Socchiudo gli occhi e in luogo di questo trenino tutto fischi e fumo che da Rimini risale il corso del Marecchia, rivedo la grave e solenne diligenza d’appena qualche decennio fa; riodo gli schiocchi della frusta, l’abbaiar dei cani, il vociar dei monelli e la romba di Remigio il postiglione che destava l’eco riderella dei pendii; suoni e rumori più intonati, forse, al paesaggio arcaico che mi di dispiega alla vista, tutto azzurreggiar d’alture, verzicar di campi e balenar di ghiaietti politi.

Per chi vien dalla piana romagnola, anche il boccascena con cui s’apre la valle risente di quest’aura romantica; a sinistra il tornito colle di Verucchio, glauco d’olivi, con una torre di fazione sullo scoglio, un castello ferrigno al pari della genga su cui sorge e le case che s’alzano in punta di piedi, oltre la cerchia delle mura vetuste, a rimirare innamorate il più bel paesaggio di Romagna; a destra l’antica Scorticata con le sue tre punte sbozzate all’ingrosso, malacopia delle prospicienti “penne” di San Marino che fan da quinta sul cielo.

Sopra la comune stretta di Ponte. – Malatesta – dice Verucchio nei secoli, – Malatesta – risponde fedele la Scorticata; sentinella all’erta, allerta sto. Ma l’ardua rocca ariostesca di Montebello, Mons Belli, frappone nel dialogo il grido di guerra dei Guidi, mentre di fronte, oltre il fiume, l’incombente ruina della fortezza di Pietracuta echeggia ancora di quello dei Feltreschi. Come in tempi lontani, Guidi spia Malatesta, Malatesta guata Montefeltro. Nel mezzo, Sajano, su uno scoglio a specchio del Marecchia, con la sua torre cilindrica tra liturgica e guerriera, sembra addolcire il contrasto con la maestà pensosa d’un campanile ravignano.

Montefeltro perché in quella che fu un tempo la sua capitale, San Leo, esisteva un delubro a Giove Feretrio? O Montefeltro perché data l’abbondanza dei pascoli, tal nome fu tratto da una radice umbro-sabellica che suona “altura delle pecore”? lasciamo l’amletico dubbio agli eruditi affinchè seguitino ad accapigliarsi dottamente fra loro. Certo è che Monteferetro o Montefeltro è dapprima il nome della città di San Leo e si estende di poi alla regione montana formata dalle alti valli del Marecchia, del Conca, del Foglia, e dalla destra del Savio. Umbri. Etruschi, Galli, Romani, Goti, Greci, Longobardi, Franchi: maree di popoli si avvicendano e sovrappongono nel paese finchè non passa in dominio della Chiesa.

Allorchè, sul finir del Duecento, il cardinale Anglico visita la Feltria, si stupisce al contarvi quarantaquattro castelli ragguardevoli. Che avrebbe detto il brav’uomo qualche tempo dopo, quand’essi si moltiplicarono coprendo cime e cocuzzoli per il germogliare e vigoreggiare delle signorie locali destinate quasi tutte a conquistar dominio e celebrità? Carpegna, Feltreschi, Faggiolani, Oliva, Guidi, Malatesta: a numerare i segni della loro potenza, come a esaltare i fasti delle loro gesta guerriere, c’è da comporre più canti d’un poema eroico.

Singolare terra di Romagna! Come notava Corrado Ricci (un ravennate d’origine feltresca) i suoi colli procedono ondulando placidamente dal mare al più alto Appennino; ma, come dalla lunga e cortese bonomia degli abitanti erompono ire improvvise e sfrenate, dal suolo scoppiano a tratti, con irrefrenabile violenza, rupi aride e fantastiche. Certo, scrivendo queste parole il grande umanista pensava a San Marino e a San Leo, al Titano e al Feretrio, i monti sacri ai tagliapietre venuti di Dalmazia, simili a enormi massi erratici sperduti tra il verde della Feltria.

