I due isolati si fronteggiavano con le loro ville e giardini, ma anche le vigne, gli orti e i canneti (dalla nostra parte a monte) e i campi di tennis lungo la strada e la spiaggia. L’area entro cui è compresa la nostra vecchia casa si prolungava all’interno addirittura con un fabbricato colonico, mentre due orti avvallati nel terreno sabbioso e un vigneto si nascondevano dietro i pini (mio nonno ne aveva piantati esattamente cento) e i canneti.

In asse con la nostra villa (rimasta intatta, ma stretta tra condomini nuovi e nuovissimi) c’era villa Borelli, al posto della quale vi è ora uno di quegli edifici sorti in fretta e senz’altra preoccupazione che quella di sfruttare il più possibile il terreno e la vista sul mare. Ma allora era tutta un’altra cosa. Era uno di quei villini come se ne potevano vedere al nord, soprattutto in montagna: due corpi di fabbricato uniti da una torretta che li superava di un piano, tetti spioventi, loggia e balconi, poi, di fianco la casetta del custode e il garage.

La proprietaria da moltissimi anni non ci veniva; la villa era curata da una vecchia custode, la Sisa Muratori, vestita come le contadine romagnole di nero con il fazzoletto in testa e sempre seguita da un cagnolino. Per anni ci venivano famiglie di nostri amici: prima dei miei ricordi ci fu quella del Senatore Vico Mantovani di Ferrara (la cui figlia avrebbe sposato un nostro cugino), poi quelle degl i avvocati Fausto Minelli e Sandro Capretti di Brescia, ed infine i marchesi Rusconi di Bologna che anzi, essendo queste famiglie molto numerose, occupavano anche a adiacente villa Verde (degli Alvisi di Imola che la ricostrui­rono abbastanza fedelmente). A questo punto incominciano i miei graditi ricordi: tra noi e loro non c’era di mezzo che la Litoranea, e tra villa Borelli e villa Verde, sfondata la siepe e fatto un passaggio attraverso la rete metallica, vigeva la libera comunicazione. Non essendoci poi ancora il lungomare (appe­na in costruzione) alla spiaggia si accedeva direttamente, e noi, per l’amicizia con i vari locatari, passavano direttamente dal loro cancello per raggiungere il mare, anziché servirci delle rampe di viale Leopardi e di viale Pascoli. Tutto era così naturale per le nostre irruzioni da una villa all’altra (i cugini Rusconi erano una diecina ed altrettanti noi Masetti) e così come per il con­tinuo passaggio da una tenda all’altra…) sulla spiaggia, che non si sarebbe mai pensa­to che qualcosa dovesse mutare. Invece, nel giugno 1940, scoppiata la guerra, le cose cambiarono; i Rusconi non vennero e si diceva che sarebbe­ro tornati i proprietari: Lyda Borelli, appunto, di cui si sentiva favoleggiare dai “vecchi” ricordando la grande diva del cinema muto, e la sua famiglia.

Dapprima comparvero la sorella Alda e suo figlio De Sanctis, poi i figli ed il marito, e la stessa grande ex attrice. Ne ricordo le apparizioni sulla loggia della villa (alla spiaggia non veniva mai) con i capelli color rame sciolti, una tunica bianca bordata di blu e indossata con tanta classe, come se stesse rappresentando una tragedia greca.

Sulla spiaggia, ormai separata dal lungomare, sorse un capanno bianco in muratura con striscie di legno blu marino e, si diceva, che contenesse persino una toilette, o “toletta” come si doveva dire, secondo gli ordini di uno sciocco purismo imposto d’auto­rità. Anche la tenda, chiusa da tre lati rappresentava una novità tra il pullulare di semplici teli e di ombrelloni. E lì vennero le tre figlie di Lyda Borelli, la loro istitutrice (questa, la signorina Armenise, veniva ogni anno a salutare mia zia) qualche volta il padre, il conte Vittorio Cini, e il fratello Giorgio al cui nome, dopo la sua morte in tragico incidente aereo, sarà intitolata la grande Fondazione, voluta, dal padre con le altre opere che gli meriteranno da Berenson il titolo di “uomo faustiano”.

Le ragazze Cini nel fiore dei loro vent’anni amavano stare tra loro, al sole, in mare.

Una volta si presentarono in chiesa per la Messa delle 9 con il vestito dalle maniche corte, ed il parroco dei Salesiani, il vecchio don Marino Travaglini, le rimandò indietro, ma esse, puntualmente tornarono con i loro golfini per la Messa delle 10, sempre con la loro signori­na.

Della villa Borelli ricordo anco­ra che quando venne l’obbligo di dare alla patria le cancellate, il conte Cini sostituì la sua con una robusta chiusura di elegantissime ceramiche di Nove, verdi scure intrecciate a losan­ga. Con la guerra scomparve la cancellata, ma ancora per qual­che anno si seguitavano a tro­ vare frammenti di quel colore smeraldo lungo il viale Regina Elena e la spiaggia.

Gian Ludovico Masetti Zannini
Ariminum
N.3 Novembre/Dicembre 1994

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