La Vecchia Pescheria, il primo centro commerciale riminese

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Foto Davide Minghini © Biiblioteca Gambalunga Rimini

Pubblicato la prima volta il 28 Settembre 2021 @ 10:34

Mentre la Vecchia Pescheria riminese, opera Settecentesca del Buonamici, appare di indubbio e oggettivo valore architettonico più volte illustrato e narrato anche su queste pagine, ai fini dell’obiettiva correttezza storica contemporanea dobbiamo oggi parimenti ricordare che l’area delimitata dalla Pescheria stessa e la Piazzetta Gregorio da Rimini, ovvero delle Poveracce, nel periodo compreso tra il secondo dopoguerra e l’apertura del Mercato Centrale Coperto (1969) ha rappresentato il primo, vero e proprio “centro commerciale a cielo aperto” riminese, per riprendere le parole di Claudia Pasini. In questo isolato di limitata estensione urbanistica, infatti, si concentrava non solo l’offerta cittadina ed esclusiva di tutti i prodotti ittici, ma anche una straordinaria densità di macellerie, rosticcerie, mercerie, alimentari, bar, cantine, trattorie e, addirittura, un albergo, il “Leon d’Oro”, affacciato sulla Pescheria. 

La predominanza, culturale e fisica, del monumentale edificio e l’esuberante presenza attuale di cantinette, oscura inevitabilmente il ricordo di decine di commercianti – tra i quali spiccavano almeno quindici macellai specializzati – che si dividevano equamente una consistente e affezionata clientela: buona parte dei riminesi, infatti, si riversava quotidianamente, domenica compresa, tra quei vicoli e quei familiari ciottoli, spesso ricoperti di gusci di poveracce acquistate in Piazzetta e consumate crude, a ridosso dei due “poli” gastronomici cittadini, rendendo impossibile la stessa circolazione pedonale e una normale conversazione senza grida.

Negli anni Cinquanta, ad esempio, le famiglie Gemmani, Felicioni, Santolini, Mussoni e Polazzi vendevano carne bovina, mentre la carne suina era prerogativa dei Rossi, Giovannini, Moretti (detto Acciaio) e Gabellini (famiglia dell’attrice Gianfranca, più nota come Scilla Gabel); Zanetti e Amici commercializzavano i tagli equini e, infine, le due pollerie Brighi e Sanchi completavano l’offerta avicola; su tutte emergeva la macelleria di Fausto e Giovanni, detti i Magròun: i concorrenti addirittura seguivano i loro orari, in una sorta di tacito segnale di riconoscenza e autorità. Questa densità, infatti, non creava alcun rancore o competizione, alimentando, invece, alcune curiose dinamiche solidali: quando si vendevano soprattutto i bolliti o principalmente le parti anteriori del manzo, le sezioni posteriori venivano passate alla macelleria… equina, che le avrebbe agevolmente esaurite (all’epoca la carne di cavallo era richiestissima, anche se più costosa, poiché salutare).

I negozi non avevano vetrine vere e proprie, ma pannelli in legno con i quali nella notte venivano protetti gli accessi: la prima serranda del territorio riminese comparve per iniziativa del padre di Franco Polazzi nel 1946 e rimase caso isolato, nell’area della Pescheria, per almeno un decennio. Tutti venivano riforniti da i Mavòs (Lanzetti e figlio), che ogni mattina arrivavano dal macello comunale con il carro trainato da un asino, portando sulle spalle, da soli e nonostante la corporatura minuta, pezzature sino a 150 chilogrammi. 

A questa offerta si aggiungeva la comparsa della porchetta fumante venduta nel chioschetto in legno posizionato all’angolo tra la Piazzetta e via Galli, tra quelle che ai giorni nostri sarebbero divenute le vetrine della «Libreria Riminese» dell’amico Mirco Pecci. Preceduta dagli irresistibili effluvi del carretto in arrivo dal vicino forno in cui era stata preparata, era possibile acquistarla in una finestra temporale brevissima e incredibilmente limitata al solo mercoledì pomeriggio (alle ore 16:30): un’ulteriore caratteristica ai confini del mito, che ha reso il suo ricordo immarcescibile. Rimaneva, comunque, un cibo ambito da molti anche per il costo: molti clienti ripiegavano così sul sanguinaccio, offerto ai bambini come più appetibile torta, venduto alla modica somma di 10 Lire. 

