“Fina ch’è stà in tl’uspidèl…”

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Pubblicato la prima volta il 27 Dicembre 2017 @ 00:00

Casa, lavoro, lavoro, casa. Un’uscita straordinaria era rappresentata dalle visite ad amici e parenti ricoverati in ospedale che venivano omaggiati non con fiori o cioccolatini, fuori dalla portata per il costo ed oltretutto privi di ogni utilità, ma, potendo, con opere di bene ovvero prodotti di prima necessità, arance, zucchero che, in genere, venivano sequestrati dai familiari che tanto l’ammalato “fina ch’è stà in tl’uspidèl, un’ha bsägn ad gnìnt”. Non poche le volte in cui il famigliare di turno mangiava tutta o in parte, la razione destinata all’ammalato, risolvendo così il problema del pasto giornaliero. A volte quella minestrina che al paziente proprio “non andava giù”, a volte il pane (che l’è un pchè mandèl da mèl), spesso la frutta (che tanimòdi lór i la bóta via..). L’ospedale aveva una sua sacralità tanto che ogni famiglia teneva da parte un pigiama e qualche cambio di biancheria proprio per quella eventuale circostanza. E non a caso pigiami, canottiere, mutande, calze erano i più frequenti tra i (comunque) rari regali che venivano scambiati. Una fissa che agli anziani di oggi, cresciuti in quel clima, è rimasta ancora: tenere nel cassetto la biancheria migliore, piegata ed incellofanata, per le visite dal dottore o, appunto, per il ricovero in ospedale. I più passano a miglior vita senza averli mai utilizzati.

L’ospedale di Rimini, quello degli anni ’50, oggi sede del Museo cittadino, era stato ricavato, come tanti di quell’epoca, da un vecchio convento del quale conservava tutta la severa essenzialità.. lunghi e disadorni corridoi dai soffitti altissimi, finestroni sempre chiusi che sormontavano le teste dei visitatori, totale l’assenza di colore: bianche e metalliche le ringhiere dei letti, bianchi i comodini, bianchi i camici…. Il tutto “spezzato” dal grigino verdognolo di quella tinta lavabile che rivestiva lateralmente il corridoio e da quel “crème” delle porte inscurite dalle molteplici passate di vernice. Non erano certo più vivaci i pigiami fustagnati degli uomini, generalmente a righe verticali molto più simili alle divise dei deportati che a capi di biancheria mentre le donne indossavano camicioni che sapevano di naftalina, ingentiliti da mantelline di lana lavorate ai ferri e che, posate sulle spalle, prendevano il posto delle vestaglie che poche potevano permettersi. Biancheria portata con una buona dose di goffaggine, troppo lunga, troppo corta … spesso fuori misura per il tempo passato da quando era stata riposta nel fondo del baule… che per di più, nel letto di casa, si dormiva in mutande e canottiera…,.. a volte presa in prestito per non fare “brutta figura”. Quest’ultimo era un timore ricorrente. Ricordo le raccomandazioni della mamma “lavèv e cambièv al mudandi burdèl che s’uv capita qualcosa i dis ca s’ì fiól ad nis-sun”. Era un’idea del decoro personale e del rispetto che non ci ha mai abbandonato, ancorchè datata. Se non si aveva il vestito adatto alla circostanza si stava a casa, anche per non creare imbarazzo a chi ci aveva invitato. Per questo motivo, cresciuta, ho rinunciato a prendere parte a più d’un matrimonio. Inconfondibile l’odore che ti avvolgeva già appena entrati nell’atrio dell’ospedale, quello di acido fenico mescolato ai vapori che salivano dalle cucine sotterranee e che sapevano di verdure e mele cotte mentre nei cameroni con otto, dieci letti ti riempiva il naso quel-che di talco misto a sudore ed urina coi pappagalli e le padelle nascoste sotto i letti, usate dopo una veloce sciacquata sotto il rubinetto dell’unico bagno ad uso del piano. Era il tempo in cui i comodini, a differenza di oggi, erano troppo grandi per la scarsa dotazione portata da casa: un catino con una spugna, la saponetta e l’asciugamano nello scomparto chiuso, le posate avvolte in un tovagliolo nel cassettino, un barattolino di zucchero, un limone, una boccetta d’olio (non sempre) sul ripiano. Da escludere l’acqua minerale, raramente una scatola di biscotti. Del resto non ricordo la presenza di un bar interno che difficilmente sarebbe stato preso in considerazione dai visitatori. Le degenze erano lunghe e dopo un po’ gli ammalati sembravano tutti uguali per cui i visitatori entravano nelle camere e passavano in rassegna i vari letti, tenuti nella penombra, allungando il collo per vedere meglio : “l’è ló, un’è ló”…non di meno lo sguardo dei ricoverati era fisso alla porta, soprattutto la domenica, con l’ansia di chi aspetta qualcuno amico o familiare che fosse, dopo aver passato giorni in solitudine se non per gli scambi di parole con gli altri ricoverati. Un po’ come in caserma. Non c’erano, allora, telefonini o tv e pochi gli avvezzi alla carta stampata. Lunghe le degenze quanto invasivi gli interventi, l’asportazione dell’appendice procurava uno “sbranco” simile a quello di un taglio cesareo che, a quel tempo, si faceva verticalmente mentre l’ulcera (e’ lozèr) comportava la resezione drastica dello stomaco.

Oggi le cicatrici sono quasi invisibili e l’ulcera non si opera più mentre i tutori hanno preso il posto di quei gessi che immobilizzavano ogni frattura per 40, 60, 90 giorni. E non poche, allora, le volte in cui il ricovero in ospedale, con la complicità del medico comprensivo, diventava un espediente di cura in un periodo in cui non c’era il servizio sanitario nazionale. Pressochè nessuna speranza, allora, per chi aveva “un malàz”, notizia che veniva comunicata con un “i l’ha vèrt e i l’ha ciùs”… o colpito da ictus “u ia ciap un préll”. La degenza era così lunga che c’era anche chi, venendo da famiglia poverissima, coi pasti regolari giornalmente, s’ingrassava. La direzione delle sale era affidata in prevalenza alle Suore. Ricordo la sorpresa, durante un suo ricovero, nel vedere il babbo, soggetto anticlericale ma grande divoratore di cibo, particolarmente gentile ed accondiscendente con la suora/caposala, fino ad arrivare alla recita della preghiera: “le léa clà fa al raziòn, se t’an fe’ i sé t’an magn”.

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