Notabile terra è San Leo e chiara per splendore di storia e monumenti. Chi vi sale da Rimini, scorge all’improvviso un’imponentissima rupe sulla quale s’impenna una rocca che per ardimento e possanza stupì il Machiavelli, il Malipiero, il Bembo e tentò l’estro del Vasari che la pinse in Palazzo Vecchio. La rupe è di per sé stessa una formidabile fortezza naturale, isolata, “eminente sopra le altre terre più d’una gran torre” del circuito d’oltre tre chilometri; la rocca, eretta a quanto pare dai Sangallo e dal Sammicheli, aperta a forbice verso l’abisso “si posa con grazia d’uccello gigante dall’aperte ali” sul sasso immane che par l’esprima. Fiero di essa il popolo leontino la vuol unica come il Papa e Dio:

“Un sol Pepa, un sol Dia, un sol fort ed San Lia”

Vale a scusar l’ingenuo orgoglio del motto la storia della vetusta città, contesta invero di avvenimenti e nomi di gran risonanza. Infatti Vitige, Totila, Ottone I, Federico d’Urbino, Sigismondo Malatesta e Cesare Borgia, per non dir d’altri, assaltano o conquistano l’aerea cittadella; Berengario II vi difende il suo morente regno d’Italia; Dante vi si sofferma e ne ricorda per paragone l’aspro scoscendimento dinnanzi alla montagna dell’Antipurgatorio; San Francesco di Assisi vi predica in piazza e vi riceve in dono il monte della Verna; Felice Orsini ed altri patrioti languono nel suo castello decaduto a carcere. Che più? ad aggiungere al luogo un’altra pennellata di colore romantico, varrà la pena ricordare che nel 1795 si spegne in San Leo, dopo quattr’anni di prigionia, Giuseppe Balsamo, famoso negromante ed imbroglione, più noto col nome di conte di Cagliostro.

Ancor oggi non si perviene alla cittadina medievale, accoccolata sotto il suo castello, se non per una strada scavata nel sasso che mena ad un’univa porta. Tutt’intorno fa da mura l’abisso. I numerosi visitatori, oltre la rocca, vi ammirano monumenti singolari quali la splendida Cattedrale romanica e l’interessantissima Pieve del secolo VII. Sulla piazzetta antistante il silenzio è appena rotto dal rammarichio d’una fontana solitaria.

Su, su, su: il Titano sta di fronte al Feretrio e il Feretrio fronteggia l’antico Monte Maggiore, il Carpegna, che s’accampa in mezzo alla Feltria, sale oltre i millequattrocento metri, impronta il paesaggio di sé e lo rende inconfondibile. E’ una specie di gigante semisdraiato al limite dell’orizzonte; e, come in una allegoria pittorica del buon tempo antico, l’immagini barbuto e venerando tener a bada gli orci fluenti dei suoi sei fiumi e i boccali dei suoi quattro torrentelli in atto di largir frescura e canto d’acque a tutta la regione.

Questa specie di primogenitura del Carpegna non è soltanto naturale, cioè essenzialmente geologica, ma storica. Esso è il nido d’una signoria che gli s’intitola e dal cui ramo di Montecopiolo germinarono i Montefeltro, duchi d’Urbino. Nido caro e illustre, in cui fa spicco tuttora il maschio armonioso palazzo a cinque ordini di portici che sul cader del Cinquecento vi levò il cardinal Gaspare su disegni del Sangallo e del Vignola.

Quasi appendice del Carpegna, da cui dista ben poco, è il convento di Montefiorentino. Nella chiesa, con un polittico del Vivarini e il capolavoro pittorico di Giovanni Santi, padre di Raffaello, fa gran spicco il mausoleo dei conti Oliva in cui due statue giacenti di Francesco di Simone Ferrucci, tra decorazioni vaghissime, fanno pensare a quella di Guidarello in Ravenna, in cui Tullio Lombardo mostrò mirabilmente “la vita della morte”.

