Pubblicato la prima volta il 24 Aprile 2017 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “L’è óra ch’èt vaga arcòj al gògli”
Una delle tante variabili dell’invito (od augurio) a passare a miglior vita: dett, a volte con ironia, a volte meno al pari di “l’è óra ch’et vaga da Valeriani” (storico guardiano del cimitero).”Al gogli” sono le “coccole”, ovvero i frutti dei cipressi che cadono abbondantemente dai rami lungo il viale principale del cimitero.
Al di là del “detto”, ho voluto “riesumare” (per stare in tema) un termine – “gogli” – sconoscito (credo) ai più. Generalmente non voleva essere un augurio autenticamente ferale, anche perché quando era la rabbia ad ispirarlo le espressioni uscivano più crude “cut vègna un sbòc ad sangue… un chènchèr… va murìa mazèd… cut ciapéss un cólp”. Il modo di dire qui ricordato si riferiva, spesso, a quelli/e che – oramai attempati – ostentavano modi di fare e stili di vita da giovincelli. Se Tiglio (il babbo) fosse ancora in vita lo direbbe a quelle dal collo ragrinzito per l’età, i “salubrun” gonfiati, minigonna e tacco dodici ed a quelli che, superati da tempo i primi “anta”, si presentano con i capelli che, per le ripetute tinture, hanno assunto quel colore rossastro, labbra scomparse per il lo stiramento delle pelle degli zigomi
Non da meno il commento della Elsa verso i “mascherùn”: “l’ha vòja a tnìnse só.. l’èra zà lèa quandmè sèra na burdèla”.






