Tiglio, il mare non lo abbandonava mai, nemmeno d’inverno. O aspettando “l’ariv in tèra di barchétt, in zima la palèda” o rastrellando la sabbia per liberarla dai detriti portati dalle mareggiate. Un getto di sputo per lubrificare le mani e via con rastrello e badile. Stivali, calze lavorate ai ferri con lana di risulta (i scarfarót), capaci di assorbire sudore ed umidità, ancora da venire l’uso di piumini e giacche a vento, un maglione in “bella vita” garantiva la giusta temperatura corporea durante il lavoro. Calata la luce, prima del rientro a casa, faceva tappa “in te zircul” del Borgo di cui è stato socio fondatore. Era l’unico contatto con la realtà esterna, perché il suo mondo, la sua realtà interiore era la spiaggia. Dunque il “mare d’inverno” non è solo una intuizione poetica nata dalla vena artistica di un cantautore.

Ma il tratto marinaresco caratterizzava anche il menù della vigilia di natale. Per noi, minestra coi ceci, tonno o, meglio, al mulighi de tòn depositate sul fondo del barattolo di latta, vendute a basso costo. Ma il marinaio di famiglia puntava “mi bisatt”. Tiglio portava casa l’anguilla, come trofeo di conquista e con la fierezza di un guerriero si accingeva a lavorarla inchiodandole la testa sul legno per tagliare i pezzi che infarinati e fritti avrebbe gustato in completa solitudine. Sia perché l’ingordigia verso quel pesce prelibato mai glielo avrebbe fatto dividere con qualcuno sia perché nessuno di noi bambini e mamma compresa poteva accettare l’idea di mangiare una “biscia”. Perché il marinaio originario metteva il pesce al primo posto nella lista dei cibi prediletti. Ma non di ogni specie. I paganèl ci stavano con i zanchétt in una frittura scolata nella carta gialla o per la migliore resa di un brodino di pesce ma non come piatto a sé. In quel caso diventavano spudapèn. Stesso dispregio per i zivul o “ è grong”. Nei miei racconti il cibo ricorre spesso. Lavorare per mangiare, a quei tempi non era una volgarità e, a pensarci bene, non lo sarebbe neanche oggi che, di volgarità, ce ne sono ben altre. All’inizio degli anni 50, alzarsi da tavola senza il buco nello stomaco era la rivincita sulla fame, quella atavica tante volte apparsa nella trama dei film di Totò. Dopo, aver raggiunto la possibilità di “fare la spesa” ovvero comprare i prodotti alimentari non solo di prima necessità, era l’emancipazione dalla miseria ed il passaggio ad una dignitosa povertà. Ed il natale anche per i poveri rappresentava l’apoteosi del cibo. Anche per le per le persone più legate ai valori spirituali. “I cappelletti, li prepariamo prima o dopo la messa di mezzanotte?”. Non a caso il rigore con cui si osservava la vigilia di “magro”, alla devozione religiosa sacrificava il cibo e non altro! I riti della preparazione, le trattative per l’accaparramento della gallina buona avviate già nel periodo estivo, la conservazione, come fosse una reliquia, della bottiglia “buona” ricevuta in omaggio. Da questi tratti prendeva corpo l’essenza del natale. Sì, a scuola ci facevano scrivere la letterina a babbo natale ma prima ancora di pormi dubbi sulla reale esistenza di tale benefattore, ero certa che non ci sarebbe stata risposta. Per cui quella missiva trascritta in bella grafia su carta ricoperta di brillantini, sotto il piatto del babbo, non l’ho mai messa.

Anche l’albero di natale aveva i colori ed i sapori legati al cibo. Oddio, proprio un albero non era. Un ramo di pino marino, trapiantato in un barattolo di latta con qualche pigna secca ricoperta di porporina, mandarini e fiocchi di cotone (ad bumbès). A simboleggiare la neve. Ma ad eccitare noi bambini erano i, seppur pochi, bamboccini di cioccolato, vuoti dentro e ricoperti di carta colorata, appesi nella parte in bella vista mentre il retro dell’albero era addobbato con mandarini e qualche caramella. Si aspettava l’epifania quando, smontando ciò che rimaneva degli addobbi, sopravvissuti agli assalti del gatto, potevamo finalmente dare degna sorte ad quei dolci pupazzetti che, nel frattempo, del cioccolato avevano perso persino l’odore. Nei giorni dei preparativi la stufa diventava incandescente. La pentola del brodo sulla piana, i filoni di ciambella nel forno mentre, sul finire, la brace garantiva la migliore cottura del coniglio rosolato nella teglia di terracotta. La cucina si riempiva di vapore il che, in via del tutto eccezionale, ci consentiva di tracciare disegni e ghirigori passando l’indice sui vetri appannati. Non è la retorica del buoni sentimenti che per forza dovevano aleggiare nelle famiglie povere.

Quella è stata la mia (e di molti altri) infanzia. Nei giorni “normali”, d’inverno, la legna veniva razionata, il sugo si rapprendeva nel piatto mentre si sforchettava, vestiti a strati, mani e piedi perennemente gelati. E’ naturale che ci si accontentasse di poco più.

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