Abbiam detto di Carpegna. Veramente, a voler seguire doveri di precedenza nell’accennare a luoghi feltreschi, uno dei primi posti, per varie ragioni, spetterebbe a Pennabilli. Qui all’elemento storico-eroico si mesce il pittorico. Qui in confronto a San Leo, città di richiama a città, allo stesso modo che – sulla faccia del luogo – cocuzzolo si oppone a cocuzzolo (Pinna bina), rupe a roccione, rocca di Penna a rocca di Billi.

Se Carpegna vanta i Montefeltro, Penna rivendica i Malatesta. (E’ inutile, a tale proposito, che quei di Verucchio seguitino nei secoli a dir no appoggiandosi a un verso di Dante, a Flavio Biondo, eccetera eccetera. Quelli della Penna, da altrettanti secoli, fondano la loro incrollabile certezza storica delle origini malatestiane sulle attestazioni di Benvenuto da Imola, del Landino e d’altri viri clarissimi). Scherzi a parte, Pennabilli è tra i più pittoreschi, accoglienti e fervidi luoghi della Val Marecchia, e attuale centro religioso della regione feretrana. Vanta una storia per molti aspetti notevole, cittadini illustri, monumenti di segnalato valore artistico. Ra essi meritano l’attenzione del visitatore una chiesa del secolo IX, la Pieve romanica della Pantiera e la chiesa di Santa Maria d’Antico ove ride una squisita terracotta robbiana e guarda pietosa una Madonna di Luca Longhi.

Pennabilli è città vescovile, con giurisdizione anche sulla Repubblica di San Marino che vescovi non ne volle mai. Ma tale fu una volta anche Talamello, il paesino che dal suo Pincio ubertoso e leggiadro par dire: “Vieni un po’ a vedere anche me. Pensa che fui già sede d’un Legato pontificio!”

Che ci offri Talamello? Storia quasi illustre? Bada che ogni borgo, qui, ne ha da vendere. Hai ragione. Il tuo prezioso Crocifisso su tavola, anche se non è di Giotto come si crede, ma del Baronzio secondo gli ultimi studi, è pezzo di gran rilievo e val bene la fatica d’una breve salita. Parimenti la vale, forse, la Cella mirabilmente frescata nel primo Cinquecento da Antonio da Ferrara che è da ritenersi la più singolare opera pittorica del Montefeltro, degna di maggior nominanza.

L’amore per le cose belle non può far dimenticare che ai piedi del colle di Talamello, sulle rive del Marecchia, ferve e prospera Novafeltria, cittadina moderna che è oggi la più industre ed importante della regione.

A breve distanza, oltre una barriera irta e seghettata di rocce, sta Perticara, il paese dello zolfo, sotto le cui case brulica il formicaio delle miniere doviziose. Poco più lontano, quasi all’onbra del Monte Ercole, ecco un altro scoglio levarsi nell’azzurro, e su quello una rocca ardita e leggiadra che domina capannelli di case tra pennellate di verde, e conventi e chiese: Sant’Agata Feltria. La rocca è dei Fregoso, uno dei quali venne da Genova ad impalmare Gentile Feltria, figlia del Duca d’Urbino. Ecco, direte, che si ricasca nella storia… Per obliarla un poco (ma è possibile qui?) scavalcando monti e vallate e viaggiando “con Ptolomeo” alla maniera di messer Lodovico, potremmo trasferirci, che so io? A Macerata Feltria. Ma là l’immancabile erudito locale, saputici forestieri, ci assalirebbe gentilmente col ricordare Pitinum Pisauriense, municipio romano, e magari il tempio di Saturno, i Pelasgi, e via dicendo: ragion per cui non ci resterebbe altro che rifugiarci nella pace di una campagna fastosa ed idilliaca, e goder le bellezze di un paesaggio la cui grazia riposta, e direi quasi ritrosa, aspetta ancora il suo poeta.

