Erano gli anni ‘50, e io ero un bambino: le ricordo impilate, imprigionate dal sale, in un grosso barattolo rotondo di latta. Le vendevano nella nostra bottega di campagna i miei genitori, e ancor prima i miei nonni. In dialetto venivano chiamate Sardeli. Insieme alle aringhe affumicate e al baccalà salato regalavano il “sapore di mare” a mense contadine povere e ancora sguarnite di pesce fresco (che sarebbe arrivato solo con l’avvento dei frigoriferi). 

Almeno tre volte alla settimana, mio padre scendeva in Romagna per i suoi commerci, e così a casa nostra arrivava “pesce fresco”: triglie, sfoglie, calamaretti, seppie… tutti sapori lontani dal gusto di un bambino, e allora per me odiosi. 

Nel nostro emporio venivano a comprare le aringhe (con una domanda che per me era allora incomprensibile: da uova o da latte?); oppure prendevano il baccalà francese, o il più costoso San Giovanni. Ricordo l’abitudine di mia madre di legare il baccalà per la coda a una cordicella, per poi metterlo a dissalare nella corrente del vicino fiume Marecchia (all’epoca il torrente era ancora pulito e privo di scarichi industriali). Una volta il baccalà sparì, e per giorni ci chiedemmo se fosse stata la corrente a portarlo via, o se invece fosse stato rubato da qualche furbone. 

Mio Nonno Giovanni era l’unico del paese che avesse delle reti da pesca come quelle che si usavano in mare; le ho viste usare nel fiume solo da lui. Pescava dei pesci d’acqua dolce che a me non piacevano, e che secondo me non piacevano a nessuno, neppure ai grandi. Alla vigilia di Natale in casa si mangiava sempre l’anguilla cotta alla brace. Un anno gli affari erano andati male e mio padre, per risparmiare, non andò a comprare il “capitone”. 

Mio nonno gli disse che a casa nostra l’anguilla a Natale non era mai mancata; e da allora non è più mancata. 

Da noi quindi il pesce si mangiava, sicuramente più che in tante altre case della zona. E però non si mangiavano mai le sardine sotto sale, che pure campeggiavano sempre nella nostra bottega. Il motivo lo intuii da adulto, ascoltando i racconti di mio padre, che era rimasto orfano di mamma prima ancora di compiere tre anni. Andava a scuola a Pietracuta, a piedi, e la strada non era breve. 

La sua matrigna, perfida come le matrigne delle favole, gli dava una “sardela” per la ricreazione. Ma alla prima curva, non visto, mio padre la gettava sdegnosamente nei campi. 

Non avrei mai immaginato che quelle umili sardine oggi sarebbero diventate così popolari. 

Gianluigi “Gianni” Valentini

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