Il progetto R.E.M.A. di Bega e Vaccaro

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Pubblicato la prima volta il 31 Gennaio 2023 @ 18:08

Gaetano Salvemini affermava che «lo storico che si dichiara obiettivo o è uno sciocco, o un uomo in malafede, quasi lupo travestito da agnello»: in tal senso invitava gli studiosi alla «probità», dichiarando le inclinazioni personali e, quindi, ponderarle aprioristicamente con metodo, rigore e onestà intellettuale.

Dobbiamo ormai riconoscere – ma non, quindi, accettare passivamente – che gli eventi e le scelte che hanno caratterizzato la ricostruzione di Marina Centro nell’immediato Dopoguerra, sono oggi viziate da un’interpretazione relativamente recente, ben consolidata ma, paradossalmente, contro-faziosa, che tende a identificare nell’abbattimento del Kursaal – isolandolo dal lungimirante e incompleto progetto urbanistico complessivo di cui ha rappresentato, invece, solo il primo stadio – una deliberata e arrogante azione unilaterale social-comunista di damnatio memoriae fine a se’ stessa nei confronti del periodo, della società e delle élites di cui l’edificio era stato, in qualche modo, simbolo e non una scellerata iniziativa rimasta caso isolato proprio per i motivi opposti, ovvero un’immolazione sull’altare di un lodevole e preciso progetto di rilancio turistico modernista di livello, vanificata infine dall’affermazione dello spontaneismo imprenditoriale balneare di bassa caratura della fine degli anni Quaranta del Novecento di matrice, purtroppo, bipartisan.

Il vuoto fisico lasciato dal «caso Kursaal» diviene, quindi, anche vuoto storico e, paradossalmente, culturale, laddove, interpretando la sua scomparsa nella sola ottica distorta della lettura reazionaria e isolandola dal contesto storico, urbanistico e sociale del tempo, ci si priva della doverosa attenzione da dedicare agli eventi del Dopoguerra riminese in cui, caso più unico che raro in tutto il panorama della Riviera Romagnola novecentesca, amministrazione, capitali privati, imprese e professionisti collaborano sinergicamente in un progetto generale di rinnovamento della Città, dalla stazione ferroviaria, alla darsena, alle aree verdi e residenziali, all’area della Marina destinata a divenire nuova meta turistica internazionale, anche grazie a una visione urbana ed economica moderna e rivoluzionaria; tale distorsione narrativa reazionaria assolve dalle gravi e reali responsabilità storiche molte categorie economiche dell’epoca, riconducendo le stesse in modo semplicistico all’ideologia social-comunista e antiborghese dell’amministrazione; allo stesso modo si svuota, nel contempo, l’ambiziosa e utopistica visione architettonica-urbanistica dei professionisti coinvolti, che viene così ricondotta impropriamente e implicitamente a un ruolo subalterno e politicamente “complice”, nonostante i PRG Alessandroni / La Padula prima e Bega / Vaccaro poi siano stati capaci, settantacinque anni fa, di individuare quelli che sarebbero divenuti elementi costruttivi e morfologici assoluti del contesto litoraneo del terzo millennio tuttora presenti, in qualche misura, nello progetto per il Parco del Mare (o Nuovo Lungomare) attualmente in fase di attuazione.
Siamo, quindi, nell’immediato dopoguerra riminese: esce di scena, per vicende giudiziarie, l’Ingegner Elio Alessandroni, ideatore del PRG cittadino del 1945 consegnato poi al CLN riminese dall’architetto La Padula; quel PRG vuole sfruttare in modo illuminato e prospettico, come afferma G. Gobbi Sica, «la condizione di grande libertà offerta dalle distruzioni belliche»; la “Nuova Rimini” – peraltro denominazione della stessa società romana autrice del PRG – presenta, oltre alla stazione ferroviaria spostata “a monte” (antico sogno di generazioni di riminesi), ampie aree residenziali immerse nel verde contrapposte a un waterfront moderno e dinamico, in cui alti palazzi si stagliano alle spalle di un Lungomare sopraelevato di tre metri rispetto alla spiaggia, dove trovano alloggio i servizi per la spiaggia e attraverso i quali i turisti possono spostarsi piacevolmente, spesso al coperto, tra giardini, laghetti, ville eleganti, alberghi lussuosi e infrastrutture dedicate allo sport, all’intrattenimento e alla cultura.

