L’amore ai tempi…

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Pubblicato la prima volta il 10 Ottobre 2018 @ 09:46

Ho già avuto modo di dire che gli anni 50, sullo sfondo di una guerra da poco finita, concedevano poco al sentimentalismo sia nei rapporti tra genitori e figli sia nelle relazioni di coppia.

La vita, quella reale, dava ancora la priorità alle cose essenziali tanto patite negli anni precedenti, un tetto sulla testa, a tavola possibilmente due volte al giorno, i vestiti adatti alle stagioni, i soldi necessari per la spesa.

La massima aspirazione, segno di elevazione sulla miseria: avere qualche soldo “s’ut capita un spein” ovvero per una necessità imprevedibile, in genere riferita alla salute dato che allora non c’era il Servizio Sanitario Nazionale ma un sistema mutualistico diviso per categorie, i lavoratori statali erano assistiti dall’Enpas, una mutua “piò bona” che ammetteva la scelta degli specialisti, i dipendenti del settore privato, dall’Inam… che consentiva una forma di assistenza più generica e massificata.. e che durava solo sei mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro. Per questo anche la neve, nei momenti di disoccupazione, rappresentava una benedizione. L’Ente Ferroviario assumeva infatti, anche se per qualche giorno, gli spalatori, facendo così scattare il diritto all’assistenza mutualistica. Ricordo che il babbo preferiva il turno di notte, perché pagato con doppia tariffa. Ed era il motivo per cui gli poteva mancare il cappotto, sostituito da un giubbotto di stoffa (bluson) confezionato in casa, ma non gli stivali che, con il badile, facevano parte del corredo “professionale” come i ferri per il chirurgo: “ui saria da lavurè ma la neva, t’è i stivel”?

Vi ricordate il film “Ladri di biciclette” quando il collocatore ammette alla selezione per il lavoro di attacchino solo chi possedeva la bici? Più o meno la stessa cosa.

Ecco, la famiglia ruotava ancora attorno a questi bisogni primari e, tra tutti, il lavoro che scandiva gli orari: “mamma ho fame: a magnem quand e’ ven a chesa e ba’’”  e gli umori, quando non ce n’era, in casa  calava il silenzio quasi si perdesse persino il diritto di ridere.

Non esisteva il concetto di “vacanza”, la scuola, non a caso, era quella “dell’obbligo”. In pochi quelli che ricordavano i compleanni, personalmente ho scoperto solo negli anni 60 che c’era l’usanza di festeggiare il 31 dicembre. Le “differenze” sociali erano evidenti, nel modo di vestire, in quello di parlare. Nelle nostre case dove non era certo arrivata la televisione né si poteva attingere alle enciclopedie che, negli anni successivi sarebbero state acquistate a rate, il linguaggio poteva contare su un numero limitato di vocaboli, arricchito dalla lettura di giornaletti, qualche settimanale, il cinema. Tante  parole di cui non conoscevamo il significato che, del resto, non avremmo saputo a chi chiedere. Neanche scuola dove ci si vergognava un po’… per cui si preferiva apparire più taciturni che ignoranti. E’ vero c’era il dialetto ricco di colori, sfumature, di significati.. ma i genitori, in genere, ci proibivano di parlarlo perché “ si na t’ve mel a scola”.

In quel film in bianco e nero come mi riappare il ricordo degli anni 50, chiaramente il “nero” si alternava a al “bianco”, a momenti ed esperienze straordinarie che, in gran parte, ci siamo portate dietro, il senso della solidarietà, dell’amicizia, della dignità ma non di meno il gusto per il buon cibo, per la compagnia, il senso dei diritti-doveri che ruotano attorno al lavoro. Il babbo, che alternava il lavoro di marinaio a quello di manovale,  era definito  “un lavorador” di quelli instancabili, forti fisicamente, mai assenti, mai in malattia, la pausa pranzo fatta sul cantiere con il pasto preparato dalla mamma e trasportato con una borsa di straccio, una minestra nel tegamino di alluminio, un panino con la frittata “cla tein piò sustenza”, la bottiglina della birra riempita col vino. Ma rincasando ogni sera, mi faceva segnare sul calendario i minuti, la mezz’ora lavorata in più rispetto le otto ore giornaliere e, a fine mese, si presentava dal ragioniere col suo “conteggio”.

Il rispetto meritato per sé e dovuto agli altri. E, tutto sommato, un’idea di felicità basata, appunto su valori essenziali e, quindi, più duraturi.

E non che mancassero i sogni, è che si tenevano dentro, quasi nascosti temendo di osare troppo.

Fantasie che allungavano la notte quando, nel buio, le ragazze si immaginavano tra le braccia di Cary Grant nel film Notorius, passato alla storia del cinema per il bacio più lungo scambiato con Ingrid Bergman. Mentre gli uomini subivano più facilmente l’attrazione della sensualità sprigionata dalle forme di Ivonne Sanson… perché drammatica o comica che fosse la trama, nobili o popolane.. le interpreti femminili avevano sempre gli abiti cuciti addosso, aderenti alla pelle, vita segnata, curve esaltate. Persino il più classico tailleur si presentava con la gonna aderente e la giacca “stroncata”. Era l’epoca delle “maggiorate fisiche”.. e per quelle “secche” tirava brutt’aria.