In Piazzetta, dove oggi sorge «The Black Cock» c’era il bar «Caffè dell’Unione» della famiglia Giannini, ovvero Goffredo, «Zia Itala» (come era stata soprannominata dai clienti più giovani) e Maria, che il volgo, con brutale ma caratteristico cinismo popolare, aveva ribattezzato «Bruciata» a causa di un’ustione sul viso; vi era poi Tosca Zavoli, un alimentari, drogheria e gastronomia (piatti pronti ante litteram), che spesso offriva la merce alle abitanti del quartiere più indigenti accompagnandola con un «…Poi faremo!» di conforto. Si ricordano anche il Pastificio Rossi, la Bottega dell’idraulico Renzi, il botteghino del Lotto e la Bottega del Pane dei fratelli Ferrari. I punti di riferimento nella ristorazione erano rappresentati dalla «Trattoria Popolare» di «Delina» Barilari, affacciata tra la Piazzetta e via Cairoli, ove passarono molte celebrità del secolo scorso – da Gigli alla Duse, da Totò alla Osiris – o la «Vecchia Cantina (o La Taverna) da Nando» (Munfagnin), patria della celeberrima saraghina al testo e marinata divenuta il piatto preferito del pittore De Pisis, che scendeva abitualmente al «Leon d’Oro».

Zeno Zaffagnini ha raccontato che, a pochi metri dall’hotel stesso, nella spianata di un palazzo affacciato su via Cairoli diroccato dai precedenti bombardamenti, era stato posizionato il Mercato del Pesce, a quel tempo dominato da tal Bracconi che, con voce stridula, riusciva a dirimere ogni umore e contrattazione di quel coriaceo gruppo di strenui lavoratori; tale promiscuità ha poi progressivamente causato il declino e la definitiva chiusura, negli anni Cinquanta, della struttura alberghiera, proprio a causa del caos, spesso antelucano, generato dalla movimentazione casse, dai rudi avventori e dalla folla. Liliano Faenza, invece, ha ricordato che i clienti della Pesa abitualmente si spostavano nell’attigua Piazzetta dove l’odore, non sempre gradevole, del pesce fresco veniva definitivamente sopraffatto da quello parimenti pungente delle Poveracce, fino alla Vecchia Cantina, tra i tavoli rustici e il bancone senza rubinetto ma con una vasca zincata nella quale lavare i bicchieri dopo ogni portata. Nel locale, divenuto successivamente il ristorante «Forza e Coraggio», si serviva lo spuntino di mezza mattinata; all’epoca anche i notabili cittadini iniziavano la giornata lavorativa all’alba: si potevano così rintracciare molti professionisti durante una ristoro tra la prima colazione e il pranzo (il brunch lo hanno inventato loro!), rappresentato da un po’ di grigliata di pesce e un bicchiere di vino.

Come in Piazzetta, anche nella Pescheria le protagoniste assolute erano comunque le venditrici ittiche, i cui mariti erano impegnati in mare. Lavoratrici instancabili come le colleghe Poveracciaie, presidiavano in piedi il proprio banchetto quotidianamente dall’alba e lungo tutto il corso dell’anno (in inverno con il solo conforto di una mantellina di lana e lo scaldino tra le gambe): vedere quelle donne stremate dalla fatica tanto da addormentarsi appoggiate alle casse di legno, è oggi un’immagine straziante ma emblematica dell’epoca.

A seguito dell’adeguamento della normativa igienica e sanitaria comunale a parametri maggiormente rigidi e moderni – coevo alla realizzazione del Mercato Centrale Coperto, luogo dotato finalmente di spazi e servizi adeguatamente strutturati – nel 1969 si verifica, incontenibile e travolgente, la migrazione di buona parte dei commercianti storici qui ricordati verso lo stabile di via Castelfidardo. Tale evento, come un metaforico impatto meteoritico ancestrale, ha causato l’estinzione improvvisa di un intero ecosistema urbano, affettivo e consuetudinario, che purtroppo ha trascinato con sé anche quel “teatrino” (per riprendere un’efficace definizione coniata dallo stesso Faenza) in cui si potevano rintracciare le Poveracciaie, i Magròun, Bilòz e Gildo, tra scenografiche porzioni di cavallo, agnelli appesi, andrugoli e menestrelli ambulanti. Alcuni tra gli ambulanti storici, grazie alla pronta richiesta di un vano tradizionale dotato di celle frigorifere, sono riusciti comunque a sopravvivere in loco a questa piccola-grande rivoluzione, spostando la propria attività all’interno di un microscopico ma regolare negozio: sparute ma notissime pescivendole o Pasquina Aluigi, norcina nel Vicolo per trent’anni e succeduta nella licenza ai Gabellini. Nel frattempo, impotenti e involontari spettatori transgenerazionali, alcuni co-protagonisti come Benvenuti, Mario e i suoi cappelli di paglia o Gilberto – la cui gracula accoglieva i clienti della macelleria salutandoli – hanno comunque assistito alla progressiva e inevitabile implosione di quel residuale “piccolo mondo antico” riminese post-bellico e popolare, unico e caratteristico, del quale oggi ancora serbiamo intensa e malinconica memoria.

Ariminum
Anno XXVIII – N. 4 Luglio-Agosto 2021

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