Nel 1946 il PRG viene revocato e Rimini obbligata a dotarsi di un Piano di Ricostruzione che prevede sinteticamente ed efficacemente, per riprendere le parole di G. Conti, «uno sviluppo urbanistico abnorme»; nel febbraio del 1947, specificatamente per l’area della Marina, viene presentato come variante al piano di ricostruzione un piano regolatore promosso dalla Cassa di Risparmio di Rimini a firma degli architetti Vaccaro-Bega. Giuseppe Vaccaro (1896-1970), precocissimo professionista e professore universitario, è noto soprattutto per la progettazione futuristica permeata dal razionalismo e caratterizzata dalla simmetria ben illustrata, in Romagna, dalla colonia AGIP di Cesenatico (1938); Melchiorre Bega (1898-1976), condirettore della celeberrima rivista Domus sino al 1944, profeta dell’acciaio, del cemento e dei grattacieli metropolitani sinonimo del boom anni Sessanta in Italia e Germania, all’epoca è architetto parimenti riconosciuto a livello internazionale: attivo già negli anni Trenta, ha anche progettato gli interni del “Diana”, panfilo personale di Mussolini. Quando si parla di Kursaal come sinonimo di un edificio e di un’epoca da demolire, sarebbe opportuno e corretto ricordare, quindi, che i professionisti selezionati per il progetto di riqualificazione post-bellica riminese dalla Cassa di Risparmio e accolti da quella stessa amministrazione social-comunista, erano illustri realizzatori di tanti simboli della fase storica precedente (Case del Fascio, Quartieri urbani, Colonie, Palazzi delle Poste, Università, Monumenti e, appunto, imbarcazioni).
Il progetto presentato dai due architetti nel 1948 riguarda l’area compresa tra il porto e la foce dell’Ausa e mostra uno sviluppo particolarmente moderno e funzionale, che oggi chiameremmo vision, ben percepibile attraverso i disegni e i plastici dell’epoca. In esso si notano strutture sportive (galoppatoio, circolo canottieri, campi da tennis, piscine) e aree gioco e divertimenti, un’area espositiva per fiere e manifestazioni, un albergo di lusso a cinque piani, un molo con pilone pubblicitario, lunghi e bassi edifici con destinazione commerciale e residenziale, l’alternanza tra volumi pieni e vuoti per alleggerire il profilo edilizio a ridosso del Lungomare e tanto, tantissimo verde attraverso il quali i turisti possono spostarsi a piedi o in bicicletta; ad oggi, unico residuo ancestrale del progetto visionario e monumento a ciò che sarebbe potuto essere rimangono i settanta metri dell’omonimo condominio REMA, meglio conosciuto come Reseda. Tale edificio, che sarebbe dovuto essere lungo trecento metri, prevedeva appartamenti e residences alti da uno a due piani che «attraverso giardinetti interni consentono una veduta alternata del mare anche dalla strada interna parallela alla spiaggia. Nell’area è prevista la costruzione di altro albergo a carattere più familiare, mentre più avanti, sorgerà la sede di un Istituto Idroterapico».

Purtroppo il progetto R.E.M.A. finalizzato alla creazione di un tessuto urbano e turistico moderno e di eccellenza, condiviso fra i primi protagonisti della ricostruzione e che aveva portato Rimini – caso purtroppo rimasto isolato nella storia della Riviera – a lusinghiere menzioni sulle più prestigiose riviste di architettura internazionali, viene però accantonato quasi subito a favore della proliferazione incontrollata della piccola imprenditoria spontanea, del turismo di massa e per famiglie (la «monocultura balneare», secondo G. Conti e P.G. Pasini), gestito in proprio dai riminesi stessi. La scomparsa del Kursaal, comunque prevista anche da tutti i PRG precedenti, non verrà mai quindi compensata dalla costruzione del previsto albergo di lusso nell’area limitrofa – come progettato – ma si reincarnerà in una galassia di strutture anonime di basso livello che, presto, cresceranno in modo invasivo e incontrollato nei lotti prima occupati da molte ville in stile e molti edifici storici di pregio, anch’essi sopravvissuti miracolosamente alle devastazioni belliche.

Negli anni della ricostruzione, quindi, il progetto di M. Bega e G. Vaccaro rappresenta in tutta la riviera romagnola un episodio unico per l’articolata integrazione funzionale (ricettiva, residenziale, commerciale, culturale, sportiva) e per la particolare attenzione espressa nel rapporto fra costruito e spazi liberi (patii, portici, percorsi pedonali e ciclabili, verde). È manifesto nell’intervento il fine, attualissimo ma avveniristico se contestualizzato decenni fa, di offrire ai turisti e ai residenti occasioni di tempo libero, di svago, di relazione complementari al tradizionale binomio “albergo-ombrellone”. Il futuro, in fondo, ha sempre un cuore antico.

Bibliografia

  • M. Bega – G. Vaccaro, “Nuovo centro a mare di Rimini”, Domus, numero 231, Volume sesto, 1948
  • M. Bega, “Complesso balneare e turistico a Rimini. / Architetti Melchiorre Bega & Giuseppe Vaccaro”, Metron: rivista internazionale d’architettura, Anno 4, Fascicolo 28, 1948
  • F. Canali “Melchiorre Bega e Giuseppe Vaccaro per il progetto «R.E.M.A» sul Lungomare di Rimini (1945-1949): un «linguaggio international style» tra «organicismo» e arte informale”, Studi Romagnoli, Stilgraf Cesena 2008
  • L. Donzelli “Lo stile di Bega, opere, progetti idee di una protagonista del professionismo milanese” https://issuu.com/luca1987/docs/bega2
  • Avanguardia Romagnola – Architetture Balneari del XX Secolo, Catalogo della Mostra tenutasi a Cattolica nel 1988, Grafis Edizioni
  • P. G. Pasini – G. Conti “Rimini città come storia”, Tipo/Litografia Giusti, 1982
  • Spiagge Urbane – Territori e architetture del turismo balneare in Romagna, a cura di V. Balducci e V. Orioli, Bruno Mondadori, 2013

Ariminum
Anno XXX – N. 2 Marzo-Aprile 2023

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