“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Nisùn è nas sènza e’ bà…”

Non è un modo di dire ma un commento che ho sentito pronunciare a mia mamma quando, sempre negli anni ’50 un tale che, pur in uno stato repubblicano, si fregiava del titolo di visconte, riprese un bimbetto biondo (gag, come si diceva allora), reo di fare troppo rumore sotto le finestre, dandogli del “bastardo” e provocandone il pianto e l’allontamento.
Era uno dei bambini nati a seguito del passaggio dei tedeschi durante l’ultima guerra: bambini cresciuti con non poca fatica da parte di mamme per lo più sole, spesso in pessime situazioni economiche ma, sprattutto, schiacciate dal perbenismo di allora che le bollava per aver avuto “un fiól sènza marìd”. Mia mamma Elsa, che aveva assistito alla scena, indignata per quella che aveva ritenuto un’aggressione, urlò al nobile decaduto: “bastèrd ci-arè tè che tla ta ciap sun burdèl”, e al bambino “e tè nu pianz perché nisùn è nas sènza bà”.

Ho voluto ricordare questo episodio perché dimostra come sia facile che un essere cosiddetto umano, possa ritenersi superiore ed in diritto di offendere impunemente ed immotivatamente e come sia giusto reagire ogni volta che si assista ad un’ingiustizia, soprattutto quando non ci tocca direttamente ma riguarda l’essenza stessa dell’umanità.

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