“Un’è pió cmè na vòlta”

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Pubblicato la prima volta il 24 Dicembre 2017 @ 00:00

Ho avuto modo di scrivere del natale degli anni ’50 già in precedenti post e tornerò sull’argomento, non per retorica ma per il significato, anzi i significati collegati con questo evento anche a quel tempo e mi fa un certo effetto pensare che abbiamo trascorso un lungo periodo insieme nel quale, tutto sommato, ho aperto tratti della mia vita ad amici e sconosciuti. A prevenire uno scontato “chi se ne frega”, preciso di non aver mai pensato che le mie storie avessero chissà quale appeal cullando invece l’illusione di riportare alla mente aspetti della vita passata che esorcizzassero la miseria e ci (mi) aiutassero a capire perché e come siamo diventate le persone che siamo. Storie di povertà e dignità popolana. Alludo all’episodio della mamma che rifiutò il “pacco” dono della Dame di Carità invitandole a portarlo a “a chi sta pèz che ne nun”, baccandosi uno sdegnato “siete troppo orgogliosi”! Storie di un piacere che si consumava nell’attesa e nell’eccitazione di preparativi che marcavano la festa dove il sacro era rappresentato da una ritualità che ci faceva sentire fortunati rispetto a chi aveva ancor meno. L’albero “rimediato” nottetempo da un ramo di pino reimpiantato in un barattolo di latta. I cappelletti preparati rigorosamente la vigilia. La zuppa inglese, con i biscotti “Osvego” impregnati di alchermes e rum e che dava a noi bambini il privilegio di leccare il cucchiaio usato per mescolare la crema e la cioccolata. Qualche lettore (me lo hanno confidato in diversi) si è pure divertito. Ci credo! La comicità non è di chi la vive, che in genere manco se n’è accorge, ma di chi sa leggerla.

La banda dei capponi ovvero di quelli specializzati nel furto del pollame che, in mancanza di frigorifero, veniva messo sul davanzale delle finestre….. non l’abbiamo già vista in qualche film di Totò? Sia chiaro, nessuna nostalgia e tantomeno retorica per un periodo in cui ti consolavi solo guardando chi stava peggio e neppure è vero che “almeno c’era la speranza nel futuro”. Ma se non esisteva nemmeno la dimensione del futuro! E’ che il passato rappresentato dalla guerra, dalle sue macerie, non solo fisiche, era talmente brutto che il presente era già futuro. C’era la presunta consapevolezza di una superiorità gastronomica. Questo sì. Anche con pochi ed essenziali alimenti o ingredienti le nostre mamme, sfruttando ogni foglia, ogni, seppur raro, avanzo, inventavano le ricette che oggi appartengono alla peculiarità della cucina romagnola e riminese. Eravamo convinti che “nun a magném mèj che né i sgnur”. E questo ci riscattava da tutto il resto. E non credo sia casuale che la mia generazione metta il cibo tra i primi posti della scala acquisti. Poi è vero, per rimanere in tema, senza pretesa di approfondimenti sociologici, che ci potremmo interrogare sul Natale dei nostri giorni. Se il modo di festeggiarlo riflette la condizione economica e lo stile di vita… oggi come dovrebbe essere? Così com’è? Con i panettoni esposti negli scaffali già a settembre, dove rimarranno in gran parte invenduti fino alla svendita del “prendi 3 e paghi 2” o alla sostituzione con le colombe pasquali che avverrà subito dopo l’epifania anche con la Pasqua prevista per fine aprile? Con gli addobbi di plastica e le palle colorate che cadendo dall’albero rimbalzano ripetendo un rumore sinistro ed irritante mentre il bello stava proprio lì…. che cadendo si rompevano, per cui si avvolgevano, ovattavano come fossero cristalli preziosi! Fino all’aberrazione di chi l’albero, a gennaio inoltrato, lo ripone nel garage con le palle appese, pronto per il natale successivo? Con i regali forzati scelti non in base alle possibilità economiche ma in virtù del grado di simpatia del destinatario? Conosco chi li compra ad agosto, “così non ci penso più”. Fino ad arrivare alla perfidia di chi, incontrando il parente che, tapino, è “rimasto” solo, gira lo sguardo altrove ad evitare il rischio di doverlo invitare per il gran pranzo. E se proprio ti viene a sbattere in faccia, allora si tenta il dribbling “quest’anno andiamo in montagna… tanimodi un è piò cmè na vòlta… i fiól jè grand.. …”. Per poi arrivarci davvero al grande passo.

Pranzo di Natale al ristorante con la famiglia allargata cui seguono i commenti della sera: “saremo stati bene? Alla fine abbiamo speso meno che a casa… eppoi vuoi mettere la comodità? Dopo una settimana: “però i caplétt in sassurmèja gnènca mi nòst…. De rèst com’ì putria fè! Lór i prepara a ferragäst e po’ i mètt ti frgòr! Dopo dieci giorni: “ i dis d’andè magnè fòra…ja curaģ da dì <è pasta fatta in casa>… te sentì e vèin? Frèid! Va là chi s’è fatt furb! Mentre i più evoluti socialmente si possono permettere la differita: “a Natale non è possibile… magari ci troviamo la settimana prima….”. tanto che il 25 dicembre sta diventando una data indicativa con tra le poche certezze la trasmissione, in TV, del film “La tunica”. Solo che i film riesumati dagli archivi televisivi, quelle pellicole anni ’50, sempre a lieto fine, film d’animazione di antica tradizione disneyana, le comiche di Stanlio ed Ollio e di Charlot.. quei film che ci facevano tanta tenerezza, sono oggi percepiti come la naftalina dei vecchi bauli, messaggi che non arrivano più al mittente. Eliminate le cartoline ed i bigliettini augurali tanto che i tabaccai espongono di mala voglia vecchi esemplari, rimanenze di magazzino, il marito che manda gli auguri alla moglie su feisbuc, gli amici che risolvono tramite sms o mail. Gli empori cinesi diventano meta preferita per ogni acquisto che riguardi gli addobbi natalizi, luci, carta da regalo… tèint ènca chi èlt i vènd tóta ròba cinèsa, i cappelletti ordinati al “Pasta fresca”, aboliti “i pensierini” come regali di natale per via della crisi perchè ènca si costa pòc, tót insèin è cminza ad ès una spesa, la “busta” immancabile coi soldi per i nipoti prediletti perché “isé i tò quel chi vò”.

Insomma il Natale c’è, ma l’atmosfera no o perlomeno “un’è piò com’una volta”. Ma resta sempre l’atavico auspicio che “tutto vada bene”, il pranzo di famiglia, gli affetti, la salute, che finisca, se c’è stata, la cappa grigia e s’intraveda lo spiraglio nell’anno che sta per arrivare. E’ un auspicio puramente sentimentale che ci portiamo dietro fin dall’infanzia e che anche i più “razionali” covano dentro di sé.

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