanto al posto di “spazzino” sicuramente superato dalla realtà, ma invece di “addetto alla nettezza urbana”. “E’ padròun u l’ha è chèn” sta a significare che il lavoratore non è un un animale né un oggetto di proprietà padronale”. Sono affermazioni, ovviamente personali, che servono ad introdurre il passaggio, quell’inizio di trasformazione che andava manifestandosi e che prenderà un’accelarazione col boom turistico che aumenterà le disponibilità economiche accorciando le distanze specialmente negli stili di vita. E sì che si veniva da un tempo…per fare un esempio dirò che la nonna, da giovane, a servizio presso “signori” doveva portare il grembiule nero e la crestina…e chiamare il bambino di casa “signorino” e, raccontava: “it dèva da mgnè è pèn sèc” e “quand l’era e’ mumènt dlà pèga it dèva ad mènc e i fèva pèri si pan scartèd” (ti davano da mangiare il pane secco e, al momento della paga, ti davano di meno di quello pattuito compensando la differenza con abiti dismessi).
E negli anni successivi, mentre frequentavo la prima elementare, la nipote della direttrice, arrivata in classe a dicembre perché sapeva già leggere e scrivere, fu nominata immediatamente e direttamente dalla maestra, capo classe ed il suo banco, staccato da tutti gli altri, fu collocato di fronte la cattedra.

C’erano (e ci sono) poi quelli “dal morso dolce” che, come diceva la Elsa, “it fa e’ sùrìs ma si po’ it mèt sóta i pìd” che sono ancora più pericolosi. Così, come ho avuto modo di rammentare, quando le “dame di carità” con guanti e cappellino, entrate nella stanza dove abitavamo, dritte ed attente a non toccare niente, nemmeno il muro per non contaminarsi, offrirono “il pacco” quello con gallette di pane e formaggio al taglio, la mamma le liquidò con un “portatelo a quelli che stanno peggio di noi, se avete bisogno di una donna che lavi e stiri vengo subito a vostro servizio ma la carità non la voglio”. Il babbo, invece odiava i ruffiani per cui era l’unico, assunto nel cantiere edile, che a fine giornata segnava ore e minuti in più di cui, a fine mese, chiedeva puntualmente il pagamento. E in fila all’Ufficio di collocamento, ci andava coi vestiti migliori non con le pezze ai pantaloni per “impietosire” perché contava di essere assunto per le sue capacità e null’altro.

Orgoglio eccessivo? Può darsi. Io preferisco credere fosse una consapevolezza nuova che, comunque, sulla mia formazione ha avuto un peso determinante. E quando durante una discussione un tizio elegante, semi calvo, baffetti ed occhiali, forbito nel parlare, persi gli argomenti da opporre al babbo, vestito con un “blusotto” confezionato in casa, capelli ricci e troppo folti, con la pelle che emanava il salmastro, parlata dialettale…. pensò di cavarsela con il “lei non sa chi sono io”, memorabile la risposta del babbo “te tcè un vis de caz”.

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