Di un personaggio riminese, che solo gli anziani ricordano oramai, colto ed artista, vissu­to tra la fine dell’800 e metà del nostro secolo, negli anni ’70, per interessamento del figlio Dauro, furono pubblicati i sonetti in dialetto nostrano, dall’editore Ghigi: par­liamo di Addo Cupi.

Nato a Rimini nel 1874, si laureò a Torino nel 1901; dirige a Rimini il Consorzio del Marecchia; è eletto nel 1911 nel Consiglio Comunale, ma parallelamente lo stimola l’interesse dell’arte e dipinge esponendo in diverse città italiane, scrive poesie ed è filodram­matico in lingua e in dialetto. Macchiettista arguto, parodista e polemi­co, attento alle figure tipiche della sua Rimini e alle espressioni del linguaggio popolare, la sua personalità creativa ferma sulla carta versi dialettali in forma di sonetto, rivelando nel lo scelto stilistica tutto un gusto culturale legato alla tradizione. Nei sonetti cogliamo le tematiche che furono a lui care, i personaggi carat­teristici e popolani della vita cittadina coi loro soprannomi spassosi: Balusina, Rabon, la Zunzlèino, la Tuscanèina, Zamarion, Cuciarèin, Fighet e Figaròl, Gabèna, Savèin e tanti altri (elencazioni in cui si avverte lo stilema stecchettiano); le polemiche, che hanno per oggetto l’urbanistica del la città, specie quando questo si prestavo, ahinoi, a giustificatissi­me critiche (ad esempio lo scempio del Kursaal), ma anche l’architettura moderna in genere; tutto la cupa atmosfera bellica (specie dello primo guerra mondiale, con conunèdi, bumbordomeint, spie, teremot – quello rovinoso del 1916, a Rimini); D’Annunzio e Nicolino Zavagli di Rimini, (amico del Divino), tutte tematiche che il poeta filtra espressivamente col linguag­gio colorito del dialetto, anche se nella figura dannunziana, di cui è ammiratore, l’ispirazione s’appesantisce nella retorica.

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Curioso è notare, nelle sue poesie, le variazioni lessicali succedutesi nel tempo rispetto all’attuale dialetto (o meglio, di quel poco che è rimasto): troviamo bassa contro la basa (da pronunciarsi con lo S sorda) odierna; stulghèda (distesa ), con­tro l’odierna stuglèda, ma anche el pali (le palle), oggi pronunciato al pali; oppu­re, le sparizioni delle parole, ad esempio picaja e maranfrìngle, la prima (fra i diver­si significati) il ventre dell’animale da macello e la secondo grosse lasagne di campagna, termini pratica mente scom­porsi. Ma Cupi era particolarmente por­tato o cogliere le locuzioni gergali, i motti del parlare quotidiano, un parlare diciamo ‘basso’, ma efficace, direi unico per rendere un’idea o uno stato d’animo, e citiamo da un suo sonetto l’esclamazio­ne ammirata di un appassionato di lirico che, nel nostro teatro, ascoltando la Luzia (la Lucia di Lamermoor), al superbo acuto della primadonna, commenta ad alta voce nella platea: Mo’ putena! (cioè, accidenti che bravura!).

Dopo il secondo conflitto mondiale Cupi fonda a Rimini nel 1950, con un sodali­zio di volenterosi, il gruppo AMICI DI RIMINI per l ‘avvaloramento del patrimo­nio artistico, storico, culturale della nostra città.

La morte lo rapiva nel 1958.

Ivo Gigli
Ariminum
N. 14 Settembre/Ottobre 1996

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