Il primo profilo che si presenta agli occhi di chi imbocca la Val Marecchia alla stretta di Verucchio è quello tipico di Dante; un Dante a dir vero, dal naso un po’ sminuito in punta per un colpo di scalpello andato oltre il segno. Lo compongono nitidamente sul cielo le rupi della Perticara quasi ad imprimere a tutto il Montefeltro un suggestivo suggello di poesia. Vero è che Dante qui è di casa. E se è esatto che nel divino poema la Romagna è la regione d’Italia più frequentemente ricordata dopo la Toscana, non è men vero che a personaggi del romagnolo Montefeltro sono dedicati due canti fra i più suggestivi. Il ventisettesimo dell’Inferno, infatti, è dominato dalla figura di quelli che Dante, con frase affettuosa, chiama “il nobilissimo nostro latino Guido Montefeltrano”. Fu costui capo dei ghibellini romagnoli, combattente strenuo e vittorioso di trentadue guerre, uomo sagace, sottile, astutissimo. Vecchio, vestì il saio francescano: “io fui uom d’armi e poi fui cordigliero”. Nel quinto canto del Purgatorio campeggia, invece, Buonconte di Montefeltro, figlio di Guido. Dopo la battaglia di Campaldino, fuggendo a piedi e insanguinando il piano, egli corre a morir di ferite sulle rive dell’Archian rubesto che nella notte tempestosa ne travolge la spoglia recandola al mare.

A rampogna dei romagnoli del suo tempo “tornati in bastardi”, con Lizio di Valbona e Pier Traversaro, Dante ricorda più innanzi con onore anche Guido di Carpegna, cavaliere magnifico e liberale quant’altri mai, sino alla prodigalità.

Ma di Dante e del Montefeltro, fra questi monti, parlano con particolare eloquenza gli avanzi d’un castello che ancora si scorgono dominare un cocuzzolo selvoso presso Casteldelci, a specchio del Senatello. Ivi si vuol nato, intorno al 1250. Uno dei più grandi guerrieri medioevali, quell’Uguccione della Faggiola a cui è dedicata la cantica dell’Infermo. Storia e leggenda s’intrecciano nel ricordare la forza smisurata di questo prode feretrano e nel rievocare le gesta eche gli conquistarono fama e potenza larghissime.

Uguccione conobbe Dante ad Arezzo nel 1302, ne divenne amico e l’ospitò nel suo castello natio della Faggiola per quasi un anno dal 1304 al 1305. Per parte sua il Ghibellin fuggiasco pose in lui la sempre viva speranza di riveder Firenze e in lui adombrò, forse, il Veltro, salvatore d’Itali; il che, al dir del Franciosi, del Dominici, del Tani e dei precedenti storici feltreschi, si può arguire senza stiracchiature dal verso topografico e sua nazion sarà tra Feltro e Feltro, cioè (secondo l’antica distinzione) tra il Montefeltro vecchio e il nuovo.

Col nome di Fonte di Dante, a Casteldelci il popolo addita ancora dopo lungi dal ruinato castello della Faggiola, una sorgente canterina presso cui il Poeta, secondo un’antica tradizione, si soffermava a scrivere e a meditare.

Storia, poesia, santità… No, il Montefeltro non è l’Umbria santa. Non è da tacere, però, che il suo maggior fiume, il Marecchia, ha ben diritto al titolo che gli hanno attribuito di fiume francescano. Vedi alla sua foce Rimini col Tempio meraviglioso sorto nel nome di Francesco presso la capanna di frasche già dal Santo abitata; e poi salì a Vergiano, alla celletta del suo breve soggiorno, e poi a Villa Verucchio sul colle delizioso ove l’Assisiate fondò il suo primo “luogo” di Romagna. Là, nel chiostro mite e breve, verdeggia ancora dopo sette secoli, fatto gigante, Frate Cipresso, il ramicello secco piantato dal Serafico poiché non volle bruciare:

ed è il frate che non muore nella pia comunità.