Cappelli lunghi ondulati, labbra carnose, ciglia e sopracciglia marcate i tratti della bellezza.. e solo l’arrivo sugli schermi di  Audrey Hepburn o Shirley Mac Laine, con il taglio di capelli alla “maschietta”, filiforme la prima, lentigginosa la seconda, favorirà, faticosamente, la strada ad altri caratteri d’attrazione: l’eleganza, la simpatia. Quando si sorvolava sulla bellezza per soffermarsi sul portamento si parlava di “finezza” oppure “l’an è bela ma l’e’ un tip”.

E mentre la donna doveva comunque avere “un bel persunel”, più accomodante, da sempre, il giudizio  sull’uomo che anzi “un’a da ess trop bel”, “impurtent c’lava un bon lavor”, era il commento della famiglia quando il moscone dava inizio al ronzio attorno alla ragazza.

Era il momento dei capelli impomatati con la brillantina dapprima ed il brylcreem successivamente, i capelli allungati erano un segnale chiaro di trascuratezza ed anche di appartenenza ad una cerchia sociale al di sotto di quella pure già semplice e modesta “L’è un bducios”, così veniva bollato. Anche se lo spauracchio di tutte le famiglie con ragazze in età da marito erano i militari, quelli degli amori di passaggio con la conseguenza che una donna vista  in compagnia si un “soldato” era facilmente chiacchierata.

Nel vasto campionario maschile spiccavano alcuni esemplari da quello che, bassino di statura, voleva dimostrare la propria virilità mettendo in vista il petto villoso con la camicia sbottonata, al fumatore accanito che, dita ingiallite dalla nicotina, faceva crescere l’unghia del dito mignolo che poi usava come leva per aprire i pacchetti di sigarette. Magari con il dente incapsulato in oro. E poi quello bello, davvero: “e’ per un artesta”.

Le sale da ballo erano il luogo principale per l’approccio sentimentale, il Floreal (nella via che Costeggia il Marecchia), da Pagnoc (sulla Via Flaminia) anche queste con la loro fama perché c’erano di quelle frequentate da donne più facilmente abbordabili ed altre dove le fanciulle erano accompagnate da una zia o comunque da persona affidabile. Ma era in voga anche l’intermediario che faceva arrivare “la manifestazione d’interesse” alla ragazza prescelta per poi combinare l’incontro.

Una storia, da raccontare a parte, quella che si consumava nei locali estivi dove le tecniche di abbordaggio subivano una mutazione alla presenza delle turiste, soprattutto straniere, anzi capitava spesso che le fidanzate autoctone fossero lasciate all’inizio dell’estate e “riprese” a settembre. Mentre non pochi maschi nostrani scambiavano per conquiste l’accondiscendenza di valchirie che venivano al mare per “sanarsi” dall’esercizio dell’antica professione, lasciando poi ai nostri eroi qualche ricordino da curare.

Il Garden Ceschi e Villa dei Pini a Viserba, il Sombrero e la Casina del Bosco a Marina centro, l’Oriental Park, il Mocambo, la Capannina di San Giuliano Mare (la Barafonda).. per non dire del mitico Embassy.

Il corteggiamento indigeno si rifaceva ad ammiccamenti, sguardi carichi di inconfondibili intenzioni, complimenti più o meno spinti ma, come già detto, non erano in uso espressioni come “ti amo” “cara”…più ricorrente “ti voglio bene davvero”…”io ho intenzioni serie”.. che spesso venivano depositate come una sorta di fidejussione per ottenere l’ambito trofeo della prova d’amore. .. “se davvero  mi vuoi bene me lo devi dimostrare….”

E gestire una relazione, prima che diventasse ufficiale, per una donna non era cosa semplice. Tra le amiche si sapeva “la fa’ l’amor ad nascost” ma in casa, farsi la toletta senza destare sospetti era impresa che accentuava il senso del proibito, oggi si direbbe della trasgressione, sotto il occhi indagatori della mamma. Bisognava giustificare il lavaggio dei capelli in un giorno diverso dal solito e quel catino bianco, smaltato che si usava come bidet….eppoi il talco profumato che, prima dell’arrivo dei deodoranti, tamponava le ascelle ed il solco tra i seni.

E non c ‘era il rifugio dell’auto…il boom esploderà negli anni 60. I più fortunati, alla ricerca di un posto tranquillo, sia allontanavano dalla città col motorino, la donna, nel sedile posteriore, che si teneva stretta alla vita del moroso, con le gambe da un’unica parte. O con la lambretta magari dipinta di seconda mano o la vespa. Ne rimarrà testimonianza nel tempo anche grazie alla scena del  film “Vacanze romane” con Audrey Hepburn e Gregory Peck.

Ma credo che una delle immagini più tenere di quel tempo fosse la donna trasportata dal proprio innamorato sul cannone della bicicletta. C’era un senso d’amore, di protezione e di scambio: questa è la mia donna, questo è il mio uomo.

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