E ancora nel Montefeltro vero e proprio, vedi Sant’Igne, con chiesa convento e nome voluti dal Santo là dove, smarritosi una notte con Frate Leone, un fuoco miracoloso gl’indicò la strada; e San Leo, già ricordato per il dono della Verna; e Lunano col suo Monte Illuminato, altura di prodigio per la vista ridonata a un cieco; e Montefiorentino con la sua fonte miracolosa; e Pennabilli con altra sorgiva e un Sasso che gl’infermi toccano con le membra malate, fiduciosi di guarire… Ma questa – si potrebbe obiettare – è una santità di riflesso o, diciam pure, di passaggio. No, no, che il Montefeltro ha la sua mistica rosa di sei beati paesani; ed uno ne ha, famoso, che par fatto apposta per rappresentarlo, tanto tiene della vivacità appassionata, dell’irruenza tutta romagnola della sua gente. Si tratta del beato Matteo da Bascio, riformatore dell’Ordine francescano e fondatore dei Cappuccini, fiorito sul finir del Quattrocento. E’ lui, padre Matteo che, scalzo, con la tonaca tutta toppe, gira per le calli e i campielli di Venezia gridando a perdifiato: “Guai ai peccatori, ai viziosi, ai tristi!” Lui che, sfidando il Consiglio dei Dieci, in pieno giorno indugia sotto i portici del Palazzo Ducale armato d’una scopa e d’una lanterna accesa, fa il gesto di spazzar gli angoli e ripete: “Cerco la giustizia, ma non la trovo”; lui che, reduce dal confino inflittogli per tale audacia, assistendo ad un processo della Quarantia, supremo tribunale dello Stato, prorompe: “All’inferno chi non amministra la giustizia!” ; lui, infine, che spremendo fra le mani il pane offertogli da un usuraio, con spavento e con edificazione di costui, ne fa uscire sangue, il sangue dei poverelli. Dopo ciò non meraviglia il sapere che allorchè l’ardente cappuccino muore in Venezia, già santificato dagli umili, le campane di San Moisè e di San Marco ne piangono il trapasso non tocche.

Come al buon tempo antico, rapsodi in veste di poverelli vanno ancora per le strade e le case feltrie. Tra “orazioni” e narrazioni sacre – ricordo di “misteri” medioevali – tra ballate e “fiori” di fresco sapore agreste, storia e leggenda s’intrecciano negl’ingenui racconti. Novellan essi di Marino e di Leo, di Dante, d’Uguccione, di Guido il Vecchio, di Buonconte; dello spadone prodigioso di San Paolo apostolo, già in venerazione a Frontino, in casa Vandini; d’Orlando paladino e del Sasso immane da lui scagliato, confitto a Pennabilli; del guerriero leggendario che, contrito di orrende colpe, tanto pianse e piange, in una grotta oltre Casteldelci, da alimentar di lacrime l’acque del Senatello…

In questo che fu in antico uno dei sonanti quadrivi della storia d’Italia, oggi aleggia una serenità idilliaca. Scandita dal volger dei giorni e delle stagioni, la vita scorre placida tra casa e casa, tra aia e campo, placida e un poco sognante.

Turchese di monti, verde onduleggiar di boschi, lustreggiare d’acque, paesaggio malioso, silenzio infinito…; Montefeltro, Svizzera d’Italia? Qualcuno l’ha detto; ma non esageriamo. Diciamo Italia soltanto: è già tal cosa che basta a sé stessa. Un’Italia, s’, che gl’Italiani dovrebbero conoscer di più.

 

Giuseppe Nanni
Le Vie d’Italia
n. 8 Agosto